Recensioni

Un prequel fatto di produzioni techno e un disco, Nuova Napoli, che (ri)porta le atmosfere e i rare groove della scena napoletana tra anni Settanta e Ottanta alle orecchie di un pubblico nuovo e trasversale. In Italia come in Europa si torna a ballare sull’eredità lasciata da Senese, De Piscopo e Tony Esposito. Del 2022 il cambio di ragione sociale: i Nu Guinea diventano ufficialmente Nu Genea, segnando un cambio di prospettiva che apre la scrittura verso un orizzonte più ampio. Da qui un seguito che ne allarga i confini al Mediterraneo e oltre: il napoletano non è più lingua esclusiva (c’è anche il francese), il funk si contamina con ritmi e fragranze afrobeat e mediorientali, il digging dei dischi più segreti di un’epoca d’oro trova nuove declinazioni e commistioni in un ideale bar che più che under the sea è uno spazio conviviale e aperto anche ad altri protagonisti, una Napoli Futura che porta i nomi di Futuribile Record Club, Mystic Jungle, Napoli Segreta e Periodica Records.
Sullo sfondo c’è un capoluogo sempre più attrattivo e desiderabile, meta di turismo nazionale e internazionale, anche grazie al lavoro del regista Francesco Lettieri e dell’universo narrativo di Liberato. A livello più esposto arrivano Geolier e Luché, ma sotto la linea di galleggiamento del mainstream si affacciano progetti che tentano per vie parallele una rilettura contemporanea del canone partenopeo, come quello de La Niña. In questa congiuntura d’oro, Massimo Di Lena e Lucio Aquilina non hanno mai corso e anche questa volta si sono presi il loro tempo per dar forma a People of the Moon, di cui il primo singolo Sciallà esce quasi un anno prima, surfando sull’onda lunga di brani come Tienaté e Marechià che stanno ben oltre i 30 milioni di stream su Spotify.
È un lavoro nato da prove, errori e ripensamenti che, come quelli dei C’Mon Tigre, testimonia una continua ricerca di un superamento dei confini già varcati. La differenza con il collettivo di base a Bologna sta nell’attitudine: i Nu Genea ballano alla luce del sole un remix del passato reiniettato nel presente, il collettivo bolognese danza sotto i neon di un futuro già presente fatto di interfacce e schermi traslucidi.
Il nuovo lavoro propone, in dieci brani per 36 minuti, un’ulteriore prova d’ibridazione. Le lingue diventano quattro ma la voce è essa stessa vettore di contaminazione: María José Llergo – una Rosalía al Bar Mediterraneo – in Acelera e Celavì canta in spagnolo, Tom Misch – una sorta di Erlend Øye londinese – in inglese in Onenon, Fabiana Martone in un crossover napoletano-afro in Puleza, Gabriel Prado in portoghese in Ondas Do Mar e Celinatique in arabo in Shway Shway. La città del Vesuvio c’è e non c’è in questi brani che abitano altri posti, a partire dall’opening con Llergo, dove il funk diventa moltiplicatore di fascinazioni andaluse, chitarre highlife e colori flamenco.
Sono canzoni che scorrono leggere quelle di People of the Moon, piacione nei loro momenti più immediati (Onenon) ma sempre dotate dello scarto che le distingue dal mero esercizio di stile. I pezzi sono fatti con intelligenza, ancor prima che col talento o l’intuito per la hit, e pattinano con disinvoltura sulla pista concentrica di una retromania che è più balsamo che combustibile. Resta però l’impressione che si tratti di chimiche nate nello spazio dello streaming globale e a esso destinate. Lo scarto ulteriore, ma decisivo, sarebbe quello della necessità, perché il playground delle possibilità è ormai affollatissimo (Khruangbin, Kokoroko, Altın Gün e la lista potrebbe continuare). Ognuno si impone con il proprio intingolo, la propria production, ma superare la barriera dell’entertainment — anche quella che regge i salotti snob degli intenditori musicali — è una meta alla quale bisogna avere il coraggio di ambire.
Amazon
