Recensioni

Per il suo primo film in lingua inglese, la lingua forse più democratica e alla portata di tutti, Pedro Almodóvar sceglie un tema altrettanto universale: la morte. «Per me la morte è innaturale», recita Ingrid (Julianne Moore) nella frase d’apertura del film: una sorta di manifesto che attesta tutta la tragedia della materia che il film va a trattare, ma anche il suo approccio da piece teatrale, tra dialoghi, digressioni e un’eleganza che è, forse, il tratto più evidente di questo film. Un’eleganza che però non salva la pellicola dai suoi difetti.

Un giorno, Martha (Tilda Swinton), una reporter di guerra malata di cancro terminale, chiede a Ingrid di restare al suo fianco nella casa che ha affittato per trascorrere gli ultimi giorni della sua vita con lei, nella “stanza accanto”.  Sono due amiche costrette a confrontarsi l’una con l’altra, in un gioco di specchi. Dopo un inizio lineare e si direbbe convenzionale, il regista ci trascina nel suo tipico universo in cui politica e racconto si fondono, e la vita di Martha e Ingrid diventa un’ode a tutte le storie di amori impossibili, guerre interiori, e la nostalgia del passato.

The Room Next Door si sviluppa principalmente come un dialogo continuo fra due straordinarie attrici. Tilda Swinton, in particolare, è la carta jolly che tanti registi spesso mettono in campo per dare profondità alle proprie storie (inutile dire che, invece, le due cose dovrebbero andare di pari passo), e anche Almodòvar sembra cadere in questo tranello, perché qualcosa, inevitabilmente , nel corso della pellicola sembra perdersi. Tilda Swinton, con il suo corpo “senza età”, diventa la figura di una dimensione cinematografica senza tempo, dove i ricordi, le passioni e i dolori della vita restano eterni, anche dopo la morte. La trama avanza lentamente, spesso attraverso flashback e racconti nel racconto e, per la maggior parte del tempo, siamo testimoni dei loro scambi che, come evocato anche dalla regia e dal set decor, sembrano imitare i tempi e i modi del teatro. Persino gli “effetti della guerra”, quella vissuta da Ingrid come da corrispondente, quella vissuta da Fred (l’uomo con cui Ingrid ha avuto una bambina) in Vietnam, sono messi in scena come fossero parte di un set cinematografico o come un mero racconto.

Sembra di essere all’interno di un quadro di Edward Hopper, dove il regista butta qui e là le sue ispirazioni e le sue ossessioni (Buster Keaton in tv,  il poster di Ingrid Bergman per richiamare il personaggio interpretato da Julianne Moore, ecc.): insomma, sembra di trovarsi all’interno di una galleria autocelebrativa che finisce per inghiottire la sostanza. Una sostanza che sul tema del fine vita finisce per essere anche piuttosto banale, visto che si limita tutto al concetto di libertà: ma nella vita vera la questione è più complessa e coinvolge altri fattori oltre a quelli etici, a cominciare dal posizionamento sociale e dalla propria ricchezza (guarda caso la protagonista è una persona ovviamente ricca). 

Nel suo primo film in inglese dopo i cortometraggi The Human Voice (2020) e Strange Way of Life (2023), Almodòvar riprende l’uso della voce confessionale come mezzo per un viaggio nel passato, come già accadeva nel bellissimo Madres Paralelas. Ma qui, siamo lontani anni luce dall’intensità emotiva del film con Penelope Cruz.

Il dettaglio della porta rossa è fondamentale nel film, una sorte di simbolo di passaggio e cambiamento. Almodóvar, come sempre, gioca con i dettagli, ma finisce con il soffocare quei tentativi di creare un legame più profondo tra passato e presente, e dare quindi peso alla sostanza del film.

La stanza accanto non è solo una riflessione sulla morte, ma anche sui sentimenti, come la passione e il rancore, e sul tempo perduto. È un altro omaggio al cinema melò che Almodóvar ha sempre amato, come Fassbinder, il cui spirito è perfettamente incarnato da Julianne Moore e Tilda Swinton. Soprattutto la Swinton, che sembra moltiplicarsi in ogni personaggio che interpreta. Ci sono abbracci, lacrime e rimpianti, ma La stanza accanto non riesce a raggiungere la vertiginosa bellezza di vecchi film di Almodóvar, che qui si ferma nella sua estetica, concentrandosi più sulla tecnica e sul “modo” di raccontare, che sulle vere emozioni che dovrebbero scaturire dalla trama. È funereo sì, ma non troppo. Elegante ma a tratti artefatto, con pochi dettagli che riscuotono il film dal suo torpore.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette