Recensioni
The Beatles
Revolver [Super Deluxe, 2022]
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Antonio Pancamo Puglia
- 1 Novembre 2022

Non era certo scontato che dopo i nuovi mix (e relative riedizioni deluxe) di Sgt. Pepper’s, White Album, Abbey Road e Let It Be il team guidato da Giles Martin potesse ulteriormente mettere mano al catalogo più prezioso della pop music. La questione è puramente tecnica: i lavori pre-1967 dei Beatles erano stati realizzati con una tecnologia che rendeva letteralmente impossibile la separazione delle singole “voci” sonore; con soli quattro canali a disposizione, gli strumenti e le ugole dei Quattro erano “costretti”, sin dalla prima incisione su nastro, in spazi decisamente angusti, con inevitabile perdita di definizione e di dinamica.
Se le registrazioni originarie erano in partenza penalizzate, c’era poi il problema del mix: lo standard del 1966 era ancora il mono, cioè un suono ancora più inscatolato (per quanto, alle nostre orecchie, affascinante), lasciando al missaggio in stereo (quello più noto, ma non considerato seriamente nemmeno dagli stessi autori fino al 1969) “stravaganze” quali il panning, ovvero la separazione netta sui due canali, con le voci spesso spiattellate tutte da una parte e gli strumenti dall’altra (oppure: batteria e basso da un lato, il resto dall’altro, e così via).
Niente che non fosse la norma in quegli anni, certo. Il punto è che la faccenda del suono iniziava a farsi decisamente più seria per un disco come Revolver, basato non solo su canzoni formidabili (su cui moltissimo si è detto e scritto: dovreste conoscerle) ma anche, per la prima volta nella storia del gruppo (eccezion fatta forse per gli altrettanto formidabili prodromi di Rubber Soul), su arrangiamenti ed espedienti da studio sempre più elaborati, innovativi e complessi. È qui che il gap tra progresso artistico e progresso tecnologico diventa per la prima volta davvero evidente e drammatico nella storia della musica leggera del ‘900; non a caso, tale divario è stato un fattore non poco rilevante, pur tra altri, nella quasi concomitante decisione di abbandonare del tutto le esibizioni dal vivo da parte del complesso più famoso e osannato al mondo.
Una volta su nastro, quelle canzoni – o meglio, quelle esplosioni parossistiche e deflagranti di idee e soluzioni che, anche solo sulla carta, sarebbero bastate a cambiare un po’… tutto, in una completa ridefinizione degli standard e delle possibilità espressive di una pop band, anche e soprattutto in termini di produzione e di utilizzo dello studio di registrazione – sono dunque rimaste irrimediabilmente vittima delle limitazioni tecnologiche del loro tempo. Ciò non ha comunque impedito a Revolver di essere… Revolver, ovvio. Si tratta di un caso talmente senza precedenti che neppure le summenzionate limitazioni tecnologiche hanno diminuito il peso artistico dell’opera. Anche se in bianco e nero, sgranato e non certo a colori e in HD, si è pur sempre trattato di un big bang. La storia parla chiaro.
Ed è altrettanto chiaro che sul significato di quest’opera per la musica del 1966 e per tutta quella a venire; per i suoi autori stessi; per tutti coloro, musicisti e pubblico, che si sono dovuti raffrontare con questo deciso salto quantistico della pop music… questa nuova riedizione non può, e in un certo senso non dovrebbe, aggiungere niente che non si sappia già. O meglio, quasi. Perché grazie all’ormai celebre software brevettato dai tecnici di Peter Jackson che ha reso possibile quel miracolo chiamato Get Back, siamo oggi molto, molto vicini al sentire questo disco nella migliore dimensione sonica possibile; ovvero, con una separazione tra le diverse voci sonore – ottenuta attraverso l’intelligenza artificiale, in grado di riconoscere e dividere suoni diversi anche se incisi simultaneamente sulla stessa traccia – tale da avvicinarci a quello che in effetti doveva sentirsi dalle casse monitor e dagli amplificatori ad Abbey Road, prima che il registratore a quattro tracce imprigionasse e mescolasse tutto.
Il risultato è al contempo straniante ed esaltante. Il suono aperto, arioso e non più schiacciato su due canali, già sperimentato nei nuovi mix degli altri album citati in apertura, cambia quasi del tutto la percezione di Revolver. Il più delle volte, in meglio. I dettagli, resi già nitidi dal remaster del 2009, emergono molto più chiaramente, grazie anche a una organizzazione dello spettro sonoro del tutto diversa rispetto al vecchio mix stereo; si ascolti, a titolo esemplificativo, l’apripista Taxman (chitarra solista non più sul canale destro ma centrale; campanaccio adesso è a sinistra e non più a destra, e così via).
A beneficiare di questo trattamento è anzitutto la batteria, presente e udibile come non mai in tutte le sue componenti e non più schiacciata su un lato; ma anche ogni tipo di percussioni (battiti di mani e schiocchi di dita compresi), strumenti prima confusi o poco percepibili (il clavicordo in For No One, la chitarra fuzz in Love You To, il basso in Here, There And Everywhere; perfino i singoli strumenti ad arco in Eleanor Rigby sono stati evidenziati e redistribuiti). Non da ultime, risaltano finalmente le meravigliose armonie vocali, mai così chiare e distinguibili (dall’angelica Here There And Everywhere all’insospettabilmente complessa Dr. Robert, dalla laboriosa Eleanor Rigby alla celeberrima Yellow Submarine, dove sentirete distintamente tutti e quattro), a testimonianza imperitura del lavoro pazzesco in fase di arrangiamento da parte di George Martin, orchestratore – anche – delle ugole di John, Paul e George.
Insomma, un godimento estremo e una scoperta continua, anche per orecchie allenate da decenni all’ascolto di queste canzoni, con il solo caso di She Said She Said (in cui l’apertura degli spazi e separazione dei suoni ha del tutto neutralizzato e ucciso quel primigenio, e assassino, suono acido e garage – le limitazioni tecnologiche, invero, avevano anche i loro vantaggi) a rappresentare la proverbiale eccezione che conferma la regola. D’altronde, basta il nuovo mix di Tomorrow Never Knows a confermare il sospetto che, anche se avessero avuto la tecnologia adatta già allora, i Beatles di Revolver avrebbero comunque suonato come musica scritta, pensata, suonata e registrata domani. Non temano i puristi: per loro c’è sempre, nel quarto disco di questa nuova edizione, il mix mono originale del 1966 in tutta la sua gloria – ovvero, la versione voluta e supervisionata dalla band, con il suo carico di analogica, nebbiosa e primitiva imperfezione (e potenza).
Lasciando ad altre sedi la discussione di tutti quegli altri aspetti del disco che, qualunque versione si scelga di ascoltare, non cesseranno mai di far dibattere nemmeno tra altri cinquantasei anni, alla luce di questo nuovo ascolto ci limitiamo a condividere la lettura storico-critica propugnata dallo stesso Giles Martin in fase di promozione, secondo cui Revolver anticiperebbe il White Album in termini di varietà stilistica e compositiva (ciascuno dei tre autori scrive in modo già distinto e riconoscibile, pur in una dinamica ancora collaborativa), offrendo un incredibile range di generi musicali e inventandone, ove possibile, di nuovi. Tali e tante sono state le trasformazioni dei Beatles nel corso di così poco tempo che sinora si faticava a mettere in relazione quei due dischi, separati da appena due anni (con in mezzo un Sgt. Pepper’s qualunque); eppure sono frutto della stessa band. Un’evidenza resa ancora più chiara da questo nuovo mix del 2022.
Basta così? Certo che no: ci sono, come da tradizione, i consueti due album extra di outtakes e rarità. Nota dolente: l’ascoltatore esperto riconoscerà subito i riciclaggi-doppioni da Anthology 2; forse un po’ troppi, anche se gemme come l’incredibile e di per sé rivoluzionaria take 1 di Tomorrow Never Knows (con il suo loop rallentato di chitarra, batteria e riverberi e suoni provenienti da chissà dove: già si campionava nel 1966, signori), la Got To Get You Into My Life acustica (senza gli incomprensibili tagli del 1996) o il primo arrangiamento byrdsiano di And Your Bird Can Sing (con e senza risatine isteriche) non le si ascolteranno mai a sufficienza.
Al netto di numerose take strumentali e dei soliti momenti rubati in stile “fly on the wall” (i commenti degli orchestrali di Eleanor Rigby, o gli altri tre che prendono in giro George per la costante carenza di titolo delle sue canzoni), i motivi di interesse non vengono però a mancare neanche stavolta: da una Dr. Robert in versione integrale (quella pubblicata in origine è un edit) a diverse Love You To (una take acustica, una prova di Harrison al sitar, un’altra con McCartney ai cori), da una Rain eseguita e registrata a rotta di collo in previsione di un rallentamento al varispeed (ovvero: la variazione di velocità del nastro in fase di riproduzione e/o registrazione per alterare il suono: un trucco usato anche in I’m Only Sleeping e di cui non avrebbero più saputo fare a meno, in quegli anni) a una And Your Bird Can Sing (second version) heavy e garage con armonie a tre voci à la Rubber Soul.
Ma la sorpresa più grande viene, insospettabilmente, da un minutino scarso di Yellow Submarine rubato a un nastro casalingo rimasto sinora sepolto chissà dove che, riscrivendo la storia in pochi versi (“In the place where I was born, no one cared no one cared”), ci rivela che la Ringo song per eccellenza fosse in realtà una malinconica e ombrosa creatura di Lennon in stile Strawberry Fields / Plastic Ono Band, e non – solo – una deliziosa furbata alla McCartney, effettivamente intervenuto in seguito a cambiare il testo, il tempo e, dettaglio non da poco, a introdurre il ritornello (il tutto è testimoniato da un secondo nastro di prove qui presente).
L’highlight assoluto, però, è una versione garage di Got To Get You Into My Life tutta urgenza, guizzi e coretti garruli in stile Motown. Curiosamente, la parte riservata nell’incisione finale ai fiati è affidata, provvisoriamente, alle due chitarre, di cui una con effetto fuzz a mimare il suono degli ottoni – proprio come in Satisfaction, solo che Mick e Keith poi non poterono permettersi di sovraincidere dei fiati veri; mica erano i Beatles! – e un’altra che svela una strettissima parentela del refrain con il riff di Paperback Writer (scritta e incisa negli stessi giorni). A mani basse, il miglior inedito emerso da anni.
Smetteranno mai, di stupirci? Smetteremo mai, di stupirci?
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