Recensioni

Dopo alcuni passaggi nell’ormai lontano 2017, l’atteso ritorno dal vivo dei Lemon Twigs nel nostro paese avviene sul palco dell’Estragon di Bologna in una freddissima giornata di dicembre, alla fine di un anno che ha visto i newyorchesi in giro quasi ininterrottamente (questa è la terza visita in Europa) a promuovere il pluriacclamato A Dream Is All We Know (uno dei nostri album dell’anno), nonché quell’Everything Harmony che già l’anno scorso aveva segnato un notevole passo in avanti verso una forma “classica” che, come abbiamo potuto constatare, trova la sua compiutezza nella dimensione live.

Esistono infatti due diverse e complementari incarnazioni della creatura di Brian e Michael D’Addario: il laboratorio pop in studio, luna park analogico in cui i due fratelli suonano di tutto e di più (archi e fiati compresi), arrangiando e sovraincidendo in modo estremamente ricco e variegato; e la macchina da guerra sul palco, portatrice implacabile di un suono che riesce ad essere allo stesso tempo certosinamente curato e raffinato ed anche, quando serve, immediato, diretto e grezzo il giusto, in un approccio puramente e genuinamente live, senza fronzoli e artifici, con una precisione di esecuzione, anche vocale, spaventosa completata da un livello di showmanship fuori dal comune.

Sul palco, il combo si configura come un quartetto che, oltre ai germani, comprende l’amico d’infanzia e sodale di lungo corso Danny Ayala e Reza Matin a implementare rispettivamente a basso (più armonie) e batteria, lasciando le sei corde e le voci ai due frontmen. Questa formazione rock classica, che si fa carico anche degli intricati e cristallini arrangiamenti vocali, dà vita nella prima parte del concerto a un primo set a trazione squisitamente chitarristica: dall’immancabile apertura di My Golden Years ad altri piccoli classici come In My Head (con la Gibson a 12 corde di Brian che tintinna e risplende, intrecciandosi con la Rickenbacker del fratello), The One (unica concessione da Songs for General Public), le vibes chiaramente Big Star di What Were You Doing (con il suo micidiale solo centrale), passando per golden nuggets dall’ultimo album come Church Bells e If You And I Are Not Wise.

I D’Addarios si scambiano con disinvoltura le parti soliste, tra una pirotecnica spaccata in aria e l’altra, forti di una presenza scenica che, pur accuratamente studiata (dai salti a mezz’aria di Pete Townshend alle gambe leggermente divaricate di John Lennon, mutuate con precisione da Michael), riesce ad essere spontanea e diretta espressione della gioiosità e della potenza della musica.

Nonostante qualche intoppo tecnico della chitarra del D’Addario più giovane, le canzoni schizzano un appresso all’altra come schegge fino alla seconda parte del set – ed è qui che iniziano i fuochi d’artificio: Brian si sposta al basso, Michael alla batteria, Danny alle tastiere e Reza alla chitarra, in una formazione parallela che sciorina con disinvoltura le mini-sinfonie They Don’t Know How To Fall in Place, I Wanna  Prove To You (apertura dell’esordio Do Hollywood, che sembra lontano ere geologiche), una Any Time Of Day ricca di virtuosismi all’Hofner e falsetti impossibili di Brian e lo spettacolo nello spettacolo di Michael dietro i tamburi, irriverente e comico alla Keith Moon.

Da qui in poi è tutto un helter skelter (in senso letterale: una discesa a precipizio), con ulteriori rimescolamenti di formazione e un prosieguo di setlist in cui fanno capolino, oltre a un paio di nuove canzoni che lasciano trapelare una scrittura ancora più immediata e semplificata in direzione Beatles 1964 (I’ve Got A Broken Heart e You’re Still My Girl), il deep cut Foolin’ Around (singolo standalone del 2018, con le sue chitarre Flaming  Groovies meet Todd Rundgren) e la prima di ben tre cover, I Only Did It Cause I Felt So Lonely, una b-side (!) dei Choir, meglio noti come autori del piccolo classico power pop It’s Cold Outside , ripreso pure da Stiv Bators – ma il livello di nerditudine dei D’Addario è come quello di quei quattro lì di Liverpool, a loro piacciono le canzoni più oscure e allora, se proprio devono suonare qualcosa dei Beach Boys, perché non You’re So Good To Me (da Summer Days and Summer Nights, 1965), con tanto di sintetizzatore e impeccabili “la la la”, in una resa perfino migliore dell’incisione originale dei fratelli Wilson?

E che dire di Peppermint Roses?  Ormai è come assistere a una lezione con il meglio del bubblegum pop e rock degli anni ’60, suonato con la foga e l’entusiasmo del garage, ma senza alcuna pedanteria, riprendendo esattamente lo spirito e l’entusiasmo di quella musica. Qualcosa di veramente miracoloso, che tocca un altro culmine nell’escapismo power pop di Ghosts Run Free, nella splendida A Dream Is All I Know (se pensate che quelle armonie siano impossibili, aspettate di sentirle da vivo), nell’apoteosi finale del supersingolo How Can i Love Her More prima di lasciare spazio ai bis.

Come da copione, rientra il solo Brian e si produce in esecuzioni impeccabili, per voce e chitarra classica, di Corner Of My Eye e When Winter Comes Around, interrotte dagli applausi spontanei del pubblico. E se poteva anche bastare così, non è ancora finita: tornati gli altri tre, arriva il picco assoluto nella cover che proprio non ti aspetti. Che suono ha l’erba che cresce?  Se lo chiedevano i Move nel 1967 e se lo chiedono ancora adesso, nel 2024, questi quattro ventenni, l’unica band in grado di suonare un classico della psichedelia garage come I Can Hear The Grass Grow in modo non solo credibile ed impeccabile, ma con una potenza, un trasporto, un divertimento e una gioia pura che fanno davvero rivivere gli originali cogliendone in pieno lo spirito.

Ed è questa la differenza tra i Lemon Twigs e qualsiasi altra formazione intenta, come loro, nello studio/riproposizione di una precisa estetica rock: il finale liberatorio di Rock On, con gli assoli grattugigati alla Kinks di Michael e i due fratelli che per un momento si scambiano le postazioni lascia solo sorrisi e la sensazione di avere assistito a uno dei migliori concerti da molto tempo a questa parte. Al prossimo passaggio a queste latitudini, non perdeteveli per nulla al mondo.

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