The Beatles – Get Back. Reimmaginare la Storia
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Antonio Pancamo Puglia
- 8 Dicembre 2021
And now, your host for this evening… The Bottles!
C’era una volta Let It Be. Il film di Michael Lindsay-Hogg, uscito nel maggio 1970, di cui l’omonimo album non era che, ufficialmente, la colonna sonora (vincitrice di un Oscar, peraltro). Un progetto cinematografico (i Beatles dovevano, per contratto, un terzo film alla United Artists) che, strada facendo, finì per diventare qualcosa di radicalmente diverso: il documento, detestatissimo, del disfacimento della band più amata di tutti i tempi, avvenuto pubblicamente meno di un mese prima. Nessuno del gruppo andò alla première né ebbe, negli anni a seguire, parole di apprezzamento per la pellicola e tutto ciò che ruotava intorno (significativo che non sia stata ripubblicata in alcun modo, se non in vhs negli anni 80). Fatti stra-noti, certo, ma di cui non possiamo non tener in conto di fronte alla visione di The Beatles – Get Back, il nuovo documentario in tre parti, per una durata complessiva di quasi otto (!) ore, firmato da Peter Jackson e distribuito dalla piattaforma streaming Disney+ a partire dal 25 novembre 2021.
Commissionato prima della pandemia Covid 19, inizialmente concepito come un film per il cinema e poi adattato al formato serie tv, è senza dubbio l’evento più atteso nell’universo Beatles dai tempi dell’operazione Anthology: ore e ore di materiale video e audio, tratto dalle medesime sedute di Let It Be, mai visto né sentito prima, restaurato e rieditato con una sensibilità e uno scopo distanti anni luce tanto dal film originale quanto da qualsiasi altro rockumentary. A prescindere dal taglio scelto dal regista e dalla lettura dei fatti proposta a decenni di distanza dagli stessi (alla luce di alcune cosucce avvenute nel frattempo), si tratta anzitutto di un documento audiovisivo straordinario, destinato comunque a cambiare un bel po’ della percezione che abbiamo dei Fab Four (come fenomeno, come artisti, come individui), della loro storia per come è stata tramandata e vissuta ex-post, e in prospettiva a ridisegnare anche la documentaristica rock in generale (l’asticella è fissata piuttosto in alto). Non male se si pensa che l’idea originaria, modernissima e preveggente, è vecchia di cinquantadue anni: l’intento, in quel gennaio 1969, era “soltanto” di riprendere incessantemente i quattro al lavoro, durante la lavorazione di nuovi brani in vista di uno spettacolo in diretta tv (… che poi sarebbe invece diventato un album, e infine una delle esibizioni più iconiche della storia del rock: il concerto sul tetto della Apple a Savile Row).
Get Back – che, peraltro, era già il titolo originario – non è solo un Let It Be espanso. Laddove la pellicola di Lindsay-Hogg era un crudo e grezzo documento cronachistico (i Beatles si incontrano, suonano, scrivono e provano alcuni brani, improvvisano uno spettacolo dal vivo sul terrazzo dei loro studi, titoli di coda), composto in assoluta maggioranza da momenti musicali in serratissima successione, senza alcun contesto o storia e pochissimi dialoghi, quella di Jackson è, piuttosto, una narrazione, affidata in larga parte alle parole dei Beatles e dei loro associati, oltre che alle immagini e, ovviamente, alla musica (vengono suonate, o anche solo accennate, più di 120 composizioni tra originali, cover e improvvisazioni).
Non è una differenza da poco, e per rendere godibile un prodotto così lungo e mirato a un target tanto specifico, il regista neozelandese non poteva che svilupparlo come una vera e propria storia, con eventi presentati giorno per giorno e scanditi lungo tre episodi/macro-sequenze: Twickenham (gli studi cinematografici dove il progetto nasce e prende forma, fino a un stop forzato), Apple (il nuovo quartier generale, dove la band si trasferisce per rinserrare I ranghi e trovare l’intesa), Rooftop (l’esibizione finale, il climax). C’è un contesto cronologico ben preciso (22 giorni di lavorazione, tra il 2 e il 31 gennaio 1969), una premessa (i Beatles devono scrivere 14 canzoni in due settimane per uno spettacolo in tv. Riusciranno nell’impresa?), una trama già definita e in larga parte nota attraverso le narrazioni precedenti (le tensioni interne, le difficoltà di produzione, gli stalli, i colpi di scena), di cui conosciamo ovviamente l’esito (la pubblicazione dei frutti di quelle sedute più di un anno dopo, su vinile e su pellicola, a gruppo dissolto).
A funzionare è proprio il meccanismo narrativo: sullo sfondo della storia pregressa dei quattro (cui viene dedicato un lungo prologo, e che viene spesso richiamata con immagini e filmati ad hoc), lo spettatore si ritrova a seguire momento dopo momento un particolare segmento temporale della loro vicenda, ritrovandosi di fatto nella stessa stanza insieme ai protagonisti per quasi un mese di fila. Benché la durata media di ciascun episodio – due ore e trenta – sia titanica, l’incanto regge e avvince, miracolosamente. Oltre al montaggio, il restauro digitale delle immagini restituisce perfettamente ogni dettaglio degli ambienti, ciascuno con i suoi colori, le sue luci, il suo mood; le didascalie aiutano a collocare nel tempo e nello spazio persone ed eventi, così come i riferimenti alla cultura pop e ai personaggi del periodo, o al contesto di quei giorni, dai quotidiani ai programmi tv. Per circa otto ore, sei nel 1969. Con i Beatles. Per davvero. Li vedi imparare gli accordi di I’ve Got A Feeling; provare armonie vocali su Don’t Let Me Down; lavorare a Let It Be. Come una qualunque band in sala prove.
Resta da dire che, dal punto di vista dello spettatore, se non si è un maniaco della materia o un appassionato di rock, la visione è sicuramente una sfida. A volte, lo è persino per le categorie sopra individuate; più episodi da un’ora, o addirittura più brevi, avrebbero forse giovato, fosse anche per godere meglio di ogni particolare, dai vestiti alle battute, dalle espressioni facciali alla strumentazione adottata; ci sono così tante informazioni visive e uditive da perdersi, e diversi rewatch vanno tenuti in conto (laddove il binge è puro autolesionismo, sappiatelo).
La storia, al contrario, è piuttosto lineare e facile da seguire: a fronte di un episodio 2 decisamente troppo lungo e incentrato sui tempi morti in studio (a fronte di singoli momenti memorabili, e sono tantissimi), l’episodio 1 e il 3 risultano decisamente riusciti. Il primo costruisce sapientemente un arco narrativo, un abile crescendo che va dall’inizio delle lavorazioni (segnate da un iniziale entusiasmo ma anche da una certa improvvisazione, anche tecnica), passa attraverso il disincanto, le discussioni, la noia e i litigi e culmina, drammaticamente, nell’esplosione della crisi con l’abbandono temporaneo di Harrison (evento censurato nel film originale, e adesso centrale nello sviluppo della trama). Il terzo usa il medesimo espediente per arrivare al climax finale, l’esibizione integrale – false partenze e outtakes comprese – del concerto sul tetto del 30 gennaio 1969, mai vista prima così: un efficace utilizzo simultaneo di più inquadrature disponibili, con l’intervento della polizia (documentato nei minimi dettagli) a dettare e seguire gli eventi, con tutto quello che precede (i dubbi dell’ultimo minuto, il nervosismo visibile) e segue (l’ascolto giù negli studi di quanto appena inciso sul tetto). Un finale così riuscito che anche soltanto l’ultima ora avrebbe meritato una release a parte, magari cinematografica (come prevedeva il progetto iniziale, d’altronde); va comunque detto che il linguaggio della serie televisiva è sicuramente la scelta più ovvia e naturale nell’anno 2021 (come ha dimostrato il documentario Hulu / Disney McCartney 3, 2, 1).

Nei panni di se stessi, con l’inquietante occhio orwelliano della cinepresa sempre puntato addosso (i dubbi sulla spontaneità del tutto, in questo reality ante litteram, sono leciti ma sormontabili), i Beatles non possono comunque fare a meno di essere… i Beatles. Spiritosi, sfrontati, leggeri, spavaldi e sicuri di sé (viziati, anche, come ti aspetti da ventenni milionari già allora considerati tra le persone più importanti del mondo, e del secolo). Così come li conoscevamo e li immaginavamo, ma… anche di più. Nella cornice di una narrazione molto più ampia, vengono fuori aspetti dei loro caratteri e del loro atteggiamento in queste particolari circostanze che sostanzialmente confermano, in parte smentiscono e in definitiva arricchiscono tutte le congetture e ricostruzioni post-Let It Be. E ci forniscono il quadro più completo possibile non solo di quel particolare segmento di carriera, ma di tutta la situazione interna del gruppo a un passo dallo scioglimento, i rapporti, le dinamiche, le personalità individuali, il modo di rapportarsi l’un l’altro; e ancora: come funzionavano i Beatles dal di dentro, che percezione avevano di se stessi, i loro personali gusti musicali, i loro obiettivi artistici, le loro ambizioni, le loro paure, cosa li faceva ridere, come scherzavano tra di loro. Tutto.
Perennemente in ritardo, Lennon è molto più partecipe e meno annoiato di quanto si sapesse (e lui stesso avesse ricordato in seguito, alla luce degli eventi successivi): anche se, rispetto a McCartney e Harrison, porta meno canzoni (verranno terminate solo Don’t Let Me Down, Dig A Pony e una sezione di I’ve Got A Feeling), contribuisce con idee (anche per la scenografia dell’abortito tv show), parti di arrangiamento, tiene continuamente la scena con le sue battute e giochi di parole (letteralmente, centinaia – a volte, sembra di assistere a un Lennon Show) e tiene alto il morale. Spesso è brutalmente onesto, ma mai inopportuno o aggressivo verso gli altri. Si lava poco. A malapena, cambia i vestiti. È risaputo che in quel periodo lui e Yoko facessero uso di droghe non proprio leggere, e lui stesso confessa a telecamere accese di esserci andato giù pesante la sera prima, e di aver cannato un’apparizione tv nel mattino, apparendo in stato pietoso (venendo rimproverato da Paul; il riferimento è alla famigerata Two Junkies Interview per una tv canadese, reperibile su YouTube). Ma nonostante tutto riesce sempre a stare sul pezzo e, in sostanza, si sente ancora parte dei Beatles. E si vede. Anche se ha abdicato in favore di Paul il ruolo di boss, scegliendo di non prendere decisioni importanti o di non contrariarlo, la considera sempre la sua band. Il suo abbandono qualche mese dopo, nel settembre dello stesso anno, appare se non impensabile quantomeno strano; a un certo punto, qualcuno dice che John ha confessato di non avere nessuna intenzione di “non essere un Beatle”, anche se la sua dimensione individuale, al fianco di Yoko Ono, è già ben delineata.
“Ci sto, se il nostro obiettivo è la comunicazione”, dice durante uno dei tanti meeting a Twickenham, interpellato se fare o meno lo speciale televisivo dal vivo. “Va bene, se sorridiamo e diamo un messaggio positivo. Come quando abbiamo fatto la diretta di All You Need Is Love”. Visionario, comunicatore nato, John viveva già nel mondo globale: sapeva che con la sua band stavano contribuendo a crearlo, quel mondo, ed erano dei catalizzatori formidabili, unici. Basterebbe solo questo contributo per confermare quanto, per Lennon, fosse importante essere un Beatle, e cosa significava esserlo agli occhi del mondo. E più banalmente, avere il privilegio di guardarlo a 28 anni, in azione costante, al culmine della carriera e al suo toppermost, per quasi otto ore, è un tuffo al cuore che ce lo fa amare (e ce ne fa sentire la mancanza) ancora di più.
McCartney, come prevedibile, è un motore inarrestabile. In quel gennaio 1969 è al suo picco creativo. Non gli basta aver contribuito in larga parte al White Album (che, lo ricordiamo, era uscito quaranta giorni prima delle riprese. Quaranta). Vuole che il materiale sia inedito. Porta la maggior parte delle canzoni; ne ha diverse complete (I’ve Got A Feeling, Two Of Us, Maxwell’s Silver Hammer, Oh! Darling, She Came In Through The Bathroom Window), alcune solo abbozzate (Let It Be, The Long And Winding Road, Golden Slumbers, Carry That Weight e altre) e ne scrive nuove sul momento. È lui che giorno dopo giorno cerca di dare un metodo alle prove, di definire gli arrangiamenti e i ruoli di ciascuno. Se in seguito i colleghi lo avrebbero accusato di aver monopolizzato l’attenzione su di sé, anche nel montaggio del film del 1970, è semplicemente perché… è lui che contribuisce con il maggior numero di canzoni e di idee.
Anche se all’inizio delle session Lennon e Harrison danno il loro apporto e sembrano, a tratti, mostrare genuino entusiasmo, non è niente al confronto di Paul, in grado di trasformare l’ennesimo momento morto, in attesa di un John ritardatario e con un George ancora assonnato, nella genesi di Get Back (la sequenza più memorabile del girato, forse). È ben consapevole dei problemi della band, che analizza con razionalità, proponendo soluzioni. Ma, contrariamente alla vulgata, non prevarica; non volontariamente, almeno. “I hate me being the boss”, dice con disarmante onestà, mostrando tutta la sua umanissima frustrazione e sfuggendo alle telecamere. E altrettanto francamente, mostra di rispettare John e Yoko, e – anche se tardivamente – si rende conto dei problemi con Harrison. Che sono evidenti proprio a partire dal famosissimo scambio tra i due (“I’ll play whatever you want me to play”) che gettò un’ombra nefasta sul film Let It Be, qui riproposto in una cornice più larga di tensioni e scambi piccati che lo ridimensiona e lo contestualizza in una dinamica di gruppo, oltre che interpersonale, difficile (ci sono momenti di nervosismo ancora maggiore, a Twickenham) ma del tutto comprensibile in una band non più abituata ad arrangiare i pezzi suonando tutti nello stesso momento (non succedeva da due anni e mezzo, agosto 1966). Capita a tutte le band, anche ai Beatles. E i suoi occhi lucidi, quando insieme a Ringo realizzano che, con George momentaneamente fuori e Lennon sempre più perso nel suo mondo (“e poi ne rimasero due”), non sembrano per niente una finzione melodrammatica a favore di camera.
Harrison, dal canto suo, è la rivelazione in ogni senso; quello che fa muovere la storia, pur giocando a volte da antagonista. È la star emergente che, alla fine, assurge al ruolo di grande protagonista: basti dire che in quella particolare e già turbolenta fase di vita della band inizia a scrivere le sue migliori canzoni e, a breve, inciderà Something e Here Comes The Sun per Abbey Road e il suo triplo, formidabile album di debutto. Alterna interesse, idee, illuminanti spunti musicali (parla delle differenze tra il suo stile chitarristico e quello dell’amico Eric Clapton; tesse le lodi del tastierista Billy Preston, prima di portarlo in studio; propone alcune vecchie canzoni, come Every Little Thing; parla del White Album come il loro lavoro migliore, quello in cui si è sentito più coinvolto sino a quel momento…) a frustrazione, noia e fastidio – verso le telecamere, verso il metodo di lavoro, verso gli arrangiamenti delle sue canzoni (All Things Must Pass, che non vorrà far incidere ai suoi perché insoddisfatto della resa e, perché, come rivelato da un significativo scambio con John, cova già progetti solisti), e soprattutto verso la coppia Lennon-McCartney, di cui visibilmente invidia l’intesa evidente.

Quando porta I Me Mine, scritta la sera prima dopo aver visto la sequenza di un valzer in un improbabile sceneggiato sci-fi in televisione, viene apertamente sbeffeggiato da John (“hai portato anche i nani e le ballerine? Noi siamo una band rock’n’roll, sai?”; e lui: “non me ne frega un cazzo se non la volete: la metterò nel mio musical”). Significativamente, il punto di svolta di tutto il nuovo documentario è il suo abbandono del gruppo il 10 gennaio, dopo aver visto i due jammare, complici e divertiti, su Get Back e Two Of Us, mentre lui non riusciva a trovare il suo spazio e dare un contributo soddisfacente (e puoi vedere il suo disagio, e la decisione di andare via, montare visibilmente inquadratura dopo inquadratura). La sequenza che racconta quei momenti, culminante in montaggio e un abbraccio dei tre “superstiti” sulle note di Isn’t It A Pity, è il picco narrativo della storia ed è magistrale, come ci si aspetta da un regista del calibro di Jackson (così come quella, molto breve, in cui propone una spettacolare resa acustica di Mama You’ve Been On My Mind di Dylan). E vederlo riprendere interesse una volta rientrato nei ranghi, proporre Get Back come singolo, far sentire per la prima volta ai compagni Something e Old Brown Shoe… è una vera stretta al cuore che ci dimostra come la sua relazione coi Beatles fosse, invero, molto complicata. Ma profonda.
Ringo è, letteralmente, il cuore della band. Sulla carta è il meno interessato: il progetto dei Beatles è una sorta di diversivo prima di girare il suo debutto attoriale, The Magic Christian con Peter Sellers, le cui riprese inizieranno a breve. Eppure è sempre puntuale, sempre presente, sempre lì a tenere il tempo anche se si suona per scherzo. A un certo punto dice a Michael Lindsay-Hogg, che ha subodorato le tensioni striscianti: “siamo solo un po’ scontrosi, non puoi dire che questo sarà il nostro ultimo show, è una tua supposizione”. O ancora, ammirando Paul al piano “potrei guardarlo suonare per ore, perché è semplicemente… fantastico”. Le scene in cui propone i suoi brani (l’improbabile Taking A Trip To Carolina), o duetta con Paul al piano e lavora con George a Octopus’s Garden, sono impareggiabili. È davvero il collante del gruppo. Parla pochissimo. Bastano i suoi primi piani, i suoi sorrisi, per capire quanto fosse indispensabile alla band (anche le sue scorregge, ma questo è un easter egg che lasciamo agli spettatori più attenti).
Ma la forza di Get Back non sta soltanto nel restituirci ritratti vivi e rivelatori dei protagonisti principali: come in ogni storia che si rispetti, anche i personaggi secondari non sono da meno. A partire da quella Yoko Ono che, in sostanza, trascorre tutto il tempo seduta accanto al suo John facendosi, sostanzialmente, gli affari suoi. Legge, lavora all’uncinetto, chiede a George Martin dove poter comprare degli spartiti. A differenza di quanto avveniva nel film Let It Be, Jackson sceglie precisamente di non indugiare troppo sulla coppia Lennon/Ono: Yoko è sì una presenza costante ma silenziosa: non interviene mai, eccetto nei rari momenti in cui prende il microfono per delle jam piuttosto liberatorie. Se ne deduce, molto semplicemente, che la sua influenza sulle vicende dei Beatles fu per lo più indiretta (e, sicuramente, off-camera), ma non tale da avvelenare il clima o da compromettere le lavorazioni. “La cosa buffa è che tra cinquanta anni qualcuno dirà che i Beatles si sono sciolti perché Yoko si è seduta su un amplificatore”, fa a un certo punto McCartney, “scagionando” la signora Lennon. Cose dette e ripetute dai protagonisti molte volte nel corso degli anni, ma vederle in video e sentirle dire allora, in presa diretta, fa un effetto molto, molto diverso.
Tutti fanno la loro parte. Il roadie e assistente personale Mal Evans, figura molto amata nell’universo Beatles, risalta come fondamentale. È lì, sempre pronto a soddisfare ogni richiesta: dall’appuntare i testi man mano che vengono scritti al contribuire con idee alle canzoni di McCartney (The Long And Winding Road), al procurare in un batter d’occhio – e suonare! – martello e incudine in Maxwell’s Silver Hammer, al sentirsi chiedere un cravattino da cowboy a George Harrison nel mezzo di una prova per portarglielo subito dopo, fino al tenere occupati i bobbies che vogliono fare irruzione alla Apple durante il concerto sul tetto. Indispensabile.
Billy Preston, dal canto suo, emerge come il musicista straordinario che è sempre stato, in grado di cambiare le dinamiche del gruppo nel giro di attimi. La scena del suo ingresso e della prima prova è una delle più belle di tutto il documentario, dalla naturalezza con cui, magicamente, tira fuori il groove agli sguardi entusiasti dei Beatles. “You’re in the group”, fa John, e l’espressione esaltata di Paul appena sente il riff su I’ve Got a Feeling dice, grossomodo, tutto. Praticamente assente nel film originale, l’ingegnere del suono e produttore de facto Glyn Johns, oltre a sfoggiare i look più glamorous, emerge nel suo ruolo di consigliere, dando alcuni suggerimenti per gli arrangiamenti e occupandosi, in sostanza, del suono, registrando tutto – e non è poco – quello che viene suonato. Non un semplice pigiabottoni, ed alla luce di quel che vediamo e sentiamo (è l’unico a mettere Lennon in guardia da Allen Klein… che probabilmente già conosce attraverso gli Stones) è un vero peccato che il suo ruolo nel progetto Get Back / Let It Be sia evaporato nei caotici mesi successivi alle sedute.
Ed è ancora più chiaro, se possibile, il ruolo di George Martin in tutta l’operazione: titolare messo in panchina da Lennon a inizio lavorazione (l’obbiettivo era fare un concerto e registrare live, non incidere un album), le poche volte che interviene è decisivo; basta che prenda in mano le redini e in una giornata mette a posto lo studio, occupandosi di problemi tecnici e concreti, e i quattro incidono magicamente le take definitive del singolo Get Back / Don’t Let Me Down, dopo giorni di prove inconcludenti. Perfino le apparizioni di personaggi marginali, come il roadie peldicarota Keith Harrington (ritrovatosi a fare da leggio umano a Lennon durante il rooftop concert), o lo stesso regista originale Michael Lindsay-Hogg (a volte petulante, ma sinceramente preoccupato di portare a termine il progetto, con continui stimoli e proposte – onore a lui), o perfino Linda Eastman (sul set come fotografa, apostrofata a un certo punto da Paul con un sarcastico “sta’ zitta, Yoko”) e la dolcissima figlia di sei anni Heather (protagonista di alcuni dei momenti più teneri e divertenti), ci fanno capire come Peter Jackson abbia saputo concepire la sua serie come un riuscito dramma corale.
Tirando le somme, sia come prodotto di intrattenimento in sé, sia come manufatto artistico (diremmo, d’autore, se consideriamo tanto il lavoro di Jackson quanto, ovviamente, la musica in esso contenuta), il valore di Get Back dovrebbe essere fuor di dubbio. Fermo restando che gli spunti di riflessione e di approfondimento sono potenzialmente innumerevoli, resta un ultimo nodo da sciogliere – che poi è quello che appassiona e pesa di più: il valore storico-documentale. Come già detto, è altrettanto indubbio che questa serie trasformi e integri la lettura non solo dell’intero progetto Get Back / Let It Be, ma anche della storia dei Beatles in generale e delle circostanze del loro scioglimento in particolare. E lo fa, badate bene, perseguendo un preciso obiettivo, non certo nascosto, anzi sbandierato ad ogni occasione dallo stesso regista neozelandese (e i due Beatles superstiti): dimostrare, attraverso le immagini, una lettura altra del paradigma che conoscevamo.
Ovvero: quei giorni del 1969 sono stati felici; la band non era ancora finita e, di conseguenza, quanto avevamo visto nel Let It Be originale era soltanto una lettura parziale dei fatti, se non una distorsione bella e buona. La verità era molto diversa. In questo, ovvero nel cercare un punto di vista differente, non mancano i punti di contatto con la citata serie McCartney 3, 2, 1 e con il recente volume Paul McCartney – The Lyrics. Che Get Back non sia che il tassello più importante della nuova vulgata voluta da Paul? Che non sia tutta una sapiente opera di… revisionismo?

Certamente. Ma solo se accettiamo che ogni narrazione di eventi storici è, per sua natura, revisionista in quanto parziale; cioè in quanto espressione di un preciso punto di vista. Era parziale tanto quella di Michael Lindsay-Hogg, che a onor del vero riuscì a portare a casa una testimonianza più che dignitosa – e storicamente valida, altroché – del marasma a cui aveva assistito, quanto è ovviamente parziale questa di Peter Jackson, il cui taglio scelto (con il beneficio dei posteri rispetto al predecessore) sembra proprio mirato alla confutazione del teorema Let It Be = momento più basso, e triste, della parabola dei Fabs.
Al di là di ogni possibile interpretazione ideologica, sta a noi saper discernere il valore storico-documentale di questo nuovo materiale, che è comunque immenso. Posto che la verità sta sempre da qualche parte lì nel mezzo, gli elementi che abbiamo adesso a disposizione sono così tanti, e importanti, da rendere il quadro estremamente più ricco e comprensibile, ma altrettanto complesso.
È certamente vero che lo scioglimento fosse reale, e già in atto: la notizia dell’abbandono di Harrison, come vediamo, era stata ripresa dai giornali; i Beatles stessi ammettono di avere già parlato di “divorzio” in meeting precedenti a queste sedute, e più volte qualcuno dice che questo potrebbe essere il loro ultimo progetto. Ma il dissolvimento era un evento complesso, non netto, e sarebbe comunque emerso in maniera drammatica e irrisolvibile soltanto dopo l’arrivo di Allen Klein, il cui fantasma aleggia già in Get Back. Quando, in assenza di Paul, John racconta a George e Ringo di aver incontrato il manager la sera prima, è lì che assistiamo davvero all’inizio della fine.
Ma è altrettanto vero che, pur provata dal loro progressivo distacco, l’alchimia tra McCartney e Lennon fosse ancora intatta, anche se ormai non erano più un tandem (Paul riconosce che la partner artistica di John, adesso, è Yoko, non lui o i Beatles). Get Back è pieno di sguardi di intesa, inside jokes, non uno screzio o un momento di tensione tra i due, o di impazienza reciproca. Si rispettano profondamente. Collaborano. Guardarli fare gli scemi su Two Of Us, oppure improvvisare cover improbabili (o parodie geniali come Commowealth, tirata fuori leggendo il giornale) ci restituisce in diretta, e senza filtri, la magia del tandem artistico più illustre del rock – ghigni ebeti compresi.
In altre parole, nell’intento (raggiunto) di fare emergere il lato più umano e divertente dei Beatles, Jackson si prende comunque il merito di mostrare quale realmente fosse la situazione nel gennaio 1969; ovvero, diversa da quella del maggio 1970, quando il film Let It Be uscì. Facile quindi capire come fosse stato quello iato temporale tra il girato e l’effettiva uscita della pellicola – nel mezzo del quale la situazione trai quattro precipitò, nonostante quel capolavoro di Abbey Road – ad avere conferito a Let It Be, dannandolo in eterno, quell’aura funesta. Quando, visto oggi, quel vecchio film dimenticato – ma che, si dice, verrà restaurato e ripubblicato a sua volta in un futuro ancora imprecisato – appare semplicemente come una versione demo, sgranata, documentaristica e arty della nuova e modernissima super-serie di Jackson, ovvero la migliore versione attualmente possibile del materiale filmato nel 1969.
E però, nonostante questa mole enorme di nuove informazioni e input che, siamo certi, alimenteranno il dibattito sull’argomento per anni a venire, rimane sempre qualcosa di inspiegabile. Anzi. Paradossalmente, più sappiamo intorno al progetto Get Back originario (e ai Beatles tout court), più il mistero diventa inafferrabile. Sì, dopo la rivelatoria visione del documentario è ulteriormente chiaro quanto la natura del tutto fosse aleatoria e disordinata ai limiti dell’indicibile (non c’è un piano condiviso e preciso sul cosa fare e dove farlo; si suona senza una scaletta, girando troppo spesso a vuoto; il metodo di lavoro è del tutto inefficace); così come è chiaro che l’impresa di partenza sia, nella sostanza, fallita (non c’è nessuno spettacolo televisivo; i Beatles non tornano ad essere una band dal vivo; non viene realizzato nessun album di 14 tracce, almeno nell’immediato; il film cui le riprese sono destinate vede la luce troppo tardi, perdendo di senso).
Ed è altrettanto evidente il motivo di tutto ciò, ovvero la mancanza di una – nelle parole di McCartney – “daddy figure”, una figura paterna, una guida ferma che dicesse in sostanza ai ragazzacci cosa fare, che ponesse loro limiti e obiettivi. Niente più Brian Epstein, ovviamente; niente più George Martin (se non alla riscossa, quando alla fine gli viene lasciato lo spazio di manovra): intoccabili e al contempo abbandonati a se stessi, i Beatles mandano di fatto all’aria un progetto sulla carta entusiasmante, che avrebbero potuto completare in molto meno tempo – sono gli stessi individui che hanno inciso il loro primo album in 12 ore, d’altronde, e che sotto pressione riescono comunque a fare cose incredibili (il rooftop concert, Abbey Road). Eppure, sulle rovine di quel progetto fallito, è nato qualcosa di memorabile. Sono i Beatles. Un meraviglioso caos, inspiegabile eppure affascinante, da cui nasce qualcosa di irripetibile. Anche dopo cinquantadue anni.
