Recensioni

È stato un periodo intenso per John Lydon. Intenso e difficile. Passato in larga parte ad accudire l’amata moglie Nora Forster, malata di Alzheimer dal 2018 e morta infine nell’aprile di quest’anno. Reso ancor più insopportabile dalle difficoltà legate alla pandemia e dalle solite schermaglie con gli ex-Pistols, giunte a un punto di non ritorno dopo l’uscita della serie firmata da Danny Boyle.
Durante tutto questo tempo, la scrittura dei brani ha avuto per lui un effetto terapeutico. A differenza del passato, la particolare condizione emotiva gli ha permesso di elaborare una serie di temi che non comprendono solo l’invettiva tagliente contro le storture del mondo. I primi due singoli che hanno anticipato l’album fungono in questo senso da Colonne D’Ercole all’interno delle quali si sviluppa l’intero lavoro. Da una parte Penge, dal solenne impianto wave industrial (quasi alla Killing Joke), mette in scena vicende legate alle guerre norrene come metafora della necessità di compiere scelte difficili. Dall’altra la delicata Hawaii, forse il brano più romantico mai scritto da Lydon, nata per tentare di risvegliare nella moglie Nora i ricordi di momenti felici passati insieme e presentata, com’è noto, alle selezioni irlandesi per l’Eurovision Song Contest.
Fra questi due estremi si piazza un album intriso di sofferenza e disagio. Non solo per la difficile situazione personale dell’artista. Negli otto anni che ci separano dal precedente What The World Needs Now, il mondo è diventato un posto notevolmente più complicato. Da questo punto di vista, Lydon ha buon gioco a scagliarsi contro certi eccessi della woke culture. Peccato che in qualche caso la sua disamina finisca per assomigliare allo sproloquio del conservatore americano medio. Being Stupid Again è una tirata, a tratti imbarazzante (“All Marx and Lenin again“), contro i giovani studenti accusati di essere oggetto di indottrinamento da parte dall’autorità scolastica. Mentre in Walls, Lydon osserva (con un cantato che vira pericolosamente verso il rap) come certe “barriere” siano necessarie per proteggere la serenità delle persone. Sembra che quest’ultimo pezzo gli sia stato ispirato da una brutta esperienza avuta con uno stalker, ma è difficile non collegarlo alle simpatie trumpiane espresse nel recente passato.
A parte questo, End Of World mantiene una freschezza nei suoni che forse mancava agli ultimi due capitoli. Piuttosto che seguire le ultime tendenze di un post-punk che loro stessi hanno contribuito a definire, Lydon e compagni (gli stessi per il terzo album consecutivo, cosa che dà già il senso dell’affiatamento raggiunto dalla formazione) si sono impegnati a diversificare sonorità e atmosfere. Mantenendo dritta la barra del groove, che resta l’unico elemento oltre alla voce di Lydon a contraddistinguere il sound del PIL, brani come la già citata Walls e Car Chase mettono in scena un pop rock meno frontale e più sfaccettato del recente passato.
La ritmica ipnotica è ridotta quantomai all’osso, i synth pulsano a dovere, mentre la chitarra scintillante di Lu Edmon illumina frammenti come End Of The World e Strange per i quali disegna riff destinati a restare impressi nella memoria. A 67 anni l’ex Pistols si dimostra esempio di integrità e indipendenza, anche quando porta avanti battaglie che non sono esattamente quelle che vorremmo combattere.
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