Recensioni

Al termine di questa bizzarra Fase 4 dell’MCU, tra nuovi personaggi e nuove forme produttive, possiamo notare che il gigantesco racconto coordinato dal supremo Kevin Feige è approdato su due territori ambiziosi, quello del tanto chiacchierato Multiverso (con a capo il deludente Doctor Strange nel Multiverso della Follia di Sam Raimi, 2022) e quello delle storie nelle Storie. Quasi tutte le opere cine-televisive uscite nell’era post-Avengers: Endgame (fratelli Russo, 2019) hanno uno stretto legame con il nostro passato: il pretenzioso Eternals (C. Zhao, 2021) ripercorreva varie tappe della Storia dell’umanità, condizionate dalla presenza/assenza degli ultraterreni Eterni; nell’innocuo Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (D. D. Cretton, 2021) si guardava al medioevo cinese e al mitologico immaginario wuxia e nel teen Ms. Marvel (B. K. Ali, 2022) alla cultura pachistana, con un intermezzo nell’India degli anni Quaranta; in un episodio di Loki (M. Waldron, 2021) abbiamo assistito alla caduta di Pompei e nella pasticciata prima stagione di Moon Knight (J. Slater, 2022) all’oscura magia dell’Antico Egitto; la miniserie WandaVision (J. Schaeffer, 2021) è stata un divertente excursus storico della televisione statunitense, mentre il trionfante Spiderman: No Way Home (J. Watts, 2021) è un furbissimo tributo all’intera vita cinematografica dell’uomo-ragno.
Com’era da aspettarsi, andando avanti imperterrita, Marvel ha sentito il bisogno di triplicare la dimensione delle proprie ambizioni, sebbene tutto sembri essere comunque in funzione del piccolo, del singolo, del personale. Così abbiamo anche le divergenze Black Widow (C. Shortland, 2021), Hawkeye (J. Igla, 2021), Thor: Love & Thunder (T. Waititi, 2022), She-Hulk: Attorney at Law (J. Gao, 2022), talmente privati da non avere (ancora) un ruolo preciso in questa nuova saga dell’MCU.

Che piaccia o meno, Disney e Marvel sfruttano il loro potere mediatico per esprimere concetti di natura socio-culturale e politica. Chi meglio della Casa di Topolino può capire – e, per i cinici, sfruttare – l’importanza della rappresentazione per le generazioni presenti e future? Basti vedere alla varietà umana che probabilmente comporrà i nuovi Avengers, un enorme passo in avanti rispetto ad un primo film a trazione maschile, etero e bianca (The Avengers, J. Whedon, 2012). Seguendo questo punto di vista allora emergono la miniserie The Falcon and the Winter Soldier (M. Spellman, 2021) e Black Panther: Wakanda Forever (R. Coogler, 2022). Entrambi fanno riferimento non solo alla Storia recente (Black Lives Matter, la nuova ondata femminista, la rivalsa delle minoranze nei prodotti audiovisivi), entrando così nella schiera dei capitoli più emotivi e politici dell’MCU, ma riflettono con intelligenza sul rapporto tra personaggio e icona, tra finzione e realtà.
Se il personaggio di Sam Wilson/Falcon (Anthony Mackie) deve raccogliere l’eredità di Steve Rogers/Captain America (Chris Evans), superando i dubbi legati al colore della sua pelle (in un paese storicamente razzista, cosa significa e cosa comporta un Capitano nero?), il cast al femminile di Wakanda Forever deve rendere omaggio al defunto Chadwick Boseman (Re T’Challa/Black Panther) senza deludere le aspettative creatisi intorno ad un sequel “riaggiustato” di Black Panther (R. Coogler, 2018); d’altro canto quel film è già storia del cinema, sia per i numerosi premi Oscar ricevuti sia per quello che ha significato per la comunità afroamericana, essendo il primo (quasi) interamente creato da persone nere.

Re T’Challa – e con lui la Pantera Nera – è morto di un male incurabile. Questo è l’antefatto di Black Panther: Wakanda Forever. Nessun re-casting, nessuna ricreazione digitale, solo un assordante silenzio durante la comparsa del logo della Marvel, le cui immagini sono state interamente dedicate all’attore scomparso due anni fa per un tumore; quello che per noi europei appare come un semplice e dovuto omaggio, per i nordamericani invece è un tributo ad un simbolo (con il rischio dell’idolatria dietro l’angolo, ma sappiamo come funziona la cultura pop a stelle e strisce). Così realtà e finzione si mescolano costantemente in questo lungo, commovente, serissimo, bel film di Ryan Coogler, che in passato aveva già affrontato due grandi sfide in termini di eredità, malattia, icona e Storia.
In Creed – Nato per combattere (2018), l’aspirante pugile Adonis Creed (Michael B. Jordan) doveva fare i conti con le proprie origini, essendo figlio illegittimo del grande Apollo, e prendersi cura della “divinità morente” Rocky (Sylvester Stallone), suo mentore. Nello shakespeariano Black Panther, T’Challa doveva accettare l’assassinio del padre e meritarsi il trono del Wakanda affrontando il cugino N’Jadaka/Killmonger (nuovamente Jordan); e come era nel fumetto, le due figure sono una reinterpretazione – pur semplicistica – delle idee “opposte” di Martin Luther King e Malcolm X. Proprio per la sua breve ma intensa filmografia, Coogler è risultato l’unica scelta possibile per dirigere uno dei sequel più difficili della Marvel.

Che il lungo e tortuoso processo di autodeterminazione del supereroe – o del supervillain – passi spesso e volentieri dalla genitorialità e dal lutto, con i due fattori talvolta intrecciati, è ben noto da tempo, e questo prescinde dalla casata fumettistica da cui il personaggio proviene. Sicuramente, se ragioniamo sul piano cinematografico, a fare la differenza è il tono con cui certe dinamiche sono state/sono raccontate, ma la sostanza non cambia. Il rapporto con il proprio albero genealogico, e la sua probabilissima caduta, sta alla base dell’emotività di ogni supereroe, la conditio sine qua non per spingerli verso le “grandi responsabilità”, verso il destino che è stato preventivamente progettato per loro.
In Black Panther: Wakanda Forever questa condizione viene estesa a tutte le protagoniste, comprese quelle non appartenenti alla famiglia reale, tanto che la domanda che ha accompagnato la produzione del film – chi sarà la nuova Pantera Nera? – passa volontariamente in secondo piano; già dal titolo scelto si poteva intuire, con quel sottotitolo sparato in primo piano, per indicare che i personaggi principali sono tutti coloro che sono rimasti, quelle persone che devono convivere con il ricordo di chi non c’è più; «Tu sei una wakandiana, dovresti sapere che la morte non è la fine» ricorda la Regina Madre Ramonda (Angela Bassett) alla vedova Nakia (interpretata da Lupita N’yongo). Le due ore e quaranta di Wakanda Forever servono a tale scopo, a dare spazio ad ogni attrice che era stata coinvolta dal primo capitolo, riunite intorno al defunto come in una veglia (straordinarie). Ovvio che poi ci sarà qualcuno che dovrà essere spinto davanti agli altri, ma sarebbe stato ancora più interessante se il film di Ryan Coogler avesse seguito le orme del controverso Star Wars Episodio VIII: Gli Ultimi Jedi (R. Johnson, 2017), in cui si “democratizzava” il potere della Forza.

Black Panther: Wakanda Forever non dimentica il suo ruolo politico all’interno dell’MCU e la sceneggiatura firmata da Ryan Coogler e Joe Robert Cole accumula tematiche che, solitamente, non appartengono all’intrattenimento più escapista. Da una parte abbiamo l’introduzione – non così curata – della studentessa nera Riri Williams/IronHeart (Dominique Thorne), che rimanda alla riflessione sulla diaspora africana negli Stati Uniti iniziata in Black Panther dal personaggio di Killmonger. Dall’altra invece abbiamo la città sottomarina di Talocàn, guidata dal Dio Serpente Alato Namór: finalmente un supervillain degno, interpretato dall’esordiente Tenoch Huerta. Prendendo spunto da quello che era stato fatto in casa avversaria con Aquaman (J. Wan, 2019), la caratterizzazione di questa inedita popolazione a carattere precolombiano lascia davvero senza parole e conferma l’inventiva da Oscar di tutto l’apparato tecnico del mondo di Black Panther (costumi, trucco, scenografia); inoltre, sempre a tal proposito, una nota di merito va ancora una volta alla meravigliosa colonna sonora di Ludwig Göransson, che mescola cultura africana e mesoamericana.
Ma a differenza della maggior parte dei cinecomics, la presenza di Talocàn nel film di Coogler non ha la funzione di controparte ideologica al Wakanda, anzi, sono talmente tanti i punti in comune che alla fine risulta molto difficile scegliere da che parte stare; la sequenza dedicata alla nascita di Namór, ambientata nel XVI secolo in Yucatàn (di nuovo la Storia, tipica della Fase 4), è una delle origin story più belle mai realizzate dalla Marvel e costringe a riflettere sugli effetti della colonizzazione bianca delle popolazioni non-occidentali, tra schiavismo e sfruttamento delle risorse. Il vero nemico è il governo degli Stati Uniti, rappresentato dalla nuova direttrice della CIA (una divertita Julia Louis-Dreyfuss nei panni della Contessa De Fontaine), e sorprende per un film destinato al grande pubblico.

Splendidamente imperfetto, Black Panther: Wakanda Forever chiude ufficialmente la Fase 4 dell’MCU e lo fa con un’estetica invidiabile e una sceneggiatura straboccante di suggestioni, in grado di riassumere quello che si è visto al cinema (e in televisione) negli ultimi tre anni. In molti ne denunceranno il ritmo altalenante, messo ripetutamente in pausa per far sedimentare sentimenti e concetti, oppure l’assenza di sequenze d’azione degne di essere ricordate (la CGI non è sempre all’altezza). Ma è guardare il dito e non la luna. Bastano i primi e gli ultimi minuti per capirlo, due momenti strazianti giocati sulle lacrime in primissimo piano di Letitia Wright (Shuri, sorella di T’Challa).
Il senso del film di Ryan Coogler è lì, tra un funerale pubblico con musica tribale e splendidi abiti cerimoniali e un funerale privato sulle sponde del mare. È giunto il tempo di dire addio al Re e alle molteplici facce di un’icona destinata all’immortalità data dallo schermo (l’attore, il personaggio, la maschera, l’amico). Così com’è necessario integrare la lezione del passato, guardarsi intorno per cercare nuove storie, nuove immagini, nuovi simboli e permettere a nuovi personaggi di occupare lo spazio che a lungo è stato prerogativa di una cerchia molto ristretta.
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