Recensioni

Se avete già familiarità con i Lemon Twigs e in particolare con il loro A Dream Is All We Know, saprete già che cosa aspettarvi da Playin’ Dumb, il secondo album del trio newyorchese tutto al femminile Tchotchke (in realtà terzo, non contando i due EP e un album a nome Pinky Pinky sin dal 2016, prima di un cambio di formazione e ragione sociale). Complice la contiguità tra i progetti, dacché due delle tre ragazze – nello specifico la cantante e batterista Anastasia Sanchez e la bassista Eva Chambers, con la chitarrista Emily Tooraen a completare il quadro – sono da anni fidanzate rispettivamente con Brian e Michael D’Addario (che a loro volta producono alla loro maniera – ovvero, interamente in analogico – e suonano qua e là lungo tutte le undici tracce del disco), sembra davvero di trovarsi in una sorta di universo espanso, cartoonesco e molto camp, in cui esiste una versione femminile spin-off della band dei fratelli, nemmeno fossimo in una puntata dei Monkees o degli Archies.
Stesso approccio (produzione e arrangiamenti curatissimi in ogni dettaglio, a partire dalle armonie stratificate e complesse finendo alle tastiere vintage e alle chitarre garage), stessa estetica (pop rigorosamente anni ‘60 con tutti i riferimenti al posto giusto, anche nell’immagine e nel modo di presentarsi), con le Ronettes al posto dei Beatles (vedasi la spectoriana title track) e lo stesso, indefesso amore per i Beach Boys; solo, virando la prospettiva al femminile con una certa ironia (Poor Girl).
Fatte salve le similitudini sin troppo lampanti (l’influenza è davvero smaccata, dalle progressioni armoniche alle melodie, dai suoni agli arrangiamenti – The Game o Jealousy, gemella di A Dream Is All I Know), scavando a fondo emerge un progetto che fa volutamente proprio il recupero dell’estetica girl group, come era già stato negli anni 00s per Pipettes e She & Him, in chiave giocosa e semi-parodistica (marcata dal registro vocale volutamente lezioso della Sanchez), rivendicando altresì con orgoglio un’identità all female come le colleghe Horsegirl e The New Eves (pur con le dovute differenze) o, più appropriatamente, le Go Go’s; il tutto con attitudine giocosa da finte svampite, sfoderando in realtà un cazzutissimo girl power. L’ascolto è piacevole e divertente, ricco di trovate intelligenti e acute, ma solo se si è disposti a sopportare un alto tasso di saccarosio. Da non prendere troppo sul serio, o forse sì.
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