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Appena tre anni fa, Cut Worms (al secolo Max Clarke) era riuscito finalmente a mettere a frutto e a fuoco quanto di – tanto – buono aveva seminato a partire dal 2018 nei primi due lavori, dando alle stampe un dischetto omonimo che aveva del miracoloso, sospeso com’era tra ricercate atmosfere vintage e una vena irriducibilmente romantica, rivelatosi presto un piccolo classico della nuova scena cantautorale / power pop (non a caso, c’era lo zampino degli amici Lemon Twigs in un paio di episodi).
Un salto di qualità evidente e inevitabilmente foriero di conseguenze, che nel 2024 ha portato il songwriter originario dell’Ohio (ma di stanza a Brooklyn) ad esibirsi in supporto ai Wilco trovando in Jeff Tweedy un entusiasta sostenitore prima e un collaboratore da sogno poi. Registrato al Loft di Chicago, Transmitter vede infatti l’autore di Twilight Override produrre, supervisionare e suonare chitarre e basso, in un tandem da favola già sulla carta; tutto nell’ordine naturale delle cose, a ben vedere, con una generazione che abbraccia l’altra specchiandosi e riconoscendo radici comuni in uno scambio alla pari.
L’effetto immediato, all’orecchio, non può che essere quello più scontato e atteso, ovvero: canzoni di Cut Worms con il suono dei Wilco – il che potrebbe essere un problema soltanto nel caso in cui la somma non si rivelasse maggiore delle parti. Se il senso innato per la melodia, le scelte armoniche e la voce di velluto di Clarke li ritroviamo in gran spolvero, al posto dei riverberi, delle atmosfere anni ’50 e dell’adolescenza eterna dei Beach Boys troviamo adesso chitarre elettriche alla A.M. / Tom Petty (Long Weekend) o acustiche alla Cruel Country (Evil Twin).
Ma se è vero che certo country ha sempre fatto parte della grammatica del Nostro, dal dialogo con Tweedy si materializza, inafferrabile e sospesa, una dimensione da sogno tra Gram Parsons, Gene Clark e Alex Chilton – o, per restare più vicini a noi, colleghi come Kevin Morby o il Brian D’Addario solista – che, in definitiva, lascia emergere un talento nello scrivere canzoni del tutto personale e mai così centrato. In altre parole: (ri)trovare le radici per andare alla sostanza (pur impalpalbabile) delle cose.
Basterebbe la piccola epopea di innamoramento giovanile alla Big Star / Replacements di Worlds Unknown per averne prova certa (quali orizzonti di meraviglia dischiude un’espressione come “full moon in my arms”?), mentre la musica paga il giusto tributo a George Harrison (con figure di chitarra che piacerebbero a Steve Gunn); o ancora il mistero racchiuso negli accordi e nella melodia alla R.E.M. di Don’t Look Down (“will I still be there when I open my eyes”?), o le sospensioni Elliott Smith di Windows On The World e Shut In, o il finale per piano, voce, cori e archi di Dream, immerso in riverberi senza tempo e suggestioni Carole King/Buddy Holly.
Transmitter non è solo la conferma che si aspettava; è un – altro – piccolo miracolo di bellezza fragile e sfuggente che colloca, giustamente, il suo autore nell’olimpo dei songwriter contemporanei.
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