Recensioni

10 000 Hz Legend è l’album degli AIR che è chiamato a far fronte alle altissime aspettative che il duo parigino aveva alzato con il debut Moon Safari (1998). Tra i due lavori Jean-Benoît Dunckel e Nicolas Godin avevano pubblicato Il giardino delle vergini suicide, ottima colonna sonora dell’omonimo debutto alla regia di Sofia Coppola. Ed è proprio alle sonorità lì contenute, più introspettive e dilatate, che il disco si ricollega, lasciandosi alle spalle le delizie rétro-pop futuriste per una direzione rock 2.0, ovvero elettronica mutante e ultra contaminata, e anche orchestrata; caratteristiche che i due parigini riconducono a quella coesione ed eleganza che gli è propria, e che qualcuno definì all’epoca, non a torto, new prog. Perché questo, beninteso, non è downtempo, ma qualcosa di molto più mentale e complesso.
Dalla porta della complessità e dell’immanenza di questo cosmogramma sonoro, i collegamenti con la ricerca che i Radiohead avevano approntato da Ok Computer in avanti (pessimismi compresi) sono spendibili naturalmente (a partire – banalmente – dall’uso della sintesi vocale à la Fitter Happier), così come il lato più pallido e lunare del disco ne attiva uno con Beck, non a caso uno dei due guest del disco. Nel brano Vagabond lo troviamo alle prese con una versione à la Mutations dell’anti folk che ha fatto grandi i primi suoi due album, con in più una coda princeiana che lo ricollega alla sua Hollywood Freaks (Midnite Vultures). Un grande Beck insomma, di sintesi e in abiti adulti, in coerenza con una tracklist che sembra contemplare il deserto come punto di vista privilegiato sull’esistenza, e da lì la tecnologia stessa, a partire dal suo lato oscuro. Sguardo e complessità resa parzialmente da Ito Morabito nella copertina del disco, che ritrae i musicisti osservare estatici dalle vetrate di una marziana abitazione costruita su una guglia rocciosa del Monument Valley, al confine tra Arizona e Utah.
Lo avrete capito, c’è tantissima carne al fuoco e una produzione eccellente, in questo monolite traslucido di kubrickiana memoria. E se il pop, dicevamo, viene scartato, non è neppure vero che sia scomparso del tutto: in People In the city, quarto singolo estratto, ad esempio, il gioco torna scoperto. Qui Dunckel e Godin infilano una delle loro irresistibili melodie: un ritornello fatto di niente (P-E-O-P-L-E-C-I-T-Y / People in the city), uno scioglilingua killer che sbuca per magia da una polverosa desert session per chitarra, piano, batteria e synth analogico, capace di trasformarsi in una trascinante coda psych.
A proposito, a Radio #1 è stato affidato l’arduo compito di presentare il lavoro come quell’album che non sarebbe affatto stato un Moon Safari 2, non il migliore dei biglietti da visita ma l’avamposto privilegiato delle tante traiettorie 70s bazzicate dai parigini – oltre che il brano dal quale il portale Stereogum ha preso il suo nome. Da citare anche Radian, che sembra iniziare da dove La Femme D’argent finiva per esplorarne direzioni orchestrali-pastorali con un tocco prog; ma anche – l’ottima – Wonder Milky Bitch, che tira in ballo, scopertamente, la cinematica country pop di Lee Hazlewood, lo spaghetti western del nostro Morricone e qualcosa del Brian Eno altezza trilogia berlinese.
Amazon
