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6.5

Hugo Pierre Leclercq, in arte Madeon, è sulla scena da parecchio (il 2010) e qualcuno lo vede come l’ultimo avamposto del French touch, o comunque come colui che ne ha convertito le coordinate sui lidi del pop contemporaneo. Il contesto degli esordi è quello dell’elettronica francese dei 2000 ad ampio spettro, da Human After All dei Daft Punk a Wolfgang Amadeus Phoenix dei Phoenix fino a Hurry Up, We’re Dreaming degli M83, ma è il suo aggiornamento ai trend del decennio successivo a metterlo sotto i riflettori quando non è ancora maggiorenne. Leclercq non cavalca l’onda del brostep: si piazza piuttosto sul lato più “emotional” dell’EDM di Avicii, Zedd e Calvin Harris, A metà anni Dieci, assieme al “gemello diverso” Porter Robinson, Shelter ne diventa il biglietto da visita, una hit planetaria che già dal titolo intende la dance del periodo come una faccenda più intima e protetta, fatta di battiti attutiti, synth luminosi, chitarre liofilizzate e vocalizzi cartoon dal gusto nipponico.

Dagli esordi giovanissimo come “drago” del Launchpad e dei campionamenti, la fama lo porta a produrre per star di medio e alto profilo. Nel carniere c’è nientemeno che la Lady Gaga di ARTPOP e, al volgere del decennio, arriva pure una nomination ai Grammy per l’album del 2019, Good Faith, che a quel punto suona come un compendio di una carriera in bilico tra dance e pop.

Da allora alla prova successiva, Victory, passano sette anni, e il taglio scelto ora dall’ormai trentaduenne è bello che sgamato: un revival che lambisce in più punti l’estetica electroclash (si pensi ai Fcukers, ma anche a certi ritorni recenti di Peaches, Adult e Ladytron), pur filtrandolo attraverso la sua grammatica. Del resto, la strada gliela aveva indicata proprio Robinson con SMILE!.

Nel primo brano in scaletta, Hi!, a suonare per la prima volta una chitarra elettrica in un suo disco è Mikey Freedom Hart dei Bleachers, con effetto guitar hero. Il resto della scaletta, va da sé, rilegge l’estetica Y2K in modo non distante dalla Charli XCX pre e post Brat, tra derive fidget (Car Crash Baby) e momenti di apparente purezza pop (Dancing On Your Grave). E ancora: sintetizzatori più ruvidi e quasi rock attraversano Super Platinum con Erick the Architect dei Flatbush Zombies, mentre le chitarrine 80s di Somebody Else fanno pensare a un Billy Idol reimmaginato in chiave post-EDM (!), quando il gioco di strobo e laser in Chaos Magic è più esplicitamente pop rock. Nel singolo Fire Away con Slayyyter non è difficile immaginare fino a dove potrebbe spingersi con l’autotune Julian Casablancas.

Victory — e non è secondario — è un album pensato per la resa live, costruito su un impianto audiovisivo sincronico che ne governa struttura e percezione. Le melodie sono immediatamente leggibili, spesso segnaposti intercambiabili, funzionali a un’idea di intrattenimento che diventa il vero centro del disco, dichiarato senza mediazioni nei suoi 31 minuti.

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