Recensioni

8.5

Too many people going underground…

“L’album intitolato Ram è così terribile che è difficile capire dove comincia. Non c’è un solo pezzo coerente o significativo … Occasionalmente c’è qualche traccia di melodia alla superficie di un mare di mediocrità che ci fa ricordare che, sebbene McCartney abbia un certo talento nell’arte musicale, questo non è mai sviluppato intelligentemente … i versi sono disperatamente assurdi, privi di buon senso e senza obiettivi reali … Paul si comportava male da compositore e pessimamente da produttore”. Se le parole di Bob Woffinden, penna di NME e autore nel 1981 di The Beatles Apart (in Italia uscito come Beatles Solo) vi appaiono un tantino severe, sentite come continua. “Tutti i pezzi sono disordinati, o troppo brevi o troppo lunghi… Un certo andamento irregolare delle melodie rivela evidenti sintomi di schizofrenia”.

Sì, si parla dello stesso uomo che ha realizzato, appena venti mesi indietro, Abbey Road – oltre a tutto il resto, prima e dopo di quello (Let It Be incluso). Sebbene pubblicate dieci anni dopo l’uscita del disco, le parole di Woffinden riecheggiano quelle della stragrande maggioranza dei giornalisti dell’epoca, avventatisi su Ram come mastini inferociti su un osso sin troppo a portata. McCartney era, in sostanza, un pazzo, un mentecatto; nella migliore delle ipotesi, un pagliaccio, un impostore, una truffa, molto, molto meno della metà dell’uomo che era un tempo (“The only thing you’ve done was Yesterday / And since you’ve gone you’re just… Another Day”). Era questa, la verità? O era soltanto la storia che andava raccontata in quel momento?

In quel maggio 1971, il corpo dei Beatles ancora caldo, l’uomo con la pistola fumante era lui. “Paul quits the Beatles”, avevano titolato tutti i giornali poco più di un anno prima allorché aveva preso pubblicamente le distanze dagli altri tre nel presentare alla stampa il suo esordio solista, pur non annunciando a chiare lettere uno split che, nei fatti, era realtà da mesi, per molteplici cause – che non andiamo qui a snocciolare ma che 1) sì, in effetti ruotano per lo più intorno a Macca e 2) sì, c’entra in qualche modo Yoko ma, diremmo, anche Linda o qualsiasi altro fattore esterno al cerchio magico dei Quattro. Quindi sì, Paul era un bersaglio sin troppo facile, allora.

Storici odierni tendono a considerare questa narrazione, che peraltro ha tratto per anni linfa vitale proprio dal vetriolo degli ex compagni, a partire dallo storico feature di Rolling Stone Lennon Remembers (passando, certo, per How Do You Sleep? e tutte le infinite tirate su Maxwell’s Silver Hammer e Obladi Oblada e la musica per nonnine), come determinante nella lettura negativa dell’artista McCartney, perdurata per anni, anche dopo l’omicidio che ha posto definitivamente fine al sogno.

Diventa quindi evidente come l’ormai unanime rivalutazione di Ram abbia molto a che fare con la riscrittura di questa storia; una riscrittura certo doverosa ma, ecco, come tutti i revisionismi non esente da eccessi in direzione opposta. Laddove Pitchfork e accoliti lo considerano da qualche lustro il papà di tutti i dischi indie pop (unitamente al debutto autarchico McCartney, ugualmente vituperato a suo tempo per i succitati motivi e susseguentemente rivalutato), francamente anche questa lettura ci sembra decisamente forzata. Certo, sin dal Magical Mystery Tour Paul aveva dimostrato di saper essere totalmente indipendente, di pensare fuori dagli schemi del sistema per seguire la sua visione autonoma e talvolta incosciente; quanto ciò fosse frutto di reale desiderio di indipendenza o di effettiva, fattuale onnipotenza derivata dal suo status unico non è semplice dirlo.

Se i suoi modi artistici erano – e sono! – indie(pendenti), si trattava comunque, vivaddio, di uno degli artisti più famosi e venduti del pianeta e Ram, al netto delle tonnellate di letame riversate a ogni mezzo, fu un grande successo commerciale: Uncle Albert / Admiral Halsey, filastrocca zuccherosa e ridondante di idee musicali e trovate armoniche e melodiche (non certo il classico singolo pop) fu il suo primo numero 1 in America. E lo fu, badate, nello stesso anno di Imagine e di My Sweet Lord (e pure di It Doesn’t Come Easy, toh). Non è certo colpa di Paul – e di Ram stesso – se poi sono venuti Band On The Run e i trionfi americani di Wings At The Speed Of Sound… e tutto il resto, che hanno lasciato quel successo del 1971 quasi tra parentesi, una postilla bizzarra in un periodo che più bizzarro non si poteva.

Quindi, come affrontare oggi, a cinquant’anni dalla sua uscita e a quasi ottanta di vita del suo autore, questo Ram? Capolavoro assoluto / incompreso o bislacca e personalissima declinazione di quello stesso genio da cui sono scaturiti classici immortali come Eleanor Rigby, Penny Lane, She’s Leaving Home, The Fool On The Hill, Blackbird eccetera eccetera?

A ragion veduta e con il beneficio del tempo trascorso, è piuttosto facile dire: entrambe le cose. C’è però un’altra chiave di lettura che, possibilmente, può farci comprendere e amare questo disco ancora di più. Ram è per Paul, in modo analogo ma allo stesso tempo drasticamente diverso nella forma, l’equivalente di Plastic Ono Band per John. Ovvero: lo svelamento della maschera.

Dietro l’apparenza, McCartney è in realtà una delle figure più enigmatiche del rock. Non come Dylan; non come Bowie. Non certo come Lennon, che era tutto fuorché enigmatico, anzi. No. McCartney lo è in un modo tutto suo.

È (stato) accusato di essere piacione, accondiscendente, ipocrita, tirannico, autoindulgente, ruffiano. Probabilmente, è ciascuna di queste cose. Per sua scelta/indole. Ma, al contempo, è uno degli artisti più sinceri e diretti della storia del pop. E Ram, il suo disco più discusso e celebrato, incarna questa meravigliosa contraddizione in un concentrato ipercalorico, vorticoso e imperfetto di idee, intuizioni, melodie, parole, canzoni. Troppo, troppo per essere contenuto in soli due lati di vinile. Figuriamoci per essere compreso.

Significativamente accreditato – l’unico della serie! – a Paul & Linda, registrato a New York nel corso di session segretissime con l’aiuto del batterista Denny Seiwell e dei chitarristi David Spinozza e Hugh McCracken, questo album vuole essere anzitutto un dito medio rabbioso – e naif – contro tutto e contro tutti. A partire da John & Yoko, presi di mira nell’iniziale Too Many People: “too many people preaching practices / don’t let them tell you what you wanna be” (troppa gente predica / non lasciargli decidere ciò che vuoi essere). Il messaggio è chiaro e semplice, e che colpisse nel segno ce lo dimostra proprio la ben più celebre risposta lennoniana della citata How Do You Sleep? (per non citare la cartolina a corredo con John che prende per le orecchie un porco al posto dell’ariete). Per suscitare tale reazione, Paul aveva certo centrato il bersaglio.

Ovvero: dietro la fattura delle canzoni, dietro le geniali e al contempo naturali – eppure forzate! –  trovate armoniche e melodiche, c’è un uomo come tutti gli altri: complesso e contraddittorio, contrariamente all’immagine eterna e stereotipata che si porta dietro. “Ram On, give your heart to somebody”, canta Paul a sé stesso nella quasi title track rievocando quel nick name dei tempi dei Silver Beatles (Ramon, che pure avrebbe ispirato una formazione punk rock di una certa notorietà): Paul, l’ariete, che va a testa bassa contro tutto e contro tutti.

Poi, beh, ci sono le canzoni. Non è un disco perfetto, Ram. Nessuno dei dischi di Paul lo è (nemmeno Sgt. Pepper’s, secondo taluni – e qui non possiamo che levare le mani in segno di resa). Eppure, in questo contesto, le dodici composizioni qui presentate, anche nella loro magniloquente ipertrofia, hanno una loro coerenza e un loro senso. Eccome (si veda alla voce Thrillington: trasposizione dell’intero album per orchestra, pubblicato anonimamente nel 1977…).

Pur nel suo essere eccessivo, carico, tanto, stracolmo di intuizioni e idee anche all’interno della stessa canzone, questo disco ci offre l’affresco più compiuto e variegato della sua personalità artistica. C’è tutto: rock and roll sguaiato e casual (Smile Away, Eat At Home), delicatezza bucolica (Heart Of The Country), intimismo e romanticismo (Ram On, la superlativa Dear Boy), vetriolo (la citata Too Many People e 3 Legs, postille sardoniche all’amara vicenda beatlesiana), dadaismo (Monkberry Moon Delight, tributo nonsense a Screamin’ Jay Hawkins, che pure ne fece cover), magniloquenza à la Abbey Road (la stupefacente Long Haired Lady; la sinfonia pazza in conclusione di The Back Seat Of My Car).

Fra innegabili pregi (è il suo disco che più di tutti paga tributo all’arte sopraffina del maestro/rivale Brian Wilson) e ingenuità (le onnipresenti backing vocals di Linda, musa irrinunciabile e indispensabile ma non certo ugola d’oro), Ram si staglia nella sua meravigliosa imperfezione: ciascun disco successivo dei Wings sarà comunque frutto di compromessi o sbilanciato dal punto di vista compositivo. Si dovrà vedere, a episodi alterni, da Tug Of War (1982) in poi per trovare un McCartney ispirato e a fuoco agli stessi livelli. Tra i tanti non-capolavori, questo è il suo definitivo. Ma è, soprattutto, il disco che più di ogni altro ci rivela la personalità di James Paul McCartney.  L’artista più popolare, ed al contempo elusivo, del XX secolo.

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