The Beatles: da Get Back a Let It Be. Cronache di una (gloriosa) dissoluzione
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Antonio Pancamo Puglia
- 23 Dicembre 2021
Se, come pensiamo, avete visto il documentario di Peter Jackson The Beatles – Get Back (e magari avete letto i nostri approfondimenti al riguardo, sì?), siete nel posto giusto. Dopo aver trascorso insieme ai Beatles l’intero mese di gennaio 1969 grazie alla magia del cinema, dopo averli seguiti giorno per giorno nella creazione dell’album – e film – Let It Be, vi sarete chiesti, una volta finito: cosa è successo dopo che le telecamere si sono spente all’indomani del concerto sul tetto? Se è vero che quei quattro, se solo lo volevano, riuscivano ancora stare insieme, volersi bene e fare musica fantastica nonostante le crepe fossero ormai visibili, in quale momento esattamente le cose sono precipitate? Ovvero, come si arriva a quel fatidico 10 aprile 1970, quando il Daily Mirror titola “Paul quits The Beatles”?
Alla luce della visione delle fatidiche otto ore dirette da Jackson, anche tutto quello che è trascorso nei quindici mesi tra il 31 gennaio 1969, ultimo giorno di riprese per quello che allora era noto come il progetto Get Back, e l’8 maggio 1970, giorno dell’uscita dell’album Let It Be, ha un sapore certamente diverso (“ma come? Si vedeva che erano ancora felici insieme, che quelle session non erano state così tristi come si pensava!”); eppure, mettendo semplicemente i fatti uno dietro l’altro, al contempo tutto diventa persino più comprensibile.
Affidandoci alla fredda cronaca, appena quattro giorni dopo il concerto sul tetto (3 febbraio) John Lennon affida, al momento in maniera informale, l’incarico di gestire gli affari dei Beatles ad Allen Klein. Lo abbiamo visto, nel documentario, parlarne in toni entusiastici a George e Ringo in assenza di Paul, pochi giorni prima. I nuvoloni neri però ancora non appaiono all’orizzonte, tant’è che il 22 febbraio i Beatles ritornano in studio per riprendere, in pratica, il lavoro interrotto a causa degli impegni di alcuni (a parte Starr, che avrebbe iniziato a recitare in The Magic Christian ma avrebbe avuto comunque giorni a disposizione, Glyn Johns e Billy Preston avevano avuto da fare oltreoceano).
In realtà, quella che doveva essere un’altra seduta del progetto Get Back diventa, significativamente, la prima per Abbey Road, album che prenderà forma nel corso di alcuni mesi. Il confine tra i due progetti resta infatti piuttosto labile per tutta la prima metà del 1969; da un lato ci sono i nastri registrati da Johns a gennaio, dall’altro ci sono le nuove canzoni registrate a mano a mano nel corso di sedute sporadiche durante quei primi mesi, molte delle quali erano state provate per Get Back e che dovrebbero, in teoria. completare quel disco – ma che strada facendo diventano la base per qualcosa di profondamente diverso. I Want You (She’s So Heavy) è la prima incisa in febbraio; seguono Oh! Darling, Octopus’s Garden, Something, You Never Give Me Your Money. Nel mezzo, la pubblicazione in aprile del singolo Get Back / Don’t Let Me Down (unico frutto delle session filmate ad essere pubblicato in tempi brevi) e, poco più di un mese e mezzo dopo, quella di Old Brown Shoe e The Ballad Of John And Yoko, cronistoria della luna di miele della coppia più famosa del mondo (affidata ai soli John e Paul, assenti gli altri), che potrebbe benissimo essere il sottotitolo di ciò che è stato per John Lennon l’intero anno solare 1969 eccetto quel primo mese di gennaio raccontato in Get Back.
Già. Per quanto Peter Jackson abbia voluto farci intendere che la presenza di Ono fosse molto meno invasiva nelle dinamiche di lavoro del gruppo, è evidente che Lennon ha ormai fatto una scelta netta: è lei, e non più gli altri tre, la sua band. Come mostra il singolo “matrimoniale”, con i due sposini in copertina e gli altri tre a fare quasi da paggetti, i Beatles sono “soltanto” uno tra i media possibili, una cassa di risonanza potentissima da usare alla bisogna per esprimere la nuova visione artistica di coppia. A fronte della manciata di brani composti e incisi in seno al quartetto (a parte i citati, solo tre completi – senza contare i frammenti del medley del lato b – finiscono su Abbey Road: Come Together, Because e I Want You, risalente a inizio anno), nel corso dell’anno John pubblica con Yoko ben tre LP (due di musica sperimentale, Unfinished Music 2-3, e uno dal vivo, Live Peace in Toronto), due singoli a nome Plastic Ono Band (Give Peace A Chance e Cold Turkey; un terzo, previsto a novembre, What’s The New Mary Jane / You Know My Name, resta nel cassetto perché in realtà inciso dai Beatles) e, last but not least, si esibisce tre volte dal vivo; non casualmente, la prima volta avviene a poco più di un mese dal rooftop, il 2 marzo all’università di Cambridge (una performance di avanguardia finita su disco con il titolo Cambridge 1969).

McCartney, d’altro canto, era stato impegnato a scrivere la sua, di ballata. Di fatto è lui che si sposa per primo, il 12 marzo, in una cerimonia privata al Marylebone Register Office, senza invitare nessuno dei tre (“non ricordo perché non l’ho fatto. Sono davvero un bastardo, suppongo”, avrebbe ricordato in seguito). Verrebbe quasi da pensare che il rocambolesco, improvvisato, molto pubblicizzato e arcinoto matrimonio di John & Yoko appena 8 (!) giorni dopo, a Gibilterra, il 20 marzo, fosse una replica all’amico / rivale. Al contrario del mostro bicefalo anglo-nipponico, però, Paul & Linda restano, almeno fino all’anno successivo (ovvero alla pubblicazione degli album McCartney e Ram, che sanciscono il legame artistico della coppia), una questione del tutto privata; ad ogni modo, questa gestione extra-Beatles degli affari familiari non può passare, a posteriori, inosservata e rappresenta certo un indizio di come i rapporti non professionali, al di là della stima o dell’affetto reciproci, fossero ormai praticamente inesistenti.
È però sul fronte degli affari in sé e per sé che la rottura si fa insanabile. La sera del 9 maggio, alla fine di quella che doveva essere una normale seduta di incisione presso i Trident Studios, si presenta in studio Allen Klein, con una copia del contratto a cui manca soltanto la firma di Paul. Pur messo alle strette, intuito il tranello, il bassista non cede. Il suo rifiuto di affidare la Apple e i suoi soldi al manager dei Rolling Stones, la cui reputazione era controversa (le sue manovre nel gestire il povero Sam Cooke restano ad oggi poco chiare), è netto e determina l’incrinatura dei rapporti tra lui e gli altri tre. Ma come si era arrivati a questo punto?

Le cause, oltre che economiche (era necessario intervenisse un esperto, nella disastrosa esperienza di Apple, che perdeva sterline a fiumi a velocità impressionante), sono di natura interpersonale. Paul era stato sino ad allora, di fatto, il manager dei Beatles da quando era morto Brian Epstein. Un ruolo che, come si vede in Get Back, aveva ricoperto nella consapevolezza del risentimento degli altri tre (“odio essere il capo”, si lascia sfuggire). Nel momento in cui Lennon, attraverso Mick Jagger, intesse rapporti con Klein e facilmente – e in modo manipolatorio, benché ingenuo – porta Harrison e Starr dalla sua parte, la partita diventa tre contro uno. Il fatto che McCartney proponga in alternativa il suocero e il cognato non lo aiuta; evidentemente, i suoi compagni non si fidano più di lui. Alla fine cederà su Klein, mantenendo gli Eastman come suoi rappresentanti legali, ma a caro prezzo.
In altre parole: John prova da un lato a riprendersi la band “sottraendola” all’influenza di Paul, decidendo chi deve essere il manager e trovando alleati in George e Ringo (che mal sopportano il corso delle cose). Dall’altro la tiene in stand-by non facendo molto, artisticamente, per tenerla in vita, dedicandosi anzi a un’infinità di progetti con Yoko; oltre ai già citati, non vanno certo dimenticati i famosissimi bed-in per la pace (che hanno fruttato Give Peace A Chance, registrato al volo e pubblicato a inizio estate, manifesto del pacifismo e di un’epoca) a numerosissime apparizioni sui media, culminate nella campagna pubblicitaria in dicembre “War Is Over”, con le maggiori città del mondo tappezzate dei famosi cartelloni pacifisti. Dopo anni di torpore, Lennon asserisce con forza la sua personalità e la sua leadership, creandosi in definitiva una vita oltre i Beatles (pur cercando, inizialmente, di restarne parte), facendosi icona immortale. A fine anno verrà nominato tra gli uomini del decennio insieme a John Kennedy e Ho Chi Minh.

Per McCartney è questo, più che la nomina Klein, il vero dramma. Sente di perdere un alleato, un compagno di songwriting, un amico. La sua risposta a tutto questo si chiama Abbey Road. Come per tutti i progetti da Sgt. Pepper in avanti, è lui il regista di questo ultimo atto. Quando diventa evidente, a inizio estate, che il lavoro fatto da Glyn Johns sui nastri di Get Back non è pubblicabile (e i tempi di lavorazione del film, alla luce delle 60 ore di girato, si sono allungati a dismisura), Paul richiama ufficialmente George Martin (allontanato da Lennon per Get Back…) a produrre le nuove tracce che, insieme a quelle già in lavorazione, completeranno il prossimo disco dei Fab Four; si procederà sovraincidendo e producendo, “come ai vecchi tempi”, cioè prima del White Album. In particolare, è dei due l’idea – figlia del Sergente Pepe – di creare un collage di canzoni, un medley che occupi un intero lato, a partire da una delle tracce iniziate in maggio, You Never Give Me Your Money (un manifesto anti-Klein, non a caso).
Pur con Lennon fuori uso per quasi tutto il mese di luglio causa convalescenza da un incidente automobilistico (non partecipa alle incisioni di Maxwell’s Silver Hammer, Here Comes The Sun, Golden Slumbers / Carry That Weight…), l’estate viene dedicata interamente al prossimo LP, cui i quattro si dedicano con entusiasmo e ispirazione (sì, anche per la tanto odiata Maxwell’s Silver Hammer, come dimostrano le outtakes pubblicate nel 2019). La mattina dell’8 agosto attraversano le strisce pedonali di fronte agli studios, ritratti dal fotografo Iain McMilian, per una delle immagini più famose del XX secolo (avrebbero dovuto chiamare il disco Everest e andare a scattare in location, ma alla fine viene adottata la stessa filosofia del concerto sul tetto: perché “sbattersi” con idee faticose e dispendiose? Siamo i Beatles, facciamo tutto qui fuori. Basterà). Il 22 agosto si fanno fotografare e filmare (per la copertina della compilation Hey Jude e il video di Something) nella tenuta di Tittenhurst Park, da poco acquistata dai Lennon. Qualche giorno dopo, tutti – tranne McCartney… – vanno a vedere Dylan dal vivo all’Isola di Wight. Il 26 settembre, a otto mesi dalle sedute di Get Back, Abbey Road vede infine la luce. Sembrano passati anni, da quelle informali strimpellate incoscienti e strampalate di gennaio. Soprattutto, nessuno sa che, in quel momento, i Beatles non esistono già più.

Provando a ricostruire: l’8 settembre la band – eccetto Ringo, in ospedale – si riunisce a Savile Row per discutere dei progetti futuri una volta chiuso il nuovo disco. Grazie a un nastro recentemente venuto in possesso dello storico Mark Lewisohn (in realtà già citato da fonti precedenti come A Day In The Life di Mark Hertsgaard) sappiamo che in quell’occasione si discute di un possibile singolo da far uscire a Natale, e di questioni relative al songwriting (da allora in poi, Lennon, McCartney e Harrison contribuiranno ugualmente con 4 canzoni per album ciascuno – più 2 per Starr, se sarà il caso). I Beatles, cioè, provano a darsi delle scadenze e una nuova organizzazione interna che tenga conto sia del dissolvimento del sodalizio Lennon / McCartney (ci sono, tra l’altro, enormi problemi legati alla perdita del catalogo Northern Songs, venduto a terzi da Dick James senza che i due potessero intervenire), sia – finalmente! – della riconosciuta parità del chitarrista come autore.
Come visto in uno dei momenti clou di Get Back, era stato proprio quel mancato riconoscimento, oltre al suo ruolo subalterno in fase di composizione e arrangiamento, il motivo per cui George aveva lasciato il gruppo a gennaio. Problemi a cui adesso, anche alla luce di Something (che viene scelta come singolo) si dà una soluzione salomonica; nel frattempo, chi avesse voluto si sarebbe potuto dedicare, come già d’altronde faceva, a progetti solisti (Harrison aveva pubblicato in primavera lo strumentale Electronic Sounds, il primo album interamente per Moog, e aveva già espresso l’idea di fare un disco solista – “per preservare la band” – davanti alle telecamere di Michael Lindsay-Hogg). Ma i Beatles sarebbero rimasti comunque in attività, per quanto ridotta e disciplinata in modo diverso e con equilibri del tutto nuovi. Un assetto che a noi oggi appare del tutto ragionevole, e che apre alla nostra immaginazione distopici scenari di Beatles attivi negli anni ’70 (!), in modo meno frenetico e senz’altro calcolato. Forse più un brand che una band. Ma tant’è.
E infatti: pochi giorni dopo, il 13, John vola con Yoko e una improvvisata Plastic Ono Band (Eric Clapton, Klaus Voorman, Alan White) a suonare al Festival Rock’n’Roll di Toronto. Ci sono in cartello Jerry Lee Lewis, Little Richard, Chuck Berry, Bo Diddley e i Doors. L’apparizione a sorpresa del Beatle, per la prima volta su un palco importante dopo tre anni, è sconcertante ed elettrizzante; in particolare la lunga improvvisazione avant-noise su Don’t Worry Kyoko resta alle cronache come uno dei momenti più weird degli anni ’60, uno sguardo allucinato su un futuro new-no wave (altro che get back, tornare indietro…).
Sull’aereo di ritorno Lennon comunica a Allen Klein l’intenzione irrevocabile di lasciare i Beatles. Che fosse un’idea dettata dall’euforia del momento o che invece fosse covata da tempo, al punto che le soluzioni proposte nel meeting precedente fossero soltanto dei palliativi per rimandare l’inevitabile, non è dato saperlo. Resta però un’ultima questione aperta: a brevissimo è prevista la rinegoziazione del contratto con la Capitol Records in America, in termini economici molto più vantaggiosi che in passato; annunciare uno scioglimento non sarebbe saggio, per usare un eufemismo. Nondimeno, subito dopo aver firmato le carte, il 20 settembre Lennon comunica a Paul (che invece vorrebbe tornare a fare piccoli concerti… l’idea base di Get Back, e quella da cui sarebbero scaturiti i suoi Wings) che “vuole un divorzio”.
La storia, di fatto, finirebbe qui. Per le settimane e i mesi a seguire, si decide di tenere tutto sotto silenzio (non fa bene agli affari e non si sa mai, la crisi potrebbe rientrare). Lo stesso Lennon, schizofrenicamente, appare in radio per promuovere Abbey Road (riservando inaspettate parole di lode per alcune canzoni, pur rivelando di non ritenerlo il loro disco migliore sino allora); nel frattempo, sembra più interessargli restituire l’onorificenza MBE alla Regina (gesto decisamente anti-Beatles). Nelle interviste anche Ringo e George (il primo impegnato nella promozione di Magic Christian e nelle sedute iniziali per il suo debutto da solista, Sentimental Journey; il secondo in alcune date dal vivo insieme alla superband di Delaney & Bonnie – e che a loro volta, tutti insieme, si uniscono a John & Yoko il 15 dicembre in una performance al Lyceum Ballroom di Londra immortalata nell’album Some Time In New York City) parlano dei Beatles come momentaneamente in pausa, con parole di elogio e incoraggiamento verso i progetti altrui.

Reclusosi in uno stato di depressione alcolica nella sua fattoria in Scozia, raggiunto in novembre da una troupe televisiva che vuole scoprire se… è vivo (la leggenda della sua morte nasce proprio in quei mesi di inattività), soltanto Paul si lascia sfuggire rabbioso: “the beatle thing is over”. I Beatles sono finiti. Una dichiarazione inequivocabile a cui, molto stranamente, non si dà seguito.
Ma la vendetta è un piatto che si serve freddo, come mostra l’atto finale della storia: Let It Be. Giunto l’anno nuovo, mentre il fuoriuscito John si trova in vacanza all’estero, gli altri tre si rimettono al lavoro in vista dell’ormai imminente uscita del film e dell’album Get Back, a dodici mesi dalle sedute originali. Il 4 e 5 gennaio 1970 incidono da capo I Me Mine e finiscono con alcune sovraincisioni Let It Be (nel frattempo scelta come singolo apripista), trovandosi per l’ultima volta in uno studio insieme (bisognerà in realtà aspettare il 1994 per quella successiva, con Lennon assente per motivi, ahinoi, più giustificabili). L’incisione-lampo a fine mese del fortunato 45 giri Instant Karma! della Plastic Ono Band, oltre ad essere un’ulteriore dichiarazione di indipendenza di Lennon (che pure chiama George a suonare la chitarra con lui), segna la controversa entrata in campo di Phil Spector, chiamato in soccorso dopo che l’album Get Back compilato da Glyn Johns, pur con alcune modifiche, viene ritenuto spazzatura dall’occhialuto (ex) Beatle e rigettato per la seconda e ultima volta.
McCartney, ormai escluso dai giochi e isolato irrimediabilmente, accetta con riluttanza la mossa di Lennon; in realtà ha lavorato di nascosto e in totale autonomia lo-fi/diy, ad alcune canzoni con cui ha elaborato, a suo modo, il trauma della fine della band, ed è deciso a pubblicarle subito, appena possibile. Per il suo debutto solista a sorpresa viene fissata una data in aprile. C’è però un problema: per la Apple Let It Be (così viene ribattezzato Get Back dopo il trattamento di Spector) deve uscire prima; così George e John mandano Ringo a casa di Paul con una lettera per chiedergli di posticipare l’uscita del suo disco (che, peraltro, cozzerebbe con quella del debutto di Starr). Morale della favola: il batterista viene cacciato fuori di casa dal furibondo bassista, che rispedisce le richieste ai mittenti con tanto di minacce esplicite (“ve la farò pagare!”).
Da affermazione di indipendenza a – per usare le stesse parole di Paul – “boicottaggio” è un attimo: l’uscita dell’LP McCartney si trasforma prima in casus belli e poi in pietra tombale, alle spese della stessa immagine pubblica dei Beatles – e, di riflesso, dello stesso Macca, accusato per anni di aver distrutto tutto solo per promuovere il suo lavoro – e dei rapporti interpersonali tra i quattro (o meglio, fra i tre e l’altro). Sebbene Let It Be venga comunque posticipato a maggio e McCartney esca regolarmente in aprile, la cartella stampa di accompagnamento al disco, pubblicata il 9 del mese, riporta alcune dichiarazioni di Paul in forma di intervista, da cui è possibile dedurre la sua attuale indisponibilità a lavorare nel futuro prossimo con gli altri tre; viene da lui altresì rimarcato, con nettezza, di non sentirsi rappresentato da Klein in alcun modo.
L’indomani, il 10 aprile, i giornali titolano: “Paul lascia i Beatles”, nonostante la voluta ambiguità dei toni usati dal bassista (il suo abbandono è solo deducibile, non esplicitato direttamente; “ha fatto tutto la stampa”, affermerà serafico), tanto che la perentorietà della notizia viene in parte smentita da un comunicato stampa della Apple chiamato “The Beat Goes On”. Mesi dopo, a dicembre, con John Lennon / Plastic Ono Band e All Things Must Pass sugli scaffali, McCartney porta in tribunale gli ex soci per sciogliere la partnership. The dream is over.
(Anzi, no. C’è anche la famosa storia di The Long And Winding Road, della lettera spedita da Paul a Allen Klein il 17 aprile 1970 in cui si chiedeva, prima della pubblicazione, di modificare gli interventi orchestrali voluti da Spector; una richiesta rimasta ignorata – anche perché Ringo ricorda che Paul avesse inizialmente dato l’ok dopo aver sentito i nastri… e ciò confermerebbe l’ipotesi del boicottaggio – e soddisfatta solo decenni dopo, nel 2003, con Let It Be… Naked. Ad ogni modo, non pensiamo sia casuale che la rivincita/vendetta di McCartney si sia consumata sull’altare del materiale inciso per Get Back nel gennaio 1969: l’ultimo momento in cui i Beatles, eccezion fatta per alcune incisioni di Abbey Road, hanno suonato insieme come una band. E non come un brand).
