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Se vogliamo giustapporre dei distinguo, potremmo dire che la appena conclusasi trilogia di Spider-Man di Jon Watts ha platealmente il problema opposto dei film targati esclusivamente Marvel Studios. Ci spieghiamo meglio: questi ultimi tre film (Homecoming, Far From Home e il nuovo No Way Home) sono il frutto di un accordo di collaborazione tra i Marvel Studios di Kevin Feige e la Sony Pictures di Amy Pascal e via via hanno dimostrato di avere un tono decisamente più scanzonato rispetto alle precedenti iterazioni cinematografiche dell’Arrampicamuri (parliamo della trilogia di Sam Raimi e del dittico diretto da Marc Webb). Confrontando da subito questi lavori con l’ingente mole di materiale del Marvel Cinematic Universe, salta subito all’occhio un particolare non di poco conto: i villain funzionano, tutti. Funzionava il minaccioso Avvoltoio di Michael Keaton, combattuto tra la sete di giustizia e il dovere di dover far quadrare i conti e mantenere la propria famiglia, così come funzionava alla grande il Mysterio di Jake Gyllenhaal, capace di sbriciolare tutte le certezze di Peter Parker con un colpo di coda direttamente dal mondo dei morti (il finale che mette in moto gli eventi del nuovo film).

Quindi non rimaneva che aumentare (e di moltissimo) la posta in gioco, mettendo sul piatto non uno ma ben cinque villain micidiali. Tuttavia, questi non appartengono all’universo in cui il Peter Parker di Tom Holland è nato e cresciuto. Dopo aver complicato un incantesimo del Doctor Strange, chiunque fosse a conoscenza della reale identità di Spider-Man viene risucchiato in questo mondo per dargli la caccia, ed è qui che Spider-Man: No Way Home rinnega se stesso. Se Spider-Man: Far From Home usava il Multiverso come specchietto per le allodole, riuscendo invece a costruire una trama intima e sofferta che ragionava sull’elaborazione del lutto rimanendo ancora ai binari del teen-movie senza andare a scomodare l’ambizione di Avengers: Endgame, Spider-Man: No Way Home rilancia proprio quella sconfinata ambizione chiamando in causa non solo il Multiverso ma la memoria storica del personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko.

Diversamente da Spider-Man 3 e The Amazing Spider-Man 2: Il potere di Electro, stavolta la sovrabbondanza di personaggi e situazioni è ben gestita e mai fuori fuoco, e la trama diviene via via più complicata senza dover ricorrere a una complessità che sarebbe apparsa inopportuna e incoerente con i film precedenti. Jon Watts migliora a vista d’occhio e si trova sempre più a suo agio all’interno dei meccanismi dello studio che l’ha ingaggiato per una missione esplicita: traghettare Spider-Man dal liceo all’università, dalle complicate situazioni sentimentali e scolastiche di un quindicenne alla presa di coscienza dell’ingresso nel mondo degli adulti, all’assunzione di quelle “grandi responsabilità” che hanno fatto la fortuna del fumetto; e una notevolmente più implicita: imbastire tre pellicole intere per raccontare quello che Sam Raimi e Marc Webb avevano fatto nei primi 30 minuti dei loro rispettivi primi film, ovvero la origin story del protagonista, e farlo nella maniera più subdola ma allo stesso tempo più sfacciata possibile.

E ora veniamo al grande (falso) problema di Spider-Man: No Way Home, ovvero il fanservice. Perché è un falso problema? Perché l’atto esiste ma non è gratuito. Perché tutti i personaggi chiamati ad apparire all’interno della storia non ruotano su loro stessi ma convergono tutti verso il centro unico della pellicola, che è il Peter Parker di Tom Holland. Perché il messaggio politico insito alla trama (e sostenuto da una stoica Zia May) va dritto al punto della questione più urgente degli ultimi anni e consegna dei sonori ceffoni agli habitué del “aiutiamoli a casa loro”.

Vi siete voltati a guardare gli occhi del vostro vicino nella sala cinematografica? Non avrete faticato a scorgere qualche lacrima, e non erano tutte causate da un fanservice forsennato, quanto da quello che significava: proprio come già in No Time To Die davamo l’addio a James Bond, qui diciamo addio a quella versione di Peter Parker che per tre film ci ha fatto sognare e applaudire (e anche un po’ irritare), per andare incontro a un nuovo orizzonte e lasciarci alle spalle una linea di demarcazione netta e necessaria a un’ulteriore progressione psicologica. Appunto, No Way Home.

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