Recensioni

John Lydon ha ancora la voce. Che è la cosa più banale, ma anche quella che tutto sommato impressiona di più. Non la presenza scenica, nemmeno le capacità da istrione. Quelle, come si suol dire, si sanno… E quello sguardo allucinato, quella scintilla negli occhi sempre viva – poco importa che sia perché indossa la sua maschera, come un attore consumato, con quelle smorfie grottesche. (La voce). Nemmeno importa il fatto che i PIL di oggi siano la sua backing band, e una backing band di tutto rispetto. (La voce). Nel fisico e intorno a lui ci sono i segni dell’età: gli occhiali, il leggio, il secchio per i gargarismi e le sputate, ma quando arringa con Religion… quando canta… La voce.

Al di là di questa sicurezza, e della sicurezza di una band che sa il fatto suo (Bruce Smith, Lu Edmunds e Bruce Firth al basso, quest’ultimo lo strumento più in evidenza), c’è da dire che le esecuzioni sono sempre ottime, ma manca quel qualcosa in più che ci era parso di cogliere il turno precedente (Bologna, 26 ottobre 2013). È soprattutto la scaletta che è cambiata. Nemmeno stravolta, solo cambiata. What the World Needs Now fa la parte del leone con Double Trouble, Know Now, Bettie Page, The One e Corporate. A essere sacrificato è, guarda caso, Metal Box: solo Chant, se non vogliamo contare anche Death Disco. E se a un concerto aggiungi i pezzi nuovi ma togli una Albatross e una Poptones, non è proprio la stessa cosa. Anche se poi ci sono sempre i classiconi come Public Image e Rise, tenuti per il bis. C’è però una Religion lunga, minacciosa, sfibrante: il suono è ancora vivo e tagliente.

Buona performance comunque; affinità e divergenze si compensano, anche se abbiamo avuto sensazioni migliori la volta scorsa. Inutile girarci intorno. Ps: dimenticavo di citare il gruppo spalla, i Delenda Noia, da Reggio Emilia. New wave anni ’80. O meglio, synth pop vecchia maniera con testi da indie italiano… e qui mi fermo….

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