Recensioni

Diciamolo chiaramente, il revival di Scrubs era nell’aria già da diverso tempo. Richiesto a gran voce dai fan della storica serie andata in onda dal 2001 al 2010 e che ha plasmato un’intera generazione di spettatori, un suo ritorno è stato costantemente suggerito e auspicato dagli stessi protagonisti, che non hanno mai perso occasione per ritrovarsi in molte forme diverse (dalle partecipazioni agli eventi dedicati alla serie fino alle ospitate nei podcast, per non parlare della storica e vera amicizia che lega da sempre Zach Braff e Donald Faison).
Quella che però si è finalmente concretizzata nel febbraio scorso (in Italia il debutto è avvenuto il 25 marzo su Disney+) è una di quelle operazioni che sembrano poggiarsi più sulla nostalgia che su una reale necessità narrativa. E il problema principale della serie è proprio questo: dopo pochi minuti ci si rende conto che Scrubs non ha alcuna intenzione di confrontarsi con il presente. Rimane ostinatamente identico a sé stesso, congelato nel tempo, come se gli ultimi quindici anni della serialità televisiva non fossero mai esistiti.

I personaggi tornano esattamente dove li avevamo lasciati, ma senza che questo ritorno abbia davvero un senso. Quello che nello show originale era stato un percorso di crescita compiuto, concluso con grande eleganza, viene qui riaperto artificialmente. Le insicurezze, le nevrosi e i conflitti che allora funzionavano perché appartenevano a una precisa fase della vita e della televisione americana, oggi risultano forzati, quasi fuori contesto. È soprattutto JD a soffrire questo cortocircuito: Zach Braff riprende il personaggio con la stessa identica energia di vent’anni fa, ma è proprio questa immobilità a renderlo problematico. JD non sembra invecchiato, evoluto o trasformato dall’esperienza; è ancora il medico immaturo, egocentrico e iperfantasioso di sempre, solo inserito in una realtà che nel frattempo è cambiata radicalmente. Per quasi tutti i nove episodi del revival, la sua presenza appare irrilevante, come se la serie stessa non sapesse davvero perché continuare la sua storia.
Molto meglio funzionano invece i comprimari. Turk (Donald Faison), Elliot (Sarah Chalke) e Carla (Judy Reyes) riescono almeno a suggerire un’esistenza proseguita oltre il finale originale, e persino le brevi apparizioni del Dr. Cox hanno più peso emotivo di intere storyline affidate a JD. Sono personaggi che, pur rimanendo fedeli a sé stessi, sembrano avere una maggiore consapevolezza del tempo trascorso. Il problema è che la serie li usa troppo poco, quasi temesse di allontanarsi dalla formula originaria.
Eppure sarebbe stato necessario proprio questo: un ripensamento radicale. Anche perché il confronto con la serialità medica contemporanea è impietoso. I nuovi specializzandi introdotti dal revival sembrano versioni sbiadite e tardive dei giovani medici di The Pitt, serie che invece dimostra quanto il genere sia maturato negli anni. Là dove la serie HBO riesce a fondere realismo, tensione emotiva e complessità professionale senza perdere umanità, Scrubs continua a oscillare tra gag slapstick e sentimentalismo improvviso, senza riuscire più a trovare un equilibrio che risulti credibile oggi.

Del resto, Scrubs non è mai stata una serie realmente interessata ai casi medici: l’ospedale era soprattutto un contenitore emotivo e comico, ma oggi questo approccio mostra tutti i suoi limiti. Il divario tra il senso del ridicolo tipico della serie e la maggiore serietà con cui il genere medical è stato affrontato negli ultimi anni emerge continuamente, spesso involontariamente. Non è tanto una questione di tono quanto di percezione culturale: certe dinamiche, certi dialoghi e certi comportamenti sembrano appartenere a un’altra epoca televisiva e quel genere di imbarazzo che oggi definiremmo cringe è visibile anche negli aspetti tecnici della messa in scena.
L’alta definizione finisce per appiattire scenografie, trucco e fotografia, rendendo ancora più evidente quanto il mondo di Scrubs sia rimasto immobile. Quella che un tempo appariva come una sit-com ospedaliera grezza e caotica oggi assume quasi un aspetto artificiale, teatrale, incapace di adattarsi agli standard visivi contemporanei. È curioso perché la serie, almeno una volta, aveva provato a cambiare cercando goffamente di reinventare il format, ma fallendo miseramente. Questo revival invece sceglie la strada opposta, ovvero fingere che nulla sia mai cambiato, ma il risultato è forse ancora più sterile.
E la cosa più sorprendente è che, nel frattempo, Bill Lawrence come autore è cresciuto enormemente. Negli ultimi quindici anni la sua scrittura ha trovato una nuova maturità nelle comedy da trenta minuti come Ted Lasso e Shrinking (ma anche la più recente Rooster), serie capaci di bilanciare ironia e malinconia con una misura che Scrubs oggi sembra aver completamente perso. Quei dieci minuti extra per episodio hanno permesso a Lawrence di respirare di più, di lasciare spazio alle fragilità dei personaggi senza rifugiarsi continuamente nella battuta o nella fantasia surreale. Ed è esattamente ciò che sarebbe servito anche a questo revival: non replicare il passato, ma rileggerlo attraverso uno sguardo più adulto.
Invece, “Scrubs 2026” resta intrappolato nella propria memoria. E guardandolo si ha spesso la sensazione che non sia tornato perché avesse ancora qualcosa da dire, ma più semplicemente perché non riusciva ad accettare di essere finito.
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