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7.5

L’essere prolifici può essere una benedizione o una maledizione, è cosa nota. Succede che i fratelli D’Addario, meglio conosciuti come The Lemon Twigs, lo siano al punto da scrivere, registrare e produrre canzoni a gettito più o meno continuo, così da potersi permettere di pubblicare due album in poco più di un anno (Everything Harmony e A Dream Is All We Know) e di lasciare chissà quanta altra roba nel cassetto, in attesa del momento opportuno o del modo migliore di tirarla fuori. Si tratta solo di trovare la giusta coesione stilistica e tematica, e il gioco è fatto.

Ecco allora che questo Till The Morning, che arriva ad appena dieci mesi dall’ultima uscita a nome dei newyorkesi e nonostante sulla carta sia un esordio da solista, altro non è che un’ulteriore faccia di quel medesimo prisma creativo, con la bilancia che, a questo giro, anziché star in perfetto equilibrio, pende dalla parte del maggiore dei germani.

Presentate senza troppi giri di parole e con forse eccessivo understament come “scarti” (“leftovers”), queste undici tracce a firma del solo Brian – che suona quasi tutto da solo, come ormai c’è da aspettarsi – sono state incise tra il 2017 e il 2023 in contemporanea e nelle stesse modalità di quanto pubblicato a nome della band, ovvero con la collaborazione in fase di produzione del junior twig Michael (presente per di più in un paio di brani). La scelta di pubblicare in libertà per la propria etichetta (Headstack Records, creata appositamente per questo tipo di output), senza le pressioni economiche e promozionali di una “vera” uscita dei Twigs, rappresenta anche un certo grado di sicurezza e di indipendenza; ma guai a considerare questo come un b-album destinato ai soli fan – per quanto chi ha familiarità si troverà inevitabilmente a casa.

A parte la differente ragione sociale in copertina, ritroviamo infatti grossomodo lo stesso approccio a scrittura e ambientazione sonora a cui ci hanno abituati (o meglio, viziati) i lavori precedenti a nome del duo: un’estetica amabilmente passatista in termine di stile, strumentazione, songwriting e feel, con l’obiettivo ben puntato su un preciso periodo della golden age degli anni ’60 o poco oltre. Se Everything Harmony fluttuava tra atmosfere languide e sognanti, acustiche ed orchestrali (con qualche concessioni al power pop dei ‘70) e A Dream Is All We Know era un caleidoscopio psych-bubblegum battezzato dai diretti interessati con la buffa crasi “merseybeach”, l’etichetta appiccicata a questo disco è “country baroque” e, stando alla traccia omonima e al suo melange perfettamente riuscito del Dylan elettrico del biennio 65-66 (organo incluso) con certi Left Banke, sembrerebbe proprio così.

Ma per quanto One Day I’m Coming Home con la sua lap steel sia innegabilmente country (alla maniera del Gene Clark più struggente) e Flash In The Pan abbia nel mezzo uno stacchetto bach-iano à la Zombies che più barocco non si può (infilato in quella che sembra una mai avvenuta collaborazione tra McCartney e Harrison nel 1971), è altresì chiaro sin dal primo ascolto quanto sia aleatorio provare a inscatolare una proposta artistica tanto ricca, varia e ispirata, in tutto complementare – e non subordinata – al pregresso pubblicato da (dai) D’Addario. Nel confronto la qualità non è certo inferiore, anzi: basta anche solo un Lemon Twig per del vintage pop artigianale di altissimo pregio, suonato, eseguito ed orchestrato divinamente, si tratti dei richiami a Byrds e Buffalo Springfield (con una spruzzata di Beatles circa ’65) di Nothing On My Mind, delle armonie celestiali alla Everly Brothers di Only To Ease My Mind o del superclassico power pop di This Summer (dove i padroni di casa lasciano persino spazio all’amico Daryl Jones, in un’estemporanea collaborazione nata in poche ore di jam in studio – ma quei violoncelli alla fine non sembrano proprio lì per caso…).

Canzoni che, di fatto, potrebbero costituire un’appendice ai dischi precedenti (What You Are Is Beautiful, coi suoi delicati virtuosismi di voce e chitarra classica, è chiaramente sorella di Corner Of My Eye e When Winter Comes Around), con la differenza – o valore aggiunto, se vi va – di tenere i riflettori puntati sulla personalità artistica del solo Brian, che qui pure rinuncia a certe “sue” caratteristiche in favore di un mood più adulto e riflessivo e di una scrittura più lineare (al bando tempi dispari o certe irregolarità metriche, per capirci), lasciando prevalere certe passioni personali come l’amore per autori da musical come Irving Berlin e Hoagy Carmichael (filtrati da Harry Nilsson, vedi Song For Everyone, o Company, con la sua orchestra di chitarre e synth in odore di Brian May/10cc), mentre la firma in paio di episodi di Stephen Kalinich, poeta losangelino e collaboratore di lungo corso dei Beach Boys, è la doverosa e rituale aggiunta al curriculum (dopo i precedenti di Todd Rundgren e Sean Lennon).

E se, per gioco, ci dimenticassimo dell’esistenza dei Lemon Twigs anche solo per un ascolto disinteressato delle conclusive Useless Tears (ballad pastorale attraversata da archi drammatici il giusto) e Spirit Without A Home (finalone romantico in sei ottavi, ricco di modulazioni e trovate armoniche da scriverci manuali), ci ritroveremmo comunque ad applaudire questo Brian D’Addario, esordiente di innegabile talento. Mannaggia a lui (e a suo fratello).

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