Recensioni

Il Marvel Cinematic Universe è molto probabilmente quanto di più lontano possa esistere dal concetto di autorialità nel mondo del cinema. Può un autore essere preponderante grazie al mestiere e al suo stile peculiare in una macchina produttiva che è già predefinita con svariati anni d’anticipo? La risposta è “sì e no” per ragioni diametralmente opposte, che l’ultimo tassello costituito dall’arrivo di Doctor Strange nel Multiverso della Follia rappresenta chiaramente allo spettatore più navigato.
Il concetto di autorialità all’interno dei grandi franchise è qualcosa di ampiamente dibattuto nel corso degli ultimi anni ed esattamente 20 anni fa era stato proprio Sam Raimi a inaugurare la discussione in merito grazie all’arrivo del primo dei “suoi” tre film su Spider-Man (2002). Fu proprio lui qualche anno dopo (2010) ad “osare” di rifiutarsi di girare Spider-Man 4 proprio perché consapevole che con le imposizioni di Sony quel franchise non sarebbe più stato “suo” (proprio come era accaduto durante la produzione del terzo capitolo). Più o meno nello stesso periodo era entrata in produzione la trilogia del Cavaliere Oscuro a firma Christopher Nolan, ma parliamo pur sempre di mini-franchise con un inizio e una conclusione, di certo non paragonabili alla narrazione per “episodi” del Marvel Cinematic Universe e la sua programmazione fittissima al ritmo di 3-4 film all’anno.
Ai Marvel Studios, infatti, non sono mancati i registi che non esiteremmo a considerare anche autori. Partendo dai bravi mestieranti (vedi Jon Favreau, Louis Leterrier, Joe Johnston) si era tentata la carta Kenneth Branagh, che con il suo bagaglio shakespeariano aveva introdotto Thor nel franchise con risultati non proprio entusiasmanti. Dopo il fallimento totale di Alan Taylor con Thor: The Dark World, Marvel decise di scommettere sulla follia (è il termine adeguato) di Taika Waititi, che con Thor: Ragnarok consegnerà un capitolo dove la sua firma e cifra stilistica è inconfondibile, sostenuto dal suo caratteristico humour che permea tutta la narrazione (sulla falsariga dell’esempio dato dai Guardiani della Galassia di James Gunn), ma che al contempo rientra nei parametri di ciò che Marvel sta preparando per il futuro (vedi Endgame). Prima c’era stato anche Shane Black, padre del buddy movie contemporaneo, che con Iron Man 3 aveva tentato la svolta raccogliendo una pioggia di critiche negative da parte del pubblico.
Nel primo capitolo sul Doctor Strange si aggiunse un altro autore al lotto Marvel: Scott Derrickson. Quest’ultimo consegnò un esordio ricco di personalità e fascino ma ancora fin troppo acerbo per quelle che erano le potenzialità espressive sue e del personaggio principale. Silurato dalla regia del secondo capitolo, Kevin Feige prende in mano il telefono e decide di richiamare in servizio Sam Raimi, che nel frattempo mancava all’appuntamento con la sala cinematografica dal lontano 2013 (anno dell’ottimo e poco compreso Il grande e potente Oz), ovvero colui che rifiutò lo Spider-Man 4 da 250 milioni di dollari per dedicarsi al più modesto Drag Me to Hell da appena 30 milioni di budget.
L’intento è dichiarato: Feige vuole far addentrare i Marvel Studios in territori più horror, e chi saprebbe traghettare questo universo di plastica nelle sue zone più macabre se non colui che negli ultimi 40 anni ha ridefinito l’estetica horror-slapstick grazie alla trilogia de La Casa, proseguendo questo preciso percorso autoriale nei suoi film successivi (dal cinecomic “fatto in casa” Darkman passando per la sopracitata trilogia sull’Uomo-Ragno)? Fin dalla prima ed entusiasmante sequenza sogno che apre il film, capiamo da subito che Doctor Strange nel Multiverso della Follia è un film diretto da Sam Raimi, anche se da qui a definirlo un “suo” film ce ne passa. Il regista si trova nell’impossibilità di imporre la sua volontà sulla narrazione, visto che può giusto indirizzare un percorso che è stato già prestabilito; non rimane quindi che spingere l’acceleratore sul lato prettamente estetico-visivo: non si contano le sequenze geniali di una pellicola la cui sceneggiatura è talmente esile da risultare dimenticabile (le psicologie dei personaggi sono da encefalogramma piatto); dalla già citata apertura, al salto tra i Multiversi, alla brutalità con la quale vengono risolti gli Illuminati a quel terzo atto macabro e spettrale con tanto di duello a colpi di note musicali (tra l’altro fa piacere segnalare il ritorno di un Danny Elfman, finalmente degno di nota).
Quel terzo atto, appunto. Lo stesso Raimi dichiarò che all’epoca delle riprese il tutto era partito senza un finale scritto e che solo successivamente fu aggiunto in sceneggiatura (dopo lo slittamento di un anno nelle sale causa Covid, il film sarebbe dovuto arrivare prima di Spider-Man: No Way Home). Non è difficile immaginare un Raimi che si scrive il terzo atto quasi da solo, talmente impregnato del suo stile da sembrar quasi un’appendice alla sua saga de La Casa (con tanto di citazione nella scena finale con la macchina da presa quasi posseduta da una forza oscura). Tutto questo basta ai Marvel Studios, i quali certamente non puntano sull’effetto Raimi (il pubblico oggi adolescente non lo avrà quasi mai sentito nominare, se non come «quello che ha diretto i vecchi Spider-Man») ma sulla voglia di provare a smuovere un marchingegno che, se poco oliato, rischia di collassare su se stesso.
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