Recensioni

“Bloom”, “sbocciare”; “Lily”, “giglio”; insieme: Lily Bloom. Era un destino impresso nello spazio di un nome e di un cognome, quello della protagonista di It Ends With Us. Quel legame unico, istintivo, verso i fiori, verso la loro cura, l’attenzione nel renderli una tavolozza di colori che catturano l’occhio, riempiendolo di mille sensazioni, la giovane sembra non esserselo scelto; era predestinata a cucirselo addosso. E così, la donna che guida verso Boston, nella speranza di rinascere e di ri-sbocciare con colori nuovi, più belli e più accesi, è un giglio che cerca di riaprire al mondo una purezza perduta.
Al centro di It Ends With Us c’è dunque Lily, e c’è la sua interprete, quella Blake Lively che si fa punto nevralgico, faro illuminante dell’intera opera. Il mondo della giovane prende vita in un attimo di morte: dopo il funerale del padre, la ragazza decide finalmente di trasferirsi a Boston per aprire il proprio negozio di fiori. Con le chiavi ancora in mano, e gli spazi da pulire, Lily incontra Ryle Kincaid (Justin Baldoni, qui anche regista e co-produttore), neurochirurgo bello e tenebroso, che si rivelerà essere il fratello della sua assistente fioraia, Allysa (Jenny Slate). Ma Ryle non è un tipo da relazione stabile; a lui piacciono le avventure, cosa che spinge Lily a resistere alle sue lusinghe, frenata anche dai fantasmi traumatici di un passato che ritorna: il padre picchiava la moglie, e ha fatto lo stesso con il primo amore della figlia, Atlas. Quando finalmente Lily cede alle attenzioni di Ryle, sarà proprio l’incontro con Atlas nel suo ristorante a scatenare il lato oscuro e violento dell’uomo, con cui Lily dovrà fare i conti.
È un film che gioca costantemente sull’essere duplice e duale, antitesi e amalgama di temi, gesti, e possibilità, It ends with us. È un film che vuole confortare il proprio spettatore, con fare semplice ed elegante, trattando al contempo un argomento delicato come la violenza domestica; una violenza che qui non è mai netta, vivendo sul crinale della sua manifestazione visiva, e quella potenziale. La collera di Ryle si esprime con gesti che oscillano tra il condannabile e il sopportabile, e questo, in un momento storico come quello attuale, non è forse più accettabile.
Il bloccarsi sul confine tra due stati d’animo, rimanere neutrali senza prendere una posizione, lascia spazio a una possibile comprensione e vicinanza verso un personaggio come quello interpretato da Baldoni, i cui comportamenti non possono e non devono essere accettabili o compresi.

In questa dimensione duale, It Ends With Us si configura principalmente come una galleria di primi piani nei momenti di intenso pathos emotivo, catturando sguardi che rivelano ogni mutamento interiore, brividi sulla pelle e scosse nell’anima. Le riprese si allargano per inquadrare due corpi in conflitto, pronti a essere divisi dalla paura dei colpi da infliggere e dalle botte subite.
Sono inquadrature perfettamente frontali al campo di visione, studiate, preparate, mai poste fuori asse, che proprio per questo perdono di quell’imprevedibilità, di quel sopraggiungere improvviso della violenza accecante. Un attacco di ira non si preannuncia, non bussa alla porta; arriva senza preavviso. Questa costruzione meticolosa della messinscena finisce per indebolire il senso di dolore e abuso che il personaggio di Lily prova su di sé. Un sentimento figlio di traumi passati, un fantasma che ritorna a farle visita, ma che Baldoni non riesce a sfruttare appieno, rimanendo ancorato alla classicità e ai crismi di un genere che avrebbe bisogno di sfumature nuove, in grado di rispondere alla portata narrativa della storia.
La regia di Justin Baldoni – già noto per A un metro da te e Clouds – segue il semplice processo di traduzione visiva del materiale di partenza. Prende le parole di Colleen Hoover, le adatta in sceneggiatura insieme a Christy Hall e le riversa sullo schermo con un approccio canonico e alquanto classico. It Ends With Us risulta così un riassunto di mille storie già viste: una love story che, caricata dalla sua costante adesione al genere e alle regole del mélo classico, non spinge mai sull’acceleratore per sottolineare con forza la tematica centrale e il contenuto denunciatorio del racconto. Non basta sussurrare questo messaggio all’orecchio dello spettatore; in un periodo storico come quello attuale, la violenza domestica deve essere urlata, sbattuta in faccia in prima pagina, non semplicemente sospirata.
Supportato da un montaggio ispirato e solido, capace di saltare con agilità dal presente ferito a un passato doloroso, il film si presta perfettamente al target di destinazione. Mostra, sebbene non indugi come avrebbe potuto fare coraggiosamente, gesti, mani e spintoni che tentano di allontanarsi dalla minacciosa normalizzazione delle situazioni domestiche violente e abusive, che di normale non hanno nulla. È proprio nel momento in cui Lily squarcia il velo di Maya che le annebbiava la vista, falsificandole la percezione della realtà, che il film avrebbe potuto osare di più e sottolineare le crepe interne di una donna tradita nel corpo e nell’anima. Invece, opta per una risoluzione frettolosa e sbilanciata. Tutto è perfetto, i volti sono baciati da una luce intensa che elimina i difetti, leviga ogni cosa, pialla le croste di ferite mai insanguinate e subito rimarginate. Lo stesso running time rappresenta un’eccezione per un’opera che segue pedissequamente il decalogo del romance, ma che si distacca proprio nel campo della durata. 130 minuti sono tanti, troppi, soprattutto se destinati a sequenze che distendono il racconto con attimi e momenti poco incisivi per l’economia del film.

It Ends With Us è dunque un bouquet di fiori decorati con cura e attenzione, capaci di esaltare la loro apparenza estetica, ma che nascondono radici secche pronte a far appassire ogni petalo nel breve tempo possibile. I costumi, la colonna sonora con brani di autori come Taylor Swift e Lewis Capaldi, le scenografie: tutto vive di apparenza, come lo sguardo magnetico di Blake Lively nel suo ruolo, ma limitato da battute vuote, destinate a perdersi nel nulla. I primi piani indugiano su sguardi perfettamente illuminati, mentre il dolore avrebbe dovuto prevalere, rivestire i volti di ombre, sguardi bassi, inquadrature inclinate, e bocche incapaci di proferire parola. E intanto, la macchina da presa continua a immortalare questi volti perfetti, che sembrano sfiorati, ma non veramente toccati, dalle loro tragedie.
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