Recensioni

Ci sarebbero tantissime cose da dire su Eternals di Chloé Zhao. Su quanto si differenzi dai film che l’hanno preceduto all’interno dell’immenso Marvel Cinematic Universe, sulla sua attenta ricerca dell’inquadratura perfetta, sulla sua propensione a privilegiare la praticità e la verosimiglianza rispetto alla computer grafica e agli effetti visivi, sul suo andamento lento e misurato e il suo centellinare le scene action pur avendo per protagonista un team di supereroi. In questa sua Fase 4, si era già detto in più di un’occasione, i Marvel Studios preferiscono procedere con i piedi di piombo, mentre tutti gli eventi e la narrazione circostante sembrano correre all’impazzata. La contemplazione e l’attesa fanno finalmente parte del vocabolario di Kevin Feige e colleghi, e mai come adesso (soprattutto sul grande schermo, dato che l’esempio maggiore di questo atteggiamento lo hanno dato le serie Marvel in streaming su Disney+) si era posta un’attenzione così marcata sui personaggi e le loro psicologie, in grado di dialogare sia con la controparte cartacea che con la contemporaneità.
Più di tutto, Eternals sembra ergersi a emblema non tanto del tempo presente, ma di come vorremmo fosse rappresentata sempre la realtà che ci circonda. Si dirà, che è il primo film Marvel a mettere in scena una sequenza in cui i protagonisti fanno sesso, così come per la prima volta in una pellicola del MCU vediamo rappresentato un bacio omosessuale; però potremmo aggiungere anche che per la prima volta vediamo ritratta la complessità della malattia mentale (nel personaggio di Thena interpretato da Angelina Jolie), dell’amore incondizionato (Gilgamesh e Thena), della promiscuità che non si identifica mai con l’idea di trasgressione (i personaggi di Sprite e Druig). Questo perché l’attenzione per i dettagli, per la scrittura e per la psicologia dei personaggi fa sì che tutto ciò agli occhi dello spettatore non appaia mai come una forzatura o un rumoroso richiamo al tempo presente, bensì lo sovrapponga all’ideale di normalità che ogni essere umano ricerca nel corso della sua vita. Siamo tutti diversi, ogni essere umano al mondo lo è, ma dobbiamo imparare a darlo per scontato, a non scambiarlo per una minaccia, ma al contrario arricchire il nostro bagaglio culturale. La diversità è un dono, ma non è una novità, esiste dall’alba dei tempi, come quella che Zhao sceglie di rappresentare all’inizio del suo film nella mezzaluna fertile della Mesopotamia.
Dopo i Guardiani della Galassia di James Gunn e il Thor: Ragnarok di Taika Waititi, questo è Eternals di Chloé Zhao, che forse ancor più che i suoi illustri predecessori riesce a imprimere il suo marchio alla pellicola: unire l’immensamente grande (la storia dell’universo fatto di Celestiali, Eterni e Devianti) all’immensamente piccolo (le primissime civiltà umane che muovono i primi passi verso la costruzione di un modello di società). Su tutto aleggia sempre lo spettro di un disegno più grande o semplicemente di un modo di intendere la realtà circostante che sia alternativo al pensare comune (pensiamo alla Fern di Nomadland).
È curioso poi come la trama e gli snodi narrativi principali di Eternals possano essere letti metanarrativamente attraverso il processo produttivo della stessa Zhao ai Marvel Studios. Certamente dà da pensare: una regista proveniente dal piccolo panorama cinematografico indipendente (Zhao/Sersi) la cui missione è quella di andare contro gli “ordini” del modello precostituito dei suoi capi (Celestiali/Marvel). Se poi per arrivare al risultato finale bisogna scendere a compromessi, non c’è certo bisogno ce lo dica Eternals: lo ha già fatto più volte la storia del cinema. Eppure nel suo “piccolo” l’ultimo film targato Marvel Studios compie una piccola rivoluzione interna in tal senso. E tanto basta.
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