Recensioni

“My name is Johnny…”. Occhi scavati e intensi, azzurrissimi nel loro sguardo glaciale. Così sale sul palco Johnny il marcio (che fu), così e con una lunga camicia scottish, il ciuffo poco dritto sulla fronte e la consapevolezza di essere la pop (eh, già…) star più controversa d’Inghilterra. Già perché forse non smetteranno mai di far discutere le sue comparsate in spot televisivi (di dubbio gusto), la sua partecipazione all’Isola dei Famosi UK (e le conseguenti invettive politically uncorrect contro i telespettatori), il suo presunto dietro-front politico con le dichiarazioni dopo la morte della Thatcher, ma rimane il fatto che la persona che sale sul palco dell’Estragon oggi è un brandello di storia impazzita. E, si badi bene, non solo di storia musicale, ma di Storia con la esse maiuscola, perché Lydon, con le sue stravaganze, le sue strafottenze, la sua sfacciataggine, la sua genialità perversa, ha giocato un ruolo definitivo nella formazione di un gusto estetico che è andato ad influenzare tutta l’arte e la cultura dagli anni Settanta in poi. Vederselo qui, dunque, non è solo un piacere, ma anche un privilegio.
Lo stesso privilegio che hanno sperimentato sulla loro pelle i Soviet Soviet di Pesaro. Emozionatissimi (e ci crediamo!), ma ruggenti come non mai. Il loro impasto di new wave e punk rock 2.0 fa presagire bene per quel disco atteso per la metà di novembre. Consapevoli del ruolo di prim’ordine che gli è stato assegnato, si mostrano devoti e riconoscenti (diciamo pure fan), nonostante per certi versi ricordino più i Placebo (complice una vocalità simile) che la band che sta per esibirsi. Conosciuti e apprezzati soprattutto in Est Europa, i Soviet Soviet fanno parte di quella schiera di artisti che l’estabilishment ufficiale del Bel Paese fa fatica a riconoscere. Difficilmente rimarranno indifferenti dopo le date con i P.I.L. e il disco che è ormai alle porte.
Rumoreggia da tempo l’indiscrezione (confermata da Lydon) che quel This Is P.i.L. targato 2012 (ma la reunion è del 2009), sia frutto dei fondi guadagnati da Lydon prostituendosi qua e là, vagando col pensiero fisso di riformare i Public Image, dopo la discutibile esperienza della reunion dei Sex Pistols. Ebbene, quel che vale di più, malgrado il disco sia stato accolto timidamente dalla critica, è che è quasi imperdibile la sua esecuzione live. Innanzitutto grazie all’accuratissima e azzeccatissima scelta dei compagni di viaggio: Lu Edmond si conferma il più acido e maniacale chitarrista che i P.i.L. ricorderanno e non fa rimpiangere più di tanto il mitico Keith Levene, interpretando al meglio le sue partiture; aveva suonato in Happy? dell’87 e torna sul palco con la barba lunga sotto il mento, un incrocio fra Sébastien Tellier e Josh T. Pearson; il bassista Scott Firth, felicemente noto per aver suonato nelle Spice Girls, è la figura adatta e fondamentale per il sound proto kraut, world e a volte dub della band; ciliegina sulla torta, Bruce Smith, pedina di spicco dei Pop Group di Mark Stewart, fa della batteria una cassa di risonanza cronologicamente testata sui nostri battiti cardiaci.
Da Deeper Water ad Albatross, da Warrior a The Order Of Death, la scaletta snocciola trentacinque anni di carriera, attraverso i quali i Public Image Ltd. hanno attraversato tutti i generi immaginabili (punk/post-punk, rock/post-rock, blues, dub, kraut, art, dada-rock, ecc.), rimanendo però sempre ancorati ad una precisa personalità ribelle, di quelle tinte da un velato socialismo (che dal 1978 in poi, per Lydon, non fa più rima con anarchismo), ma soprattutto da un gusto eclettico che non può che rendere divinamente su un palco. E il live di Lydon e compagni è impressionante proprio perché non è una parodia di se stesso, non è lo show per farci ascoltare le belle canzoni di una volta e, magari, farcele anche canticchiare. Il loro live duro, massiccio, energico, a tratti ballabile (anche molto ballabile), non è scontato. Lavorano sui brani come se fossero fatti di terra cotta, ci mettono le mani, li dilatano (Warrior durerà quasi nove minuti), li innovano, li contorcono, come nelle migliori composizioni di arte contemporanea. Nulla è dato per certo. This Is Not A Love Song (l’unica veramente salutata dal pubblico come una hit) finisce per sciogliersi in un acidissimo finale multicolore in cui la chitarra di Edmond, come sempre, fa a pezzetti la melodia. Back in 1990 con una versione memorabile di Death Disco (nella quale, come di consueto, trova spazio anche Swan Lake), che – se risente di una voce un po’ più impostata e ragionevolmente meno stridula del Lydon di vent’anni fa – è capace di essere passiva, aggressiva e malignamente perversa con quel “Silence in your eyes” ripetuto come un mantra.
Povero di parole per il pubblico, sul palco Lydon è in veste di priore, con il suo leggio a tenergli in piedi le fila del discorso: quasi immobile nel suo metro e mezzo di competenza per tutto lo show, le movenze gestuali e facciali evocano e sottolineano i testi come fossero verità divine, appese fra la pronuncia biascicata e la caratteristica erre sonora. Attenzione particolare, naturalmente, ai brani dell’ultimo disco, di cui Out Of The Woods rappresenta forse il momento più intenso, con la sua vena techno e l’atmosfera oscura. Ottima anche l’intuizione di inserire ben tre brani dal mai troppo incensato Metal Box (1979): Albatros, Careeing e Poptones, infatti, suonano forti, col basso mixato alto e il timbro della chitarra come lo si sarebbe immaginato dall’ascolto del disco. Il ritorno per gli encore ci regala l’unico brano “punk” in scaletta, quel Public Image, che è l’emblema del passaggio di consegne storico da Never Mind In The Bollocks a First Issue, dal punk più puro alla proto new wave. Ci si poteva aspettare una presenza più massiccia della chitarra di Edmond (che suona molti brani con una sorta di bozouki elettrico) in questo brano, ma tant’è… Fra i momenti al top, non si può non menzionare una Rise (l’unica da Album del 1986) dai toni epici che, attraverso un corale “I could be wrong/I could be right”, è capace di ricordarci che i P.i.L. sanno anche essere semplicemente un grande gruppo pop. Chiude, come ormai da tradizione, Open Up, frutto di una collaborazione di Lydon con gli elettronici Letfield.
Punk Is Dead, dunque, era lo slogan che capeggiava dalle parti di Seattle nei Nineties. Niente di più vero e di più giusto, ma l’eredità che il punk ha lasciato (soprattutto nelle mani di chi aveva contribuito a crearlo e poi a distruggerlo) è veramente enorme. È l’eredità con cui molti di noi sono cresciuti non solo a livello musicale (Joy Division, Pere Ubu, Devo, The Fall), ma anche estetico, culturale, forse anche umano. I Public Image Ltd. sono stati capaci di incorporare questo sentire, di cambiare forma, di “prostituirsi” forse, di entrare in sintonia con i tempi. E, malgrado la sfacciataggine e la giustificabile incoerenza di quello che una volta era noto come il Marcio (e ora ricorre ad operazioni odontoiatriche per mettere a punto quel famoso dente), sul palco dell’Estragon siamo stati tutti un po’ parte di questo.
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