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Dopo i Beatles, ho pensato che non avrei più scritto una nota di musica

Immaginate l’autore di Yesterday e Hey Jude in abiti circensi, con tanto di naso rosso e cappellone, a cantare una filastrocca per bambini (Mary Had A Little Lamb), o in completo rosa e baffetti in una improbabile e assurda coreografia anni Trenta alla Gene Kelly / Busby Berkeley (Gotta Sing, Gotta Dance). Incredibile a dirsi, oggi, ma c’è stato un momento storico in cui essere Paul McCartney non era poi così cool come si crede. Era una maledizione, altroché.

È quello che ci racconta Man On The Run, documentario diretto da Morgan Neville (già premio Oscar per 20 Feet from Stardom e autore, tra gli altri, di Roadrunner: A Film About Anthony Bourdain), presentato al Telluride Film Festival 2025 e disponibile in streaming su Amazon Prime dal 27 febbraio; pellicola che si aggiunge a una lunga serie di approfondimenti visivi andando, idealmente, a proseguire l’epopea iniziata con Get Back e la riedizione di Anthology (senza contare il più “generico” 3,2,1).

Quello dei difficili, primi anni di Macca da solista è in realtà un racconto ormai divenuto da lungo tempo vulgata ufficiale (rivalutazioni incluse), i cui dettagli sono ben noti anche al di fuori della cerchia degli adepti; lo scopo è dunque di fornirne una traduzione visuale efficace, esplorando il punto di vista del Beatle più Beatle di tutti. Innegabile infatti che, dei quattro, Paul fosse il più legato al gruppo, di cui era stato leader de facto dal 1967 in poi e di cui è oggi – giocoforza- ambasciatore superstite (fatte salve le eterne autocelebrazioni di Ringo); naturale, allora, che il suo sguardo sull’immediato post-scioglimento risulti essere la prospettiva più intrigante da raccontare.

Con a disposizione una messe virtualmente sconfinata di immagini e filmati casalinghi provenienti dagli archivi personali, il regista ricostruisce con ritmo vivace e gustoso l’arco temporale che va dalla crisi personale e professionale alla fine del 1969 all’arresto per possesso di marijuana in Giappone nel gennaio 1980, fino all’assassinio di Lennon alla fine di quello stesso anno, toccando nel mezzo una grande varietà di eventi e di temi senza mai perdere il focus della narrazione, ovvero l’uomo in fuga.

Dall’album omonimo del 1970 e il capolavoro incompreso Ram alla fondazione dei Wings con Linda e il fido Denny Layne, passando per i primi tour in furgone, il trionfo di Band On The Run (1973), il ritorno al successo globale dopo anni di purgatorio autoinflitto e infine l’implosione della band, la storia sa andare a fondo con dovizia di particolari, trattando i punti focali (i problemi legali, artistici e personali e l’ondata di odio da parte dell’opinione pubblica dopo la fine dei Fab Four, ma anche l’ispirazione ondivaga, le ombre del passato e le incertezze del futuro) e permettendosi altresì di rinunciare a una cronistoria doviziosa (alcuni album o singoli sono solo accennati, quando non omessi), esplorando invece motivazioni, cause profonde e relazioni interpersonali.

Centrali, dunque, le figure di John (George e Ringo a malapena menzionati e mostrati, per scelta precisa) e Linda: il primo con la sua assenza/distanza/rivalità e la seconda con la costante presenza/ispirazione/amore: due poli opposti lontano dai quali Paul non sarebbe stato lo stesso, a cui viene dato l’opportuno peso e importanza in sequenze intime, rivelatrici e ad alto tasso di intrattenimento (di John e Paul erano belli anche gli scazzi e i dissing, altroché; e la coolness di Mrs. McCartney era davvero avanti rispetto ai suoi tempi, alla faccia degli hater di allora e di oggi).

Oltre che ad immagini e musiche (tra cui alcuni rough mix e rarità, parzialmente incluse nell’inevitabile colonna sonora uscita in  contemporanea), la narrazione è affidata a  testimonianze sia recenti che d’archivio – accanto ai protagonisti principali (parenti inclusi, da Sean Ono Lennon a Mary e Stella McCartney, passando per il fratello Mike), anche tutti i membri dei Wings nonché il giornalista Peter Doggett, il produttore Chris Thomas e colleghi come Nick Lowe, Mick Jagger e Chrissie Hynde – in un racconto corale lontano dall’agiografia; il ricorso a voci fuori campo anziché alle classiche “teste parlanti” è poi un’altra scelta azzeccata che, unita ad un uso misurato ed intelligente di animazioni, avvicina la pellicola più a un film artistico (alla Sparks Brothers di Edgar Wright, per intenderci) che al canonico documentario (come invece era stato il precedente Wingspan del 2001).

D’altronde, stavolta non si trattava di raccontare un’avventura musicale a uso e consumo dei fan (per quella c’è il volume Wings: The Story of a Band on the Run, che usa grossomodo lo stesso materiale), e nemmeno di far rientrare tutto nel classico arco narrativo di caduta, redenzione, crescita e riaffermazione; ma di provare a spiegare un enigma. Cosa ha spinto uno dei più grandi compositori di musica pop del XX secolo, una delle rockstar più grandi, facoltose e potenti del mondo, a rifugiarsi in un remoto rudere in Scozia a riparare tetti, allevare pecore e coltivare erba, a dissimularsi dietro musicisti anonimi per poi farsi odiare (reiterando dinamiche già note), a sprecare il proprio talento in progetti capricciosi, velleitari quando non assurdi (un film-concerto con dei topi a cartoni animati? eh?), a dissipare la propria eredità artistica e credibilità, a ingaggiare una lotta titanica contro tutto e tutti con scelte artistiche e di carriera spesso incomprensibili e avventate? E in che modo, alla fine, ha saputo ritrovare la strada – e se stesso?

Al netto dell’immediatezza, universalità ed eternità della sua arte e dell’ineludibile mito dei Beatles, Paul McCartney è in realtà stato – e rimane – una figura complessa e contraddittoria, spesso fraintesa e fuorviante, ancora da comprendere e scoprire del tutto. Senza fare sconti e mantenendosi onesto e coerente, Man On The Run ha il merito di restituircene un ritratto completo e rivelatorio, ricco di luci ed altrettante ombre e, in ultimo luogo, estremamente avvincente. E umano.

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