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Durante la visione di Black Widow, finalmente sulle comode poltrone di una sala cinematografica dopo un anno di assenza forzata del Marvel Cinematic Universe al cinema a causa della pandemia di coronavirus, non si fa fatica a capire perché il tanto atteso e richiesto film standalone sul personaggio interpretato per dieci anni da Scarlett Johansson fosse stato programmato per inaugurare la Fase 4 dell’universo cinematografico concepito da Kevin Feige. La sensazione è contemporaneamente quella di una parentesi distensiva, una pausa rispetto al plot principale che sarebbe stato poi ripreso in pompa magna e a tutta velocità con le successive serie distribuite su Disney+, ovvero WandaVision, The Falcon and the Winter Soldier e Loki.

Purtroppo però è piombata una pandemia e la pellicola dalla sua iniziale programmazione prevista per l’aprile 2020 è dovuta slittare fino al luglio 2021, con le succitate serie televisive già disponibili per il pubblico di abbonati alla piattaforma della Casa di Topolino. Diciamo purtroppo perché questo iato di oltre un anno ha permesso sia allo spettatore medio sia all’appassionato Marvel di metabolizzare in maniera considerevole gli eventi di Avengers: Endgame, tra cui uno snodo fondamentale compiuto proprio dal personaggio di Natasha Romanoff, e di portare al livello successivo una narrazione che adesso ha come scopo intavolare un nuovo ciclo di storie che verosimilmente culmineranno in un nuovo Avengers tra qualche anno.

Questo non per dire che Black Widow sia un cattivo film, tutt’altro. Il prologo ambientato nella metà degli anni Novanta è uno dei passaggi migliori mai realizzati all’interno del Marvel Cinematic Universe e in pochi minuti sintetizza l’umanità di questi personaggi, non disdegnando citazioni e riferimenti che faranno gola a un notevole stuolo di appassionati (dalla serie pluripremiata The Americans alla cover di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana ad opera di Malia J) e la trama della pellicola è un dichiarato omaggio allo spy-movie classico à la James Bond (esplicitamente citato nella sequenza in cui Natasha guarda Moonraker – Operazione spazio in televisione, film della saga che ha più di un elemento in comune con Black Widow), ricchissimo di sequenze action in stile Jason Bourne (ormai paradigma consolidato del thriller in salsa action contemporaneo) e un cattivo modello Terminator con tanto di plot-twist come nei migliori cliché del genere.

A penalizzare il tutto è proprio quella sensazione di sospensione, di parentesi graffa nella storia dell’Universo Marvel cui non si sarebbe fatto caso un anno fa e che fa retrocedere Black Widow al di sotto delle potenzialità dello stesso e delle serie che l’anno preceduto. Sensazione non supportata a sufficienza da una regia equilibrata (il dislivello tra le scene d’azione e quelle più “umane” si nota parecchio, così come un terzo atto esageratamente sopra le righe – e qui ancora il rimando è alle implausibilità della saga bondiana) né da una sceneggiatura in grado di amalgamare l’anima da spy-movie alla commedia nera continuamente scomodata nelle sequenze che pongono al centro la “famiglia” della protagonista (l’equilibrio stilistico di un Captain America: The Winter Soldier è ancora lontano).

A non convincere mai è poi un villain che non scavalca in nessun momento quella bidimensionalità tipica da prodotto medio basso (con quel look à la Harvey Weinstein vistosamente esibito e decisamente posticcio) che confonde ancora di più le idee: siamo davanti a un megablockbuster della Marvel o a un film di genere di serie B? Il metro il più delle volte oscilla da un estremo all’altro, in maniera più che brusca. Ciò non toglie che Black Widow fornisce esattamente quella chiusura che Scarlett Johansson stava cercando per la sua Natasha e contemporaneamente un ponte per le generazioni future di Vedove Nere (Florence Pugh si conferma una delle attrici più dotate della sua generazione, dopo prove diversissime come in Lady Macbeth, Midsommar e Piccole donne).

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