Recensioni

The Bear ha rappresentato, fin dalla sua uscita, uno dei titoli di miglior fattura del panorama seriale internazionale e la sua intuizione più felice è stata scommettere che il mondo culinario potesse rappresentare una cornice metaforica efficace per declinare generi e storie per l’audiovisivo. Un’efficacia simile a quella che è stata trovata per esempio, nelle centrali di polizia, negli ospedali, nelle tavole calde e così via.

All’interno di questa riflessione il titolo di Christopher Storer ha rintracciato le coordinate a sé più congeniali (il fiato corto, la ricerca ossessiva della perfezione, l’insostenibile stress, la brigata disfunzionale) e l’ha declinate nella storia di un figliol prodigo che cerca di affrontare i suoi traumi ricostruendo l’immagine di se stesso in rapporto alla sua famiglia, proiettando il tutto sul ristorante dell’amato fratello morto suicida. Canovaccio che ha garantito (o doveva garantire), insieme ad una precisa ricerca formale dal punto di vista registico e fotografico a tratti al limite dell’onanismo, una coerenza di fondo durante lo scorrere di stagioni invece caratterizzate da cicli uguali, ma che con la caratteristica di smentirsi a vicenda.
A ben guardare, infatti, The Bear ha iniziato il proprio cammino parlando dell’importanza delle radici, la cui miseria libera dalle atrocità del mondo dell’alta cucina, poi ha pensato di concentrarsi sulla loro tossicità e, di conseguenza, che la ricetta giusta fosse invece quella di ritornare a puntare all’eccellenza, solo per cambiare di nuovo idea. Il fil rouge è stata la continua distruzione di sovrastrutture che avevano il solo scopo di impedire di arrivare al nocciolo della questione.

Girata in back to back con la precedente, la quarta stagione della serie riparte dalle immediate (nefaste) conseguenze della bocciatura del ‘The Bear’ nella recensione di cui si era solamente accennato e rimette in campo i soliti strumenti culinari: la corsa contro il tempo, la necessità di trovare la formula per salvare capra e cavoli, ripensare al team building e imparare a comunicare per trovare se stessi all’interno di una collettività. La posta in palio è la sopravvivenza del ristorante e, soprattutto, di una certa idea di cosa dovrebbe rappresentare un ristorante, sinonimo di famiglia e di crocevia di storie, affetti e confronti. La stessa idea, per intenderci, della prima stagione. Rispetto al passato però si corre molto meno, si urla molto meno, anzi, meglio, si urla ugualmente (perché in The Bear si urla quando non si riesce a farsi sentire), ma non si urla più addosso agli altri e (cosa fortemente inaspettata) si sta molto meno, se non altro fisicamente, in cucina.
All’inizio del nuovo ciclo di episodi, dopo aver riavvolto il nastro per trovare il senso profondo che mosse le premesse, vengono citate delle scene specifiche di Ricomincio da capo per sottolineare la necessità di trovare il bandolo della matassa e superare la stanchezza della ripetitività. Una stanchezza che avverte soprattutto il Carmy di Jeremy Allen White, eco di quella degli autori che si concentrano sui personaggi per dare loro una via d’uscita verso una collocazione definitiva. Per farlo però devono guardare negli occhi le loro questioni irrisolte attraverso rituali che la stagione divide tra pressure test, come accade a Sydney, interpretata da Ayo Edebiri, e sedute di gruppo allargato, come nel caso di Richie, personaggio a cui Ebon Moss-Bachrach prova a ridare una consistenza che si è andata purtroppo asciugandosi nel corso del tempo.

Nel farlo però la nuova stagione dello show non solo conferma, ma sottolinea la tendenza a portare avanti la propria narrazione attraverso la solita struttura, enfatizzando le parentesi di stampo teatrale esaltate dall’ormai celeberrima bravura del suo cast e dall’efficacia di dialoghi. Un’ambiguità che fa cozzare intenzioni e modi, ma che si può spiegare con la volontà di mantenere un’organicità pur nella volontà di cambiare.
Con la quarta parte di The Bear ci troviamo, quindi, di fronte al tentativo di sciogliere la continua ciclicità di ambienti, situazioni e logiche narrative e in cui la cucina come forma mentis è diventata un’evocazione metafisica, grazie ad un ultimo giro di valzer durante il quale vengono ripresentati i medesimi stilemi del passato con, però, lo scopo di farli decadere. Un lavoro che vuole essere (con diverse resistenze) completamente in sottrazione e utile a svoltare la curva risolutiva prima di imboccare il rettilineo finale in cui tutto potrebbe tornare ai fornelli, dove tutto è cominciato.
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