Recensioni

La fine dei Duemila ha portato a una vera e propria ‘new new new-wave del postpunk’: solo che invece che spuntare gruppi nuovi come funghi (come accadeva tra fine anni Novanta e primissimi Duemila, vedi alla voce Strokes, Franz Ferdinand eccetera) sono tornati in scena direttamente loro, i big originali.
Seguendo uno schema abbastanza logico (prima i live, poi il disco), sono tornati in circolazione i Gang of Four con Content (7° disco peggiore del 2011 per SA), è tornato Mark Stewart con Edit prima (2008) e The Politics of Envy poi, sono tornati i Devo con Something for Everybody (2010), sono tornati Cure, Killing Joke, Jesus & Mary Chain, e persino Ian Curtis e i Joy Division, tra celebrazioni (da Control, 2007, in avanti) e ristampe. Torneranno anche i Television (quasi pronto, pare, un disco di 10 brani). Gente come The Fall o Jah Wobble invece non ha avuto bisogno di tornare, semplicemente perché – pur restando ai margini della scena musicale – non se n’è mai andata (e Pyschic Life di quest’ultimo, assieme a Julie Campbell, aveva momenti di vero fascino electro-dancey).
Sono tornati a più riprese i Sex Pistols e sono tornati i PiL, sempre secondo lo schema, prima i live (2009) e adesso il disco, a venti anni spaccati dall’ultimo That What Is Not (1992).
This is PiL vede in formazione accanto al grande situazionista Rotten/Lydon (due flash: la pubblicità del burro Country Life e il reality I’m a Celebrity) due vecchie volpi come il chitarrista Lu Edmons (passato tra le file di Damned e Mekons) e il batterista Bruce Smith (colonna di Pop Group, Slits, Rip Rig + Panic, ex marito di Neneh Cherry), entrambi nella formazione PiL altezza metà anni Ottanta, e il bassista Scott Firth (collaboratore di Steve Winwood, John Martyn, Elvis Costello). Il risultato non si distacca troppo dagli altri comeback dei vecchi leoni del postpunk: qualche numero azzeccato, buon mestiere, tanta noia. La sensazione del superfluo, comunque del fuori posto. Ma se, per dire, i Gang of Four pur di svecchiarsi avevano anche rischiato qualcosa (ricordiamo il desert rock + autotune di It Was Never Gonna Turn Out Too Good, che tanto era piaciuto al SIB di Blow Up, a noi meno), qui è tutto un gioco di equilibrio su una medietas rock tutta pezzi midtempo in odor di ballad, spesso semplici tappeti – un po’ tutti uguali – a servire il cantato e i testi di Lydon.
C’è la ricerca di una dimensione narrativa, di una atmosfera ora epica ora più riflessiva (perfettamente in linea con gli altri comeback postpunk), ma dietro la copertina fauve (che ci ricorda God dei Rip Rig) e i titoli di testa autocelebrativi della title track (introdotta da un rutto), c’è davvero poco da prendere: l’orecchiabile singolo “identitario” One Drop, l’inciso di chitarra dello psychodramma Deeper Water, il desert altalenante di Human, lo psych pop frizzante di Reggie Song. E Lollilop Opera, il pezzo migliore, e un bel pezzo in assoluto, filastrocca dub-samba facile facile ma di grande efficacia, con Lydon istrione concitato e masticaparole come sa essere quando è ispirato (vedi Primavera Sound 2011).
Altrove (la grinta piallata di I Must Be dreaming, di Fool, della conclusiva Out of the Woods; il punk più Green Day che hard di Terra Gate; lo spoken sull’incubo claustrofobico delle droghe The Room I Am In) solo brandelli annacquati dei PiL che furono.
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