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7.5

Per chi lo ha seguito fin qui, quello dei fratelli D’Addario è stato un percorso decisamente esaltante, con cui ogni appassionato di pop music che si rispetti deve fare i conti prima o poi; un’epopea rock’n’roll vecchio stampo che, disco dopo disco, ha visto i due ventenni all’instancabile ricerca della canzone perfetta, affinando una forma di artigianato (prima ancora che un’arte) che ha davvero pochi eguali nel panorama odierno.

Archiviati i tre ricchi, ondivaghi e volutamente eccessivi lavori giovanili usciti tra il 2016 e il 2020 sotto 4AD, il loro eclettismo tutto rivolto all’indietro ha saputo raggiungere esiti sempre più classici e cristallini, con coordinate e focus ogni volta leggermente diversi, dalle morbide trame acustiche ed orchestrali di Everything Harmony (2023), primo capitolo di quello che oggi può considerarsi il nuovo corso del duo, al bubblegum colorato, barocco ed iper-arrangiato dell’eccellente A Dream Is All We Know (2024), in uno sfoggio di maestria ed esuberanza creativa in grado di convincere anche i più scettici a suon di trovate melodiche ed armoniche di alta scuola (a un’ipotetica università di Beatles e Beach Boys, i Gracchi di Long Island sarebbero laureati con lode, menzione e bacio in fronte).

Con sotto il braccio un’incessante attività dal vivo e una sfilza di progetti che li hanno impegnati a vario titolo (l’album solista di Brian Till The MorningWritten By del padre Ronnie D’Addario, Playin’ Dumb delle Tchotchke, senza contare recenti collaborazioni con Thundercat e Uni Boys), tocca adesso a questo Look For Your Mind! il compito di consolidare quanto costruito e rilanciare la scommessa artistica dei Lemon Twigs, nel non facile intento di mantenere credibilità ed ispirazione ai livelli delle prove precedenti, provando ad aggiungere qualcosa in più a una formula tanto riconoscibile quanto potenzialmente rischiosa.

Fissate le coordinate temporali a metà sixties (fine 1966 / inizi 1967, diremmo) sin dalla copertina, la sfida adesso è di mantenersi nei confini della canzone da due-minuti-due, sfruttando al massimo le possibilità di tale formato per un LP che ne contiene quattordici (come Revolver, per capirci); con i sodali Reza Matin, Danny Ayala ed Eva Chambers a completare l’organico alla bisogna in diverse configurazioni in studio, ai due ex brothers of destruction non resta che destreggiarsi nella consueta varietà di stili lasciando la propria distinta impronta autoriale a fare la differenza, in un approccio decisamente più chitarristico e da live band ricorrendo, solo in alcuni casi, ad arrangiamenti elaborati e sovraincisioni, semplificando armonia e strutture ma mantenendo la cura certosina per i dettagli, le sorprese, i nugget (un accordo inusuale, un cambio di tonalità, un’armonia, un effetto – la composizione e la produzione, rigorosamente analogica, restano ai livelli che conosciamo).

Un intento messo subito in pratica dal singolo apripista I Just Can’t Get Over Losing You, centoventidue secondi a trazione Michael che contengono una pletora di idee e guizzi da riempire facciate intere, a metà tra la freschezza eterna di A Hard Day’s Night e la solennità, sul finale, di God Only Knows ma con il piglio sfacciato e spensierato dei Rubinoos. Non è un gioco per tutti e loro, dopo averne dettato le regole, ne restano i fuoriclasse: vedi l’episodio diametralmente opposto 2 or 3 – il quadrante stavolta è quello di Brian – che porta la ricchezza di momenti passati come A Dream Is All I Know e They Don’t Know How To Fall In Place in territori più morbidi, accessibili, immediati, romantici e ugualmente adorabili, tra acustiche, flauti, tastiere vintage e una melodia che più sunshine non si può.

Eccetto poche, ma significative – e parecchio gustose – concessioni alla psichedelia (una title track Byrds-iana come vuole il manuale, una Fire And Gold in quota Who e la dissonante e stupefacente conclusione in zona The Move dell’esistenziale Your True Enemy, con il suo armamentario di leslie, phaser e suoni al contrario), la scaletta sa ben capitalizzare su quanto già espresso in passato, mettendo in luce i rispettivi talenti dei due germani e approfondendone determinati aspetti, in un tandem compositivo che è la vera forza del progetto, anche al netto di qualche calo fisiologico di ispirazione e di un appiattimento lirico su cuore/amore (scelta per lo più stilistica, come vedremo sotto).

A parte la sorpresa di Bring You Down (un rock’n’roll fifties come sarebbe piaciuto allo Springsteen di Nebraska – anche per il tema sociale, ispirato dai lavoratori di Amazon), le canzoni a firma del D’Addario maggiore ne certificano ancora una volta la versatilità e i topoi stilistici, dalla ballata per chitarra classica ed archi Joy agli immancabili tributi ai propri geni protettori (Todd Rundgren in I Hurt You,  McCartney in Gather Round), laddove Michael acquista quota dando alla scaletta una decisa virata power pop, ora ossequiando direttamente gli adorati Raspberries (Nothin’ But You – ma occhio a quel bridge in levare alla RAM – e la strepitosa My Heart Is In Your Hands Tonight), ora evocando gli Hollies (la pur calligrafica You’re Still My Girl) e i Fab Four circa ‘63/64 (scrittura del bridge di Yeah I Do è da masterclass), ora rallentando e virando verso il Brian Wilson più celestiale (Mean To Me, ballatona che fa il paio con In The Eyes Of A Girl dal disco precedente), mostrando sempre e comunque un amore sconfinato per la materia.

Ed è proprio questo sentimento inequivocabile che, se vogliamo, ci consente di leggere questi Lemon Twigs del 2026 non più (o non solo) come abili artigiani o emuli nostalgici di un passato musicale impossibile da rivivere, ma come discendenti diretti di quella schiera di band e musicisti (da Big Star e Badfinger in giù, ma potremmo spingerci indietro a nomi oscuri come The Choir…) che, da più di cinquant’anni, hanno messo su un universo fatto di chitarre e cuori infranti, melodie sublimi, armonie vocali e riff implacabili, sbattendosene allegramente di suonare alla moda o contemporanei (qualunque cosa voglia dire) e cantando, il più delle volte, di innocue schermaglie amorose nella pura tradizione merseybeat.

Che la si chiami new pop revolution (come annuncia il mensile inglese Shindig!) o youth revolution (come preconizza il ventenne Kai Slater/Sharp Pins, diretto competitor dei D’Addario), il caro, vecchio power pop sembra essere qui per restare e, stando alla pletora di band sbocciate intorno ai Nostri (da citati Uni Boys e Tchotchke a Mod Lang e Josephine Network) e non solo (Cut Worms), sa in qualche modo parlare a una nuova generazione (suggestioni psichedeliche a parte, “look for your mind” è un invito a mantenere la barra dritta in tempi oscuri come questi), continuando nel contempo a toccarne altre.

Che li si veda come teste di serie di tale fenomeno o meno, questi sono sicuramente i golden years dei Lemon Twigs. Che poi, alla fine, stanno solo suonando la musica che più gli piace. E più ci piace.

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