Recensioni

7.5

CONFESSIONS II è il miglior album di Madonna dai tempi di MDNA, almeno. Sono trascorsi quattordici anni, durante i quali la Regina indiscussa del Pop non è apparsa sempre certa di come rinnovare il suo mito, e sono trascorsi ben ventuno anni da Confessions On A Dance Floor, ultimo vero capolavoro in discografia. Questo sequel rimbastice i sodalizi con Warner e con il produttore Stuart Price, in quel di Londra, richiamato già per il retrospettivo The Celebration Tour, proiettando sui nostri schermi mentali una Ciccone perfettamente in grado di modellare il proprio universo narrativo-sonoro ai dettami di un linguaggio appartenente all’industria televisiva-cinematografica ancor prima che a quella musicale. Paradossale dato che i progetti di biopic, con Julia Garner, sono stati da poco accantonati da Universal per problemi di budget, mentre Netflix non ha concretizzato al momento alternative seriali.

La capacità di entrare nell’immaginario collettivo resta immutata (sin dalla copertina con scatto “velato” di Rafael Pavarotti a rievocare le tinte “pink” d’antan, immediatamente virale), così come quella di parlare a tutt* e far parlare di sé, con lo spettacolare cortometraggio Confessions II – The Film di Torso (farcito di tantissimi cameo, dalla succitata Garner in giù) e la partnership con Grindr. 

La scaletta di CONFESSIONS II, persino troppo lunga nella versione full con quattro brani in più, sebbene la qualità sia sempre alta e sia stato escluso addirittura ulteriore materiale, asseconda un flusso continuo, in un unico mix da DJ set come fu per il suo glorioso predecessore, in barba ai diktat dei servizi di streaming. La notizia fantastica è che non si rincorrono né hit a presa scontata – l’ascolto dovrebbe essere intrapreso appunto dall’inizio alla fine e apprezzato nell’insieme – né le mode giovaniliste del momento, proseguendo piuttosto su corde EDM e nu-disco, richiamando comunque sia con più che sufficiente freschezza l’house e la techno degli anni 80 (oltre a Price, alla scrittura e ai pulsanti giungono in aiuto con oculatezza Mirwais, Cirkut, Andrew Watt, Arca, ecc.).

I Feel So Free è un benvenuto che ci rammenta una carriera avviata come ballerina ancor prima che come singer-songwriter, all’insegna del trasformismo («Thanks for coming / Sometimes I like to just hide in the shadows / Create a new persona / A different identity / I can be whoever I wanna be»), e che dà il via a una ridda di divertenti sample, qui French Kiss di Lil’ Louis & The World, e rimandi interni mantenuta per il resto del lavoro. «Come on, meet me on the dancefloor» è un invito rivolto a tutti i Future Lovers.

Madonna e Price hanno pubblicato una sorta di manifesto sul concept a monte: «Dobbiamo ballare, celebrare e pregare con i nostri corpi. Queste sono cose che facciamo da migliaia di anni, sono vere e proprie pratiche spirituali. Dopotutto, la pista da ballo è uno spazio rituale. È un luogo in cui ci si connette, con le proprie ferite, con la propria fragilità. Fare rave è un’arte. Significa spingersi oltre i propri limiti e connettersi a una comunità di persone affini. Suono, luce e vibrazione / Rimodellano le nostre percezioni / Trascinandoci in uno stato di trance. La ripetizione del basso, non solo la sentiamo, ma la percepiamo. Alterando la nostra coscienza e dissolvendo ego e tempo».

In tal senso, l’episodio più rappresentativo è l’ottimo One Step Away: «People think that dance music is superficial / But they’ve got it all wrong / The dance floor is not just a place, it’s a threshold / A ritualistic space where movement replaces language». Il collegamento alla nightlife e agli anni 80 di cui sopra esplode in Danceteria, in omaggio al club di New York dove Madonna ottenne il suo primo contratto ed eseguì il suo primo singolo in assoluto, Everybody – ecco perché il ritornello «Everybody get up and dance». Tutto è raccontato nel testo autobiografico, che cita vari nomi noti (Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, David Byrne e così via), con un bridge che strizza l’occhio a Walk On the Wild Side di Lou Reed.  Quando il ritmo incalza, Everything e Love Without Words – «Call it trance, call it house / Call it love without words / Call it trance, call it techno / Call it love without words» – sono altri pezzi che convincono appieno e che sarebbero potuti piacere, pensando al passato più prossimo o al presente, alla Róisín Muphy di Róisín Machine oppure alla FKA twigs di EUSEXUA.

Estratto di punta presentato sul palco del Coachella, Bring Your Love è la cartuccia più facile e radiofonica, in collaborazione con Sabrina Carpenter, ma in fondo funziona, persino nel dialogo trash d’apertura tra le due controverse popstar a loro agio sul confine sottile tra sacro e profano, negli agganci a Express Yourself, nell’incastonare brandelli di Good Life degli Inner City e nello scagliarsi contro quei numeri che conteggiano sia i successi da classifica sia l’età delle donne da bollare on stage.

I featuring del caso non fanno in generale sobbalzare sulla sedia, inclusa la love song ad alta velocità Bizarre con Martin Garrix in ricordo del matrimonio con Sean Penn, confermando però risapute tendenze della padrona di casa, cioè quelle latine nel reggaeton di Read My Lips al fianco di Feid o quelle francesi nella più riuscita, ombrosa e conturbante My Sins Are My Saviour con ripresa di My Army Of Lovers degli Army Of Lovers in compagnia di Stromae (tornando a Confessions On A Dance Floor, Sorry si apriva con l’indimenticabile frase-tormentone «Je suis désolé»).

Alla difficoltà sociopolitica attuale la risposta è insomma l’edonismo della pista, ma nella sua accezione maggiormente catartica, finalizzata a centrare libertà e autoconsapevolezza, con tanto di introspezione privata. Prendiamo le ballad, prevalenti nella seconda metà del programma, quasi cantautorale: da una parte la commovente Fragile è un bell’omaggio al fratello Christopher scomparso nel 2024, l’anno in cui è venuta a mancare anche la matrigna Joan della quale si parla in Betrayal, che campiona Gnossienne No. 1 di Satie, e dall’altra The Test è la prima canzone filo-soul co-firmata con la figlia Lourdes “Lola” Leon, soprannominata “Little star” come la Little Star contenuta in Ray Of Light. Se il dancefloor è come detto una soglia, la vita come cantato in Fragile è un portale perché l’energia non si esaurisce mai. CONFESSIONS II si fa strumento-santino da avere con sé per questi basilari passaggi di stato. Forse toneremo ancora a confessarci dalla dea grossomodo nel 2047?

 

 

 

 

 

 

 

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