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Marvel si gioca il tutto per tutto. Multiverso. Lasciando da parte le teorie fisiche e quantistiche sull’argomento, di cosa parliamo quando questo termine appare nelle storie a fumetti? Si tratta dell’insieme degli universi paralleli che negli anni si sono accumulati all’interno di una stessa casa editrice dopo i vari reboot, revival, sequel e spin-off di questa o quella testata; ad esempio tutte le varie reiterazioni delle origini di Superman che hanno dato vita a un personaggio che alla base ha le stesse caratteristiche ma che differisce per un tratto distintivo. Al cinema è un po’ più semplice da riassumere: farebbero parte del multiverso le varie incarnazioni di Batman, da quello di Adam West e Michael Keaton al più recente che verrà impersonato da Robert Pattinson nel film in uscita a marzo. Questo per quel che riguarda l’universo Warner / DC. Alla Marvel, abbiamo potuto vedere diverse versioni di Spider-Man, con alcuni personaggi che hanno già fatto ritorno nel Marvel Cinematic Universe dopo essere apparsi nella trilogia di Sam Raimi (è il caso del J. Jonah Jameson di J.K. Simmons).
Dopo averci giocato su per qualche anno abbondante (dai richiami fatti da Doctor Strange in Avengers: Endgame alla trama di Spider-Man: Far From Home), Marvel ha chiaramente deciso di puntare le sue narrazioni future (che copriranno anni di uscite cinematografiche, almeno da qui al 2024) su questo concetto di base, il Multiverso appunto. L’introduzione di questo espediente narrativo è toccata a Loki, serie che ha visto il ritorno di Tom Hiddleston nei panni dell’omonimo personaggio e fratello del dio del tuono Thor, la cui versione principale è deceduta proprio all’inizio di Endgame. Quella che ci troviamo davanti, infatti, scopriremo essere una “variante”, ovvero lo stesso personaggio ma che a un certo punto della sua esistenza ha deviato dalla linea temporale madre. Questa (sacra) linea temporale è sorvegliata dalla TVA (Time Variance Authority), una forza di polizia che si assicura che nessuna variante modifichi il normale percorso del tempo, già prestabilito in anticipo. Loki verrà graziato alla TVA se questi li aiuterà a catturare una variante di se stesso che sta minacciando l’esistenza stessa del tempo.
Scritta da Michael Waldron, già showrunner per Rick and Morty, non è un caso che proprio verso la serie animata di Adult Swim, l’ultima delle serie Marvel uscite su Disney+ abbia più di un semplice debito. Se della creatura di Justin Roiland e Dan Harmon c’è tutto il suo nonsense situazionistico e lo humor impazzito, è vero anche che Loki è una fucina di idee, magari non tutte esattamente messe a fuoco, ma che sono di buon auspicio per questo vastissimo universo cinematografico che sta via via sempre più abbandonando il canonico schema ripetitivo che si rinnovava a ogni film (Black Widow a parte, visto che parliamo di una parentesi). I suoi punti di forza, carisma di Hiddleston a parte (ormai perfettamente a suo agio nel ruolo), sono il gusto per la citazione, la frenesia di una trama a scatole cinesi tipica di certa fantascienza acida (andiamo da Philip K. Dick a Doctor Who, passando per la seminale Black Mirror dalla quale tornano anche due interpreti) e un approfondimento psicologico ormai costante dei prodotti televisivi a marchio Marvel Studios (abbiamo già parlato della complessità di WandaVision e di The Falcon and the Winter Soldier).
Lucidità e follia si alternano continuamente nel corso dei sei episodi di quella che è solo la prima stagione di Loki (la seconda è stata annunciata al termine dell’ultimo episodio), che tornerà verosimilmente in un Doctor Strange and the Multiverse of Madness di Sam Raimi che promette una buona dose di horror e psichedelia. Soprattutto, grazie alla regia ora impostata ora visionaria di Kate Herron, all’ottimo lavoro fotografico di Autumn Durald Arkapaw (che sceglie tonalità che vanno dal verde al viola) e a una colonna sonora che ricorda i lavori schizoidi dei Devo, Loki si rivela una sorpresa che ormai in questo nuovo percorso dei Marvel Studios sorpresa non è più, ma una solida conferma.
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