Recensioni

Che suono ha la giovinezza? Kai Slater, tra i protagonisti più attivi della nuova scena underground di Chicago (tra le miriadi di gruppi passati e presenti vanno citati almeno i Lifeguard, attualmente su Matador, come le concittadine – e amiche – Horsegirl), ha un’idea molto precisa in merito. Ovvero, power pop ad alto tasso di melodia e chitarre scintillanti e sferraglianti, affrontato con spirito fieramente indipendente ed estetica rigorosamente lo-fi e DIY, in perfetto equilibrio tra anni ’60 e ’90.
È questo lo spirito – diremmo, la missione – con cui questo ventenne armato di 12 corde, maglietta a righe, jeans strappati e aria da punk rocker di fine anni ’70 sta portando avanti il progetto Sharp Pins (un po’ home recording, un po’ live band, un po’ entrambi), in una chiamata alle armi che sa di attivismo e sana resistenza culturale. “Youth Revolution Now!” è, non a caso, il motto che accompagna le note di copertina di Balloon Balloon Balloon, terzo lavoro che arriva sulla scia dell’eccellente Radio DDR, distribuito globalmente dalla storica K Records di Calvin Johnson nel marzo 2025 (ma già pubblicato in autonomia nel 2024, come era stato per l’esordio Turtle Rock) e ottimamente accolto da un pubblico transgenerazionale (incluso l’endorsement eccellente di Robyn Hitchcock).
In effetti, l’apertura di Popafangout è miele puro per le orecchie, capace di mettere insieme jingle jangle e psichedelia, laddove I Don’t Have The Heart fa lo stesso con Merseybeat e garage (in aperta sfida ai fratelli D’Addario sul loro stesso territorio, peraltro); un uno-due micidiale da cui parte una lunga carrellata in cui si dispiega, in una sorta di manifesto programmatico, non solo il talento melodico cristallino e del tutto naturale del giovane Kai (di fronte a gioiellini come Stop To Say Hello, Takes So Long e I Could Find Out restano pochi dubbi) ma anche, se così si può dire, la sua filosofia sonica.
Un credo improntato tanto sulla venerazione dei propri culti musicali quanto su spontaneità e – ricercata – povertà di mezzi (un registratore a 4 tracce Tascam e un microfono sono spesso più che sufficienti); accanto a riferimenti chiari come Big Star/Teenage Fanclub (All The Shops And Stores Are Closing Now), Paisley Underground (i Rain Parade con punte di R.E.M. in In A While You’ll Be Mine), Soft Boys (Queen Of Globes And Mirrors, All The Prefabs) e chi più ne ha, ne metta, nell’approccio alla registrazione e alla (non)produzione scatta inevitabile il raffronto con i Guided By Voices (per capirci, quelli di Alien Lanes, vedi Fall In Love Again o I Wanna Be Your Girl, tacendo degli episodi più volutamente weird), con cui questo LP condivide altresì una bulimia compositiva che, come sappiamo, può essere croce e delizia.
Forse, rispetto ai due dischi precedenti si registra un leggero passo indietro in termini di pura qualità e fruibilità pop – anche se non può che essere una scelta intenzionale, alla luce dell’amore dichiarato di Slater per il sottobosco delle autoproduzioni (cui da anni dedica una fanzine il cui titolo è tutto un programma: Hallogallo) e che, per certi versi, avvicina questo a progetti come Kleenex Girl Wonder (alias di Graham Smith, songwriter di Chicago che da tempo opera nella stessa modalità DIY) o Diamond Jubilee di Cindy Lee, operazione con cui condivide la rievocazione di un certo mondo secondo canoni ben precisi.
Se l’intento di Kai Slater/Sharp Pins è quello di mettersi alla testa di una rivoluzione power pop affiancandosi a nomi già affermati come i Lemon Twigs e decine di altri (per questioni di preferenze personali citeremmo giusto Sam Evian e Cut Worms), Balloon Balloon Balloon centra in pieno l’obiettivo, andando anche a intercettare una buona fetta di pubblico indie tra nostalgici e nuovi adepti.
Nondimeno, il fatto che un’intera generazione di giovani, giovanissimi musicisti stia usando il caro, vecchio rock and roll come arma per combattere ed esorcizzare le brutture di un mondo completamente sbagliato e impazzito, ci sembra a prescindere una bellissima notizia.
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