Recensioni

Flowers of Romance dei PIL sembra uscito ieri, in quanto la sua tensione è quella di non voler uscire mai. La sua forma sgraziata, incompiuta, scazzata è come una traduzione in musica dei disegni di Antonin Artaud: e la cosa che rimane più impressa è la tela vuota alla quale il suono / colore reagiscono come se fosse spruzzata di repellente. Andando con ordine, i Public Image Ltd. fino a quel momento agiscono comunque in un ambito musicale già pericolosamente codificato nel giro di neanche due anni, il post punk. Pur portando innovativi strappi con la voce malevola di Lydon, le chitarre sfasate di Levene e Il basso dub beffardo di Wobble votati a seppellire il ricordo dei Sex Pistols, Metal Box sembrava già un punto di arrivo “borghese” nel voler smontare il mito dell’“anti mito” alternativo con le sue stesse armi. La cosa imprevedibile è che i Nostri potessero fare di meglio, anzi di peggio, mettendosi alle spalle anche se stessi. Sulla carta finiti senza il basso di Wobble, che era a tutti gli effetti la colonna del loro sound, i rimanenti Lydon e Levene lo tolgono di mezzo accelerando un processo di decomposizione annunciato. Immaginate qualcuno che vola da un ponte e si tuffa in un fiume prosciugato: ecco, Flowers of Romance è tutto questo.
Poche opere sono così coraggiose nella ricerca dell’annientamento nel senso catartico del termine: perché sì, di nichilismo si parla ma anche di tensione spirituale al nulla dei grandi saggi, se così possiamo definire una caduta negli abissi degli oppiacei e delle droghe, di cui i Nostri sono ghiotti consumatori. Due facce di una stessa medaglia, quelle di una musica che vorrebbe essere colonna sonora del sonno della ragione e invece forse è l’unica ragione possibile. Esempio di questo stato mentale è la traccia Hymne’s Hymn, un’ossessione percussiva, pochi e saltuari accordi di synth, l’uso di uno strumento etnico di bambù (forse un Angklung balinese), che si dipana come un sabba. Nata per essere nella colonna sonora del film Wolfen, la belva immortale di Micheal Waldleigh, in realtà viene usata come escamotage per celare alla Virgin l’assoluta inanità della band nel riuscire a far partire l’album. Rinchiusi negli studi di registrazione, se ne stanno due settimane a drogarsi e guardare il muro, fino a che decidono di lavorare su questa traccia, inizialmente del solo Levene. Lavorare è una parola grossa, fatto sta che il pezzo diventa dei PIL, non entra nel film succitato, e dà il la al concept del disco, fatto di sole percussioni. Titolo scelto da Lydon, per motivi evidenti: è un reset, si torna forse daccapo, ai primordi del gruppo omonimo in cui per la prima volta Sid Vicious tocca uno strumento a fianco dello stesso Levene, ed è una dedica all’ex amico quanto un’amara riflessione su un’innocenza oramai perduta, sull’impossibilità di romanzare il passato quando si è condannati ad andare avanti senza voltarsi.

Nella copertina del disco la band non c’è, ma è invece rappresentata dalla video maker e manager, la grande Jeanette Lee, poi manager di Rough Trade e all’epoca fissa nelle performance della band, cosa che già mette le cose in chiaro sul concetto di “paternità” dell’opera. La title track è infatti un manifesto di insofferenza verso il genere umano e le sue pretese, con il suo incedere tra il mediorientale e il celtico, basato su una sola nota di bordone e da una serie di percussioni stuporose: e raggiunge incredibilmente il numero 24 delle classifiche britanniche nonostante sia un lamento tossico registrato subito dopo il rilascio di Lydon da un carcere irlandese, rinchiusovi per una presunta aggressione.
Dal canto suo il brano è una sintesi della “presenza assenza” dei PIL in quanto band ed esseri umani, che a volte raggiunge livelli grotteschi. Lydon la registra e suona tutta da solo perché non riesce a trovare Levene e addirittura neanche l’ingegnere del suono, mettendoci ben venti giorni (!). Il salmodiare da “muezzin urbanizzato” di Lydon percorre tutto il disco, col suo apice nel brano di apertura, Four enclosed wall, anticipazione dei futuri disastri jihadisti dovuti alla paranoia di un mondo al collasso, in cui il sinistro ticchettio di un orologio di Topolino stra-effettato (metafora assolutamente geniale di un capitalismo idiota) lascia spazio alla vendetta cieca attraversata da ectoplasmi musicali in reverse. La vendetta (ma più che altro l’insofferenza) è presente in tutto il disco come una “cottura” da anfetamine: Track 8 ne è un perfetto esempio. Creata su un loop di batteria ottenuto con uno dei primi campionatori digitali (l’AMS, impossibile da mettere a tempo), vede un Lydon che rifiuta le avances – leggenda dice – di una giornalista: e il disprezzo (altro che il rock e le sue groupies) monta fino al più grande solo di chitarra della storia.
Un Levene che stupra le corde probabilmente sotto eroina, incapace di intendere e di volere, un suono simile a un laccio emostatico che si slaccia prima del tempo schizzando sangue ovunque, il suono della noia totale: e si occupa anche del basso preso letteralmente a manate con l’ennesima unica corda disponibile. Il basso in verità fa capolino nel disco, ma solo in questo brano e nella micidiale Banging the door, dove la narrazione di Lydon è a base di autodifesa che sa di reclusione (si dice tratti dei fans che lo asserragliavano sotto casa 24 ore su 24, ma ci sono più che altro accenni autobiografici su una relazione andata in merda) vede Martin Atkins, il futuro leader della superband industrial Pigface, a spingere una batteria vitale dai colpi imprevedibili in un mare di vermi sonori (evocati smanettando i synth casualmente). Il suo drumming nel disco alza la tensione tra morte e vita che si scazzottano stanche l’una dell’altra, ma è forse solo nella b side Home is were the heart is che le sue ritmiche diventano quasi una sfida a indovinare l’accento successivo raggiungendo uno stato di grazia. In Under the house e in Go Back è però Levene a occuparsi del drumming: nella prima Lydon canta per allontanare un fantasma, secondo lui albergante nei sotterranei degli studio, nella seconda percula l’estrema destra inglese (“domestic front” li appella senza se né ma), ridotta anch’essa a fantasma di una ragione che non ha da essere.
In entrambi i casi, Levene gioca con i vuoti e i pieni e con inserti casuali di chitarre storpie e riprese in diretta di suoni di opera lirica presi dalla tv, è il pezzo che si fa da solo, come mosso dai fili del destino, che segna la nostra ora a colpi di battiti di mani nei quali il flamenco “turistico” è calpestato da grossi mostri bavosi delle sue carcasse. E l’ultimo brano, Francis Massacre, in questo è solenne: finalmente la band si lascia andare alla più becera cacofonia, pronta a uccidere metaforicamente l’ascoltatore. Il pezzo, dedicato a Francis Moran, condannato a vita nelle carceri irlandesi per omicidio, è in realtà un parallelo kafkiano delle vicende giudiziarie di Lydon in Irlanda. Chiuso in carcere, tutto quello che gli veniva in mente era urlare “tiratemi fuori di qui”, che è esattamente quello che l’ascoltatore medio pronuncia una volta finito il disco.
Ma attenzione, abbiamo dimenticato Phenagen: un brano all’apparenza di passaggio, e invece con questo mix di Marocco, scansioni medievali e arpeggi celtici con tanto di bizzarro violino Stroh, è chiave di volta per capire quanto i PIL abbiano spostato l’asticella avanti. Verso il noise rock, il post rock, le varie Sublime Frequencies, l’art rock (i Liars li copieranno spudoratamente per il loro They were wrong, so we drowned) ma anche molto del pop odierno da classifica per il quale la melodia è un optional e la ritimica invece tutto. A questo proposito sapete tutti che Phil Collins si ritrovò scippato dai PIL del suo brevettato suono di batteria, quello dei gate al riverbero, inventato per caso nei dischi di Peter Gabriel. Ecco, come per estremo spirito di contraddizione i Nostri non lo usano a cazzo come prevedibile, ma invece lo perfezionano e lo rimandano al mittente quasi come degli scienziati.
Lo stesso Kurt Cobain non è mai riuscito a fare un disco come Flowers nonostante abbia cercato in tutti i modi di dimenticarsi come suonare. D’altronde la migliore canzone dell’album in questo senso non è mai uscita: si tratta di Vampyre, outtake con solo una batteria che spezza il pattern e una specie di white noise pitchato in basso. È possibile la perfezione nel completo sfasamento di tutto? Sì: è un mistero, ma questo disco ne è la prova. La prova che alla fine per fare grandi dischi è necessario avere voglia di fare tutt’altro, di non esserci, di gettare la spugna. Perché la migliore musica è il silenzio.
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