Recensioni

Cosa proporre ai propri fan dopo un concept album sulla vita e le avventure di uno scimpanzé di nome Shane? Brian e Michael D’Addario rispondono con una raccolta di canzoni “per il pubblico qualsiasi”: dodici brani per una audience generalista/mainstream/radiofonica, insomma qualcosa di più facilmente accessibile dopo la nicchia in cui rischiava di finire il precedente Go tor School, identificato anche da noi su queste colonne come una “rock opera”, quasi una deviazione rispetto alla discografia ufficiale per una band soft rock Seventies.
Il tutto potrà sembrare un po’ assurdo, considerando anche che il precedente disco (uscito nel 2018) era solamente il secondo per i Lemon Twigs, ma si tratterebbe di un discorso assolutamente legittimo se fossimo negli anni Settanta (o anche solo Ottanta, per certi versi), decennio che i due fratelli di Long Island, nel frattempo diventati grandi (23 e 21 anni), sembrano davvero vivere e rivivere. Motivo per cui, domandarsi se alla luce di questo Songs for the General Public il precedente sia da considerarsi o meno un’uscita principale, un side-project o qualcos’altro (magari il disco del solo Brian, o del solo Michael, oppure del disco di Todd Rundgren con i due), beh, è questione tutt’altro che secondaria. Si scrivevano articoli di fanzine, si accendevano discussioni tra fan per molto meno, con relativa rottura di amicizie.
Sul fronte musicale, in realtà, è cambiato molto poco fin dall’esordio di Do Hollywood: un pastiche soft rock, classic rock, glam, tanto Marc Bolan quanto Ziggie Stardust, tanto Wings quanto Queen, tutto confinato nel decennio dei Seventies, al massimo guardando indietro, quasi niente in avanti. Revivalisti lo sono da sempre, e questo nuovo canzoniere ha il pregio principale di essere più a fuoco dell’impresa (forse megalomane, sicuramente fuori tempo massimo) dell’opera rock e del primo canzoniere tout court. C’è anche il vantaggio di essere, noi che ascoltiamo, meno stupiti dalla proposta, oramai consolidata, e perciò più attenti ai dettagli. Nel corso degli anni, i D’Addario hanno migliorato le loro qualità di arrangiatori e, se possibile, messo ancora più a fuoco la propria innegabile facilità alla melodia.
Ritroviamo il tutto condito da un’ironia forse all’apice. La ballatona Hog comincia con i versi “Who is this hog?/ You once were an angel/ Full of glitter, now of shit” e nel calcare la pista di Meat Loaf cantano – tra serio e faceto – “And now we’re much older, baby/ No more shiny shiny new/ The kids of yesterday are gone/ But they left us with their blues” (Hell On Wheels): Brian e Michael sono chiaramente contemporanei e coetanei di Marvin Lee Aday. Punto. O ancora: “One day/ With my leather boots/ In my leather cap/ And a leather cup, oh You know one day/ On a leather beach/ With a leather bitch/ And leather me, oh we” (Leather Together). Oppure: “I’ve heard the grass gets greener/ the further you go from the tomb you call your home” in quello glam-stomp che è No One Holds You Closer (Than The One You Haven’t Met), che rimbalza in un’altra canzone intitolata – appunto – The One: “You could love everyone but what do you do?/ You frighten them off, they don’t matter to you”, in un gioco di rimandi interni che ti fa scoprire dettagli nuovi ad ogni ascolto.
Scriveva Andrea Macrì nel 2016 che bisognava capire quale fosse, nei confronti dei Lemon Twigs e delle loro sonorità, la propria personale soglia di sopportazione. Si tratta di una band da amare o odiare, senza vie di mezzo possibili. Qui possiamo limitarci a notare che quello che fanno hanno imparato a farlo bene (e meglio che nell’eccesso del precedente disco), forse ritrovando la strada che potrebbe portarli lontano, ma senza mai spostarsi – cronologicamente – da quel decennio che tanto amano. Per tutti, ma forse non proprio per tutti tutti.
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