Recensioni

Nel 2019 K Á R Y Y N debuttava con un convincente album che ne fissava le coordinate in un futuristico art-pop. Kate Bush nel cuore, Björk nell’attitudine, FKA twigs nelle movenze: da lì si diramavano una marea di richiami a coetanee possibili e affini, da Sevdaliza a Lafawndah, fino a sfiorare il bianco assoluto dell’hyperpop. Già allora il panorama era piuttosto affollato, ma la cantante e producer siro-armeno-americana riusciva comunque a distinguersi, facendo emergere il proprio dolore attraverso una biografia che si intrecciava con il suo retaggio culturale.
Sette anni dopo, PHYSICS UNIVERSAL LOVE LANGUAGE prosegue quel discorso, accentuandone la dimensione più accessibile e drammaturgicamente mainstream. L’ambizione non manca: accanto a voce, archi e synth modulari compaiono persino — a detta del press kit — ritmiche gravitazionali accordate a 432Hz. Il cast produttivo è di primo piano: James Ford alla regia esecutiva insieme alla stessa KÁRYYN, Hudson Mohawke in co-produzione, e poi Jacques Greene, Steve Nalepa, Luca Perry e Duncan Fuller. Gli archi sono affidati a Raven Bush, mentre il qanun di Maya Youssef introduce un timbro mediorientale che resta però più evocato che davvero integrato. Mix di Marta Salogni e mastering di Joker completano il quadro.
Eppure, più che il viaggio audace e trascendente promesso — una rivoluzione umana capace di tradurre l’amore in sistemi di energia e verità — ciò che emerge sono invece standard produttivi: troppo poco “avant” per incidere davvero sul piano sonico, troppo rigidi nell’alternanza tra intimismo e slancio melodico per risultare vibranti. Anche i richiami alla tradizione armena e mediorientale finiscono per restare sullo sfondo (the 6th), mentre emergono istrionismi à la Florence And The Machine (Elsewhen), prose r’n’b da manuale (end to knowing you) e risapute derive tra tech e trance (Pull). Tutto rimane in superficie.
Amazon
