Recensioni

7.2

Stando alle premesse, Black Panther sarebbe dovuto essere una sorta di manifesto all black definitivo della schiatta afroamericana che in seno ad Hollywood ha risposto alle accuse di predominanza bianca agli Oscar con tutta una serie di produzioni come Get Out e Moonlight (giusto per citarne due delle più fortunate). Quindi regista nero, cast nero, soundtrack di artisti neri, eccetera. A sentire la nostra Cecilia Strazza, con il film non è andata benissimo. La colonna sonora invece il colpo lo ha centrato decisamente, e Kendrick si dimostra una volta di più un nome in grado da solo di dare spessore e credibilità a tutto un progetto con il suo solo nome. Lamar qui spicca in veste più che altro di “curatore”, stendendo la sua ombra lungo tutti i pezzi. I tanti e prestigiosi ospiti però si prendono spesso lo spotlight con autorità: mi riferisco a Schoolboy Qnot even Kendrick can humble me»), Yugen Blakrok (che ruba addirittura la scena a Vince Staples con la sua strofa in Opps), Jay Rock, Future, and so on.

La lista di ospiti è davvero impressionante, ed oltre ai già citati ci sono anche SZA (che si ricscatta dopo lo sciagurato feat. con i Maroon 5), Anderson Paak, James Blake, Zacari, Travis Scott, The Weeknd, 2 Chainz. La volontà di Kendrick, evidente dalla poliedricità della tracklist, è di andare a lambire praticamente tutto lo spettro della black music: trap (X), morbide ballad r&b (The Ways, I Am), cavalcate hip hop più lamarriane (Paramedic!), una mina nerissima direttamente da Big Fish Theory (Opps), laccate caraibiche vagamente à la Drake (Redemption), un languido ibrido blues-reggae (Seasons) e l’immancabile zarrata con i flauti (Big Shot). Quest’ultima e la conclusiva Pray for Me con The Weeknd (praticamente la b-side scarsa di Starboy) sono forse i due episodi meno riusciti della scaletta, a fronte di una maggioranza che funziona eccome.

Il trasversale comun denominatore è un’idea di blackness afrofuturistica, fluida e liquida, stilosissima e pregna di oscurità. Il pezzo simbolo in tutto questo è senza dubbio King’s Dead, praticamente il ritorno di Jay Rock dal 2015. Qui anche Future, con un improbabilissimo falsetto, traccia un ponte simbolico tra ieri ed oggi riprendendo la celebre La Di Da Di di Slick Rick e Doug E. Fresh. Il pezzo in sé è puro onanismo da rap game, ma come divertissement fine a sé stesso funziona alla grandissima. In generale il tutto non avrà il tiro e l’aura di grandeur del Kendrick solista, ma resta un disco che anche prescindendo dal film di riferimento ha una sua dignità artistica chiara e definita, e diversi momenti di livello assoluto.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette