Recensioni

Non ci saranno i Metallica come in Stranger Things 4, ma Thor: Love and Thunder possiede la stessa natura citazionistica della serie evento dei fratelli Duffer e lo stesso amore verso la ricerca del mood perfetto per ogni singola scena. Alla sua seconda prova da regista nell’Universo Cinematografico Marvel, Taika Waititi si spinge addirittura oltre l’imprevedibile anarchia di Thor: Ragnarok per imbastire un racconto dal cuore pulsante e dal ritmo indiavolato, consapevole di avere tra le mani dei personaggi bidimensionali e caricaturali ai quali regalare il proprio momento di gloria e da sbattere in faccia tanto ai fan dei fumetti quanto a quelli del Marvel Cinematic Universe.
In fondo, anche ai tempi delle scuole tutti noi avevamo l’adesivo della nostra band preferita e non è che cercassimo all’epoca tutta questa profondità d’animo. Ci serviva solo stare bene, con le canzoni a tenerci compagnia e a risollevarci dopo una giornata andata per il verso sbagliato. Ne è consapevole Waititi, che piazza i brani più celebri dei Guns ‘N’ Roses (tra gli altri) per settare tutta la storia e proiettarla verso un’atmosfera goliardica e sbruffona (un po’ come faceva nel film precedente con la Immigrant Song dei Led Zeppelin, ma lì l’obiettivo era l’autoconvincimento).
D’altronde, la celebre maglietta indossata da Axl Rose con l’effige di Gesù Cristo e la scritta “Kill Your Idols” è se vogliamo esemplificativa della morale di questa ennesima pellicola di un gigantesco universo narrativo popolato proprio da (falsi) idoli.

Fin dal prologo, infatti, in cui ci viene presentato il villain Gorr – interpretato in maniera sempre magistrale da Christian Bale – il quale si rende conto che il dio che ha servito per tutta la vita è completamente incurante e distante da ogni suo problema (un po’ come la classe dirigente di tutto il mondo è totalmente slegata dalla realtà circostante – avete presente la terribile decisione sull’aborto di questi ultimi giorni?) e decide per questo di vendicarsi su ogni dio esistente causandone l’estinzione. In fin dei conti, lo stesso Thor era stato “ucciso” e demitizzato nel precedente Avengers: Endgame, dove lo ritrovavamo depresso e sfatto, abbattuto e scoraggiato (tutto ciò che un dio non dovrebbe essere). E successivamente, persino lui “ucciderà” il suo di idolo (l’irresistibile Zeus di Russell Crowe). Waititi porta quindi il discorso al suo livello successivo e dopo aver descritto l’amore del protagonista – ancora un Chris Hemsworth dotato di tempi comici efficacissimi – verso la propria gente (Ragnarok), si concede un’avventura romantica per eccellenza.

Già perché in Thor: Love and Thunder non c’è solo il figlio di Odino, ma torna anche la Jane Foster di Natalie Portman, stavolta dotata degli stessi poteri dell’ex-partner. Ed è grazie alla storyline infarcita di romanticismo sdolcinato che il film opera le scelte più coraggiose: perché parla di paura e perdita, di malattia e dolore, di sacrificio e speranza. Non si può costruire un futuro pieno di speranza senza occuparsi delle giovani generazioni e come già accaduto con Jojo Rabbit, Waititi si fa piccolo piccolo per divertire i suoi giovanissimi spettatori in una sequenza conclusiva epicamente divertente (ma il momento più alto del film è probabilmente l’arrivo dei nostri nel Regno delle Ombre, con la progressiva scomparsa del colore, in una sequenza opposta a quella del Mago di Oz).
Buffo, poi, come un film che guarda così costantemente al passato glorioso del cinema hollywoodiano arthouse (basti pensare al Thor vestito come Jack Burton di Grosso guaio a Chinatown all’inizio della storia, insieme ai Guardiani della Galassia – carpenteriani fino al midollo) sia costantemente orientato verso il futuro: il diktat sembra infatti essere quello di non guardarsi mai indietro, se non per lasciarsi sfuggire una risata malinconica.
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