Recensioni
Kanye West & Ty Dolla $ign
VULTURES 1
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Fabrizio Testa
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Edoardo Bridda
- 18 Febbraio 2024

È incredibile come, malgrado tutto, ci si approcci sempre con una certa sacralità a un nuovo album di Kanye West. Anche oggi, con la reputazione ai minimi storici, con mezza scena che gli ha voltato le spalle e gli sponsor (Adidas in primis) in fuga, l’uscita di Vultures 1 è preceduta da un hype importante. Un fattore senz’altro dettato dalle innumerevoli controversie che lo hanno accompagnato negli ultimi tempi ma anche dall’oggettiva curiosità di capire se quel genio che vent’anni fa pubblicò The college Dropout abbia effettivamente ancora qualcosa da dire.
Parlare di Ye oggi è innanzitutto una (estenuante e raramente spassosa) questione di contesto. Da otto anni a questa parte è quello a scandire la sua presenza nelle nostre timeline. Una spirale di provocazioni sempre più estreme e indifendibili di cui si è anche perso il conto: le affermazioni sulla schiavitù degli afroamericani (“Quando senti parlare di schiavitù per 400 anni suona come una scelta“, disse a TMZ), la negazione dell’olocausto, la relativa identificazione con il nazismo, le simpatie per Trump (e il compatimento di quest’ultimo), le ambizioni presidenziali.
Bla Bla Bla. Un rumore di fondo sempre più assordante, detto altrimenti un mare di cazzate, contrappuntato però da accadimenti personali non secondari: un divorzio serio nelle sue implicazioni innanzitutto per i figli, un bipolarismo di lunga data lasciato volutamente in libertà. Una serie di fattori – non ultimo, la noia e i capricci di un ex miliardario – che hanno lo portato a un isolamento certificato dalla natura dall’album stesso. Max Martin che gli nega il permesso di utilizzare il sample di Backstreet Back (il leak si trova ancora sul web), Nicki Minaj che chiede di eliminare la propria strofa, Ozzy Osbourne che saputo dell’appropriazione indebita della propria musica manda una diffida e ottiene la rimozione del campione incriminato, gli eredi di Donna Summer che si ritrovano in Good (Don’t Die) prima un’interpolazione di I feel love e poi una sua versione cantata con l’AI che tenta di aggirarne l’infrazione di copyright (il brano è stato comunque rimosso dalle piattaforme).
Isolamento sì ma anche futili – disperati? – motivi per far parlare di sé anche a discapito di Vultures I, un disco pensato per buona parte in Italia accanto ad una nuova moglie feticcio, Bianca Censori, plasticamente esposta nella cover (in una posa che ricorda la ex). Primo capitolo di una trilogia condivisa con Ty Dolla Sign, che, figuriamoci, mai fosse comprimario, piuttosto pedina strategica per limitare i danni, a colmare di strofe in linea di galleggiamento, il vuoto creativo di un (ex) genio che da solo ormai non ce la può più fare.
A testimoniare che questo sia un-joint album è poi la stessa copertina con la coppia e non lui, manco in background. E a certificare che il disco è meno importante di come i soliti mille ritardi e posticipi sottendevano è innanzitutto ciò che Ye ha da dire e come lo dice. Vogliamo distinguere sproloqui e esposizione, noi che magari lo slang USA non lo capiamo proprio al volo? Niente wow da nessuna angolazione. Keys of my life fa eccezione dacché il tema trattato è Kim Kardashian, in Talking c’è la voce fantasmatica di James Blake e la figlia che reggono il pezzo, non lui (il che è tutto dire).
Strofe e barre a parte, la produzione ha un suo fascino ed è probabilmente la migliore della fase “post delirio”. Ed è interessante notare come Ye lo stilista-produttore abbia ancora l’“orecchio sartoriale” per la propria musica, l’intuito anche solo per scegliersi i collaboratori (sono al solito una marea: Timbaland, FNZ, SHDØW, Digital Nas, JPEGMAFIA, Ojivolta, Sean Leon, Hubi, SHDØW, Vinnyforgood, VEYIS), tagliuzzarne creativamente i contributi e magari dopo non pagarli, ma questa è un’altra storia. Anche stavolta, come e nei dischi precedentemente pubblicati, c’è poco di davvero definito e definitivo; dietro le crepe della maschera del “rapper sperimentatore” sempre più sono gli indizi (e le prove) di un quadro incompiuto e approssimativo.
Rispetto al precedente Donda (e al suo infelice secondo capitolo), l’album, se non altro, risulta maggiormente organico e lo si nota fin dall’introduttiva (e promettente) Stars, una versione spettrale dell’opening de Life of Pablo, Ultralight Beam che sembra riprendere il minimalismo del capitolo precedente, ma in realtà è solo un inganno.
Emergono, è vero, i tratti e la bontà della produzione del passato come dimostra l’approccio vintage di Burn, il baile funk di Paperwork (che riecheggia le trame di undici anni fa), i sentieri già battuti in 808s & Heartbreak di Paid. Il campionamento degli ultras dell’Inter in Carnival è effettivamente perfetto, ne mostra una nuova sfumatura nell’utilizzo dei cori (sempre grandi protagonisti della sua discografia), qui supportati da violenti synth.
Talking, Carnival e in parte anche Stars (rovinata da una trollata sugli ebrei che fa solo arrabbiare), tirando le somme, i pezzi buoni (e aggiungiamo una super strofa di Freddie Gibbs in Back to me) ci sono, ma non bastano. E non compensano e/o giustificano la prevedibile sequela di ospitate non accreditate (Playboi Carti, Travis Scott, Chris Brown, Quavo, il postumo Nipsey Hussle ecc.), tutta gente che ancora non gli ha chiuso la porta in faccia, ma potrebbe farlo in futuro.
Conoscendo Ye Vultures I non avrà seguiti, con buona pace di chi ascolta.
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