Recensioni

Difficilmente si ricorda nell’Universo Cinematografico Marvel un inizio più straniante di quello proposto nel pilota di WandaVision, la serie Disney+ ideata da Jac Schaeffer per la regia di Matt Shakman. Forse, tralasciando lo straziante prologo di Avengers: Endgame (A. & J. Russo, 2019), dobbiamo tornare alla comicità dissacrante di Guardiani della Galassia Vol. 2 (J. Gunn, 2017) o a quella demenziale di Thor: Ragnarok (T. Waititi, 2017). Ma WandaVision stupisce in un altro senso perchè, almeno fino a metà stagione (oltre la quale ritorna il canone), sospende bruscamente la continuità concettuale e stilistica che ha reso riconoscibile l’intero Universo. E questo a partire dal logo della Marvel, che appare nella veste classica per poi ridimensionarsi, scolorirsi e convertirsi in una versione “analogica” col formato in 4:3, un tenue bianco e nero e il suono mono. 

Wanda (Elizabeth Olsen) e Visione (Paul Bettany) entrano in scena accompagnati da un tema musicale fiabesco, una sigla d’apertura cantata. Se non fosse per la capacità dell’androide di attraversare la materia o della ragazza di spostare gli oggetti senza toccarli, potrebbero essere scambiati per una normale coppia di novelli sposi degli anni Cinquanta, appena trasferiti nel loro nuovo nido d’amore di periferia; la sit-com WandaVision è ufficialmente in onda e noi siamo i suoi primi spettatori. L’episodio continua leggerissimo nella sua riproposizione fedele (e digitale) di quel modo tipico di fare televisione, in studio e con un pubblico pagato per reagire alle situations (non a caso la puntata si chiama Girato davanti a un pubblico in studio), e si citano show intramontabili come Lucy e Io (CBS, 1951-57) e il Dick Van Dyke Show (C. Reiner, 1961-1966). Tra i due attori è Paul Bettany a stupire perchè incarna alla perfezione il tipico padre di famiglia sbadato ma premuroso.

Paul Bettany, Elizabeth Olsen. Still da “WandaVision” (2021). Ideatore: Jac Schaeffer. Regia: Matt Shakman

Anche nel secondo episodio (Non cambiare canale), che invece si ispira al romanticismo fantasy di Vita da Strega (S. Saks, 1964-72) e Strega per Amore (S. Sheldon, 1965-1970), lo straniamento procede in maniera naturale, fluida, divertita, tanto da diventare la norma. Si amplia la sfera delle comparse-satellite, tra le quali spicca l’esuberante vicina ficcanaso Agnes (superba Kathryn Hahn), e i protagonisti continuano a non accennare al loro passato cinematografico. Noi pubblico invece ci siamo abituati a quel mondo, ne abbiamo accettato le regole, abbiamo sospeso piacevolmente la nostra incredulità e ridiamo insieme alle persone sedute nella platea che sta dietro la telecamera.

E poi, quasi a tradimento, Schaeffer/Shakman “disturbano la frequenza” dell’incantesimo, inserendo degli elementi legati all’MCU (una citazione, un marchio noto, un nome) laddove meno ce lo aspettiamo. Attraverso questo espediente, che viene ripetuto per tutta la serie, i creatori di WandaVision ci ricordano che un’oscura verità pulsa altrove, spazzata e nascosta sotto il tappeto del più irrealistico degli happy ending; per esempio, conoscendo l’irreversibilità di alcuni accadimenti di Avengers: Infinity War (2018), è impossibile non chiedersi come mai Visione sia vivo. La cosa interessante è che tutti questi indizi, briciole di un lungo percorso dall’aspetto di un giallo fantascientifico (che dopo si rivelerà essere un giallo delle emozioni), sembrano partire e ritornare ciclicamente da un’unica persona, Wanda Maximoff.

Paul Bettany, Kathryn Hanh, Elizabeth Olsen. Still da “WandaVision” (2021). Ideatore: Jac Schaeffer. Regia: Matt Shakman

Man mano che procedono gli episodi, ognuno dei quali corrisponde in linea di massima a un diverso decennio della storia delle televisione, emergono i tre significati del titolo WandaVision. Il primo è Wanda & Visione. La sit-com si evolve intorno ai due Avengers, l’unico centro della storia: nella terza puntata (Ora a colori) arrivano i colori, cambia il formato, la musica, i vestiti, la house, si citano le atmosfere anni Settanta de La famiglia Brady (S. Schwartz, 1969-1974), ma Wanda e Visione (e la loro home) rimangono sé stessi, una coppia di innamorati che cercano di nascondere i propri superpoteri alla comunità; solo l’amore potrà tenerli uniti per sempre.

Il secondo significato è Wanda Visione (il campo comincia a restringersi). La serie racconta il “matrimonio” di Wanda e Visione, ma il punto di vista scelto da Schaeffer/Shakman è quello della signora Visione (l’androide non ha cognome). È il personaggio di Elizabeth Olsen a crescere esponenzialmente perché protagonista di una seconda origin story dal respiro politico. Infatti, all’avanzare delle epoche televisive, Wanda capisce di doversi liberare della veste stereotipata della moglie casalinga al servizio della famiglia; la televisione cambia e con essa la scrittura dei personaggi. E il punto più alto di questa geniale escalation non può che essere lo stupendo e “disfunzionale” settimo episodio (Infrangere la quarta parete), che punta al sarcasmo rivolto-in-camera di Modern Family (C. Lloyd & S. Levitan, 2009-2020) e The Office (G. Daniels, 2005-2013).

Elizabeth Olsen. Still da “WandaVision” (2021). Ideatore: Jac Schaeffer. Regia: Matt Shakman

A differenza di altri prodotti sfacciatamente postmoderni a cui la serie può essere accostata, da Pleasantville (G. Ross, 1998) e The Truman Show (P. Weir, 1998), fino alla miniserie Netflix Maniac (C. Fukunaga, 2018), WandaVision spicca perchè non ha paura di andare oltre il semplice gioco estetico, sfruttando appieno il potenziale di un racconto che fa della televisione un punto di partenza (l’evolversi del suo linguaggio) e d’arrivo (lo streaming di Disney+). È la stessa storia della televisione che ne determina la struttura narrativa e questo è il vero motivo per cui è la prima serie Marvel della piattaforma. La destinazione di WandaVision può essere solo su uno schermo domestico e la scelta di pubblicare un episodio a settimana (la frase please stand by è già cult), andando contro le logiche odierne del binge-watching, ha permesso alla Disney di guidare fin da subito la discussione pubblica (iconico il finale “mutante” del quinto episodio, In questo episodio molto speciale).

Qui, a proposito di enti supremi che regolano realtà e finzione, troviamo l’ultimo significato del titolo, La Visione di Wanda. La “bolla digital-analogica” della serie-nella-serie WandaVision è la Matrice di Wanda (Matrix, sorelle Wachowsky, 1999), la sua Pandora (Avatar, J. Cameron, 2009), il suo Oasis (Ready Player One, S. Spielberg, 2018). La sit-com, con l’ottimismo da Hollywood classica, rappresenta una terapia d’urto (anche se non sembra) per la figlia dell’immaginaria Sokovia, la disperata fuga da una realtà che non riesce a sopportare e che le ha causato solo sofferenze. Ma l’unico modo per fronteggiare il dolore è accettarlo, ricordando da dove si è venuti per capire dove si vuole andare (con il personaggio di Visione è stata scomodato anche l’esistenzialismo di Philip K. Dick). Così, tolta la patina della commedia, WandaVision diventa una complessa serie fantascientifica sulla ricerca di un’identità e sull’elaborazione del lutto, tema che, tra l’altro, Olsen aveva già affrontato per Facebook Watch in Sorry For Your Loss (K. Steinkellner, 2018).

Paul Bettany, Elizabeth Olsen. Still da “WandaVision” (2021). Ideatore: Jac Schaeffer. Regia: Matt Shakman

Certo è che le varie sotto-trame in stile Marvel, come quella riguardante il nuovo ente governativo S.W.O.R.D. (incaricato di catturare i due Avengers), stonano tremendamente con l’idea alla base della serie. Stesso discorso vale anche per i personaggi fantasy, che irrompono nel percorso di auto-consapevolezza di Wanda appiattendo la trama in favore delle solite dinamiche da cinecomic: combattimenti catastrofici, superpoteri inediti e possibili (ed ennesimi) scenari futuri (l’ultimo episodio, Finale della serie, è piuttosto deludente). D’altronde stiamo parlando della Disney. Infatti, pur riservando delle grandi sorprese, la nuova The Falcon And The Winter Soldier di Malcolm Spellman (attualmente in onda per la regia di Kari Skogland) è già molto più tradizionale di WandaVision. Comunque, per quel che concerne la fantascienza, la serie di Schaeffer/Shakman merita senz’altro una visione anche da parte di coloro che non sono particolarmente amanti dell’MCU, essendo una delle serie più interessanti e affascinanti degli ultimi anni.

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