Recensioni

Ognuno ha il sacrosanto diritto di vivere la situazione-concerto in piena libertà. E allora non stupisce più di tanto vedere al live dei PIL previsto nell’ambito del festival cesenate Acieloaperto, quarantenni e cinquantenni con i pochi capelli rimasti, tinti e sparati verso l’alto, come a scimmiottare l’iconografia costruita negli anni da John Lydon. Spirito di imitazione fuori tempo massimo? Forse, o magari più semplicemente un senso di appartenenza a quel poco di ideologico – e quindi anche di estetico – che è rimasto nella musica, e che il post punk in generale e i Public Image Ltd in particolare continuano a rappresentare – almeno per le vecchie generazioni come quella del sottoscritto. Lo stesso Lydon, del resto, è un over sessanta un po’ appesantito dal trascorrere del tempo e da qualche eccesso di troppo, seppur ancora pieno di energie e capace durante il concerto – nell’ordine – di far notare più volte e con una certa ironia al tecnico di palco posizionato a due metri da lui – ma parlando direttamente nel microfono, così che tutti possano sentire – che c’è qualche problema nelle casse spia, bere acqua come il più intransigente dei salutisti, scolarsi un sorsetto di quello che sembra whiskey direttamente dalla bottiglia, cercare a più riprese di coinvolgere un pubblico freddino che lui non esita a punzecchiare con commenti ad hoc.
E ritorniamo dunque alle non moltissime – considerato il peso specifico della band – presenze, alcune delle quali – soprattutto le più giovani – danno l’impressione di essere lì più per vedere un’icona del punk come il vecchio Johnny il marcio, piuttosto che per celebrare i quarant’anni del marchio Public Image Ltd come da “contratto” – il disco, uscito a luglio 2018, si chiama PiL: The Public Image Is Rotten (Songs From the Heart) ed è un box set antologico. Probabilmente se ne accorge anche la band, che tuttavia non si risparmia, in un concerto ampiamente sotto le due ore ma che prevede una carrellata di sempreverdi supportata da una taratura dei suoni e da un impianto audio degni della statura della creatura di Lydon.
E per fortuna, perché brani come This is Not A Love Song e Rise sono ancora una discreta botta, suonati da una band energica e concentrata che dimostra assai meno dell’età anagrafica che gli compete. «La chimica tra di noi è eccellente», dichiarava qualche mese fa a RTE il leader della formazione, ed è vero, tanto che vedendoli suonare su un palco verrebbe da considerarli quasi come un collettivo («C’è un grande senso di empatia. Siamo ottimi amici») più che come una band con un leader acclarato. Certo è che le chitarre taglienti e inquietanti di Lu Edmonds, le architravi di basso di Scott Firth e la pulsazione inarrestabile della batteria di Bruce Smith (al lavoro anche con il Pop Group) sono quanto di meglio la voce salmodiante di Lydon possa desiderare: una macchina ben oliata in cui è difficile cogliere sbavature. E lo stesso Lydon pare in buona forma e voglioso di ripercorrere una carriera che, durante la serata, verrà suggellata da classici come Death Disco, The Body, Flowers Of Romance, Public Image, oltre ai già citati This is Not A Love Song, Rise e a molti altri.
Un bel tuffo nel passato fatto con consapevolezza e con un piede ben piantato nel presente, verrebbe da dire, ché i PIL non sono ancora un pezzo da museo e nemmeno una chincaglieria da mercatino dell’usato. Nella band c’è una vitalità figlia dell’esperienza e dell’esigenza di non ritrovarsi rinchiusi nel ruolo di icona di un’epoca passata, e questa vitalità non la cogli solo in sede di concerto, ma anche – perlomeno in parte – in album recenti come This Is PIL e nello stesso What The World Needs Now…. Il merito è ovviamente anche di un Lydon rinato più volte negli ultimi 40 anni, mai sceso a compromessi e capace di pagare in prima persona per gli errori commessi in gioventù: uno che è sempre meno lo sbarellato frontman di tutto il movimento punk inglese e sempre più un lucido critico della contemporaneità nei testi dei brani che scrive e nelle interviste che rilascia; uno che lo scorso febbraio dichiarava al Guardian: «Non voglio essere quel tipo di pop-star agiata e dispettosa à la Mick Jagger. [Con i Sex Pistols] stavo diventando una parodia. [Con i PIL] sono tornato John Lydon e ho svelato me stesso in un modo completamente diverso».
Tutto vero, caro Johnny, e finché ci sarà spazio per una «PIL zone» degna di questo nome, noi saremo lì a pettinare i nostri ciuffi all’insù.
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A post shared by Fabrizio Zampighi (@zaber75) on Jul 30, 2018 at 4:31am PDT
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