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7.5

Qual è il suono di una mano sola che applaude? I fan più accaniti di Paul McCartney lo sanno bene: One Hand Clapping, film-concerto in studio del 1974 diretto da David Litchfield, è stato per decenni oggetto del loro desiderio (e di relativi bootleg). Pensato come speciale televisivo sulla scia di James Paul McCartney dell’anno precedente, avrebbe dovuto promuovere sia Band On The Run, all’epoca sulla vetta delle classifiche di tutto il mondo, sia i concerti che sarebbero seguiti; purtroppo non sarebbe mai andato in onda, come l’analogo – e più laborioso – semicartoon The Bruce McMouse Show (se non sapete di cosa si parla: immaginate i Wings prima maniera che interagiscono, alla Mary Poppins, con una versione fricchettona dei topini della Disney… fatto? ecco).

Chiamatela, se volete, la maledizione di Get Back / Let It Be; di fatto, il rapporto tra Macca e il mezzo filmico-televisivo, da Magical Mystery Tour a Give My Regards To Broad Street, passando per il (super cringe) video album di Back To The Egg, non è mai stato particolarmente fortunato (anche se dice molto sulla sua passione per il mezzo, a prescindere dai risultati). Il film in questione ha finalmente visto la luce nel 2010 in una ristampa deluxe di Band On The Run, mentre alcuni estratti sono stati disseminati lungo altre riedizioni; l’arrivo, oggi, di un’uscita discografica interamente dedicata alla parte audio del progetto, originariamente registrata ad Abbey Road tra il 26 e il 30 agosto 1974 e remixata e rimasterizzata per l’occasione dall’ormai irrinunciabile Giles Martin insieme a Steve Orchard, potrebbe sembrare l’ennesima aggiunta per completisti a un catalogo già oltremodo saturo, anche nel comparto archivistica. Ed è certamente così. Fino a un certo punto.

Oltre ad essere una testimonianza storica di valore capitale, preso come album a sé stante One Hand Clapping fotografa l’ex Beatle in un momento artistico decisivo, sull’onda del successo planetario dell’album che finalmente ne aveva stabilito fama e prestigio e, soprattutto, forte di una line-up dei Wings rinnovata e pronta a conquistare il mondo con gli album e i tour successivi: l’innesto del chitarrista prodigio Jimmy McCulloch (ventunenne conosciuto durante le session per un album cult del fratello di Paul, Mike McGear) e del batterista Geoff Britton nel trio formato dai coniugi McCartney e Denny Laine si rivela estremamente efficace, in un’alchimia e un “tiro” che le versioni precedenti della band (nonostante ottimi musicisti come Henry McCullough e Denny Seiwell, dimissionari prima della partenza in Africa per le sedute di Band On The Run) non avevano ancora raggiunto.

Con un suono dominato dal piano elettrico e dal sintetizzatore a ricordarci che siamo negli anni Settanta (ma non guasta affatto, anzi), le performance sono eccellenti, incluse quelle con l’orchestra diretta da Del Newman (una roboante Live And Let Die e una maestosa Band On The Run, da quel momento immancabili nelle scalette di tutti i concerti); ogni velatura di incertezza e di amatorialità che aveva segnato le prove precedenti (e che ne costituiva, in una certa misura, il fascino) dei Wings scompare di fronte al miglior gruppo di musicisti guidato dal bassista mancino dai tempi di voi sapete chi.

La scaletta, qui riorganizzata in modo molto efficace, è un’istantanea fedele dell’artista: tutte le hit soliste (My Love, Maybe I’m Amazed, Jet – ma nulla da RAM…), alcune riprese dal canone beatlesiano, seppur ancora a mo’ di interludio (una Let It Be improvvisata all’harmonium; un medley The Long And Winding Road / Lady Madonna a significare che il 1969 a Savile Row non era poi così lontano), deep cuts dall’album più fresco (Bluebird, con tanto di sax di Howie Casey e Nineteen Hundred & Eighty Five), un paio di singoli di successo del periodo (Junior’s Farm, appena pubblicato, e Hi, Hi Hi) e, dulcis in fundo, tante nuggets per la gioia dei cultori (da Soily, la outtake più famosa della band, a C Moon / Little Woman Love, da Sally G alla tanto bistrattata Wild Life, che nel contesto giusto rivela il suo valore, fino alla futura b-side I’ll Give You A Ring). C’è perfino spazio per un siparietto di Denny Laine, che rispolvera per l’occasione un vecchio cavallo di battaglia dei suoi Moody Blues, Go Now.

Rispetto agli album in studio presi singolarmente, il repertorio così snocciolato getta una luce diversa tanto su questa fase della carriera quanto sulla parabola del Nostro fuori dal suo gruppo (quello venuto prima dei Wings). In sintesi: non è del tutto vero che Macca in quel periodo fosse senza bussola, come si credeva e come volevano critici più intransigenti, che mai gli avevano perdonato lo scioglimento, accusando la sua nuova musica di essere troppo leggera e inconsistente.

A ben vedere, l’universo McCartney era ed è sempre stato composto da tutto quello che si sente in One Hand Clapping, ovvero dalle diverse, a volte diversissime anime presenti in questa esibizione. C’è il rocker graffiante di Let Me Roll It (qui in versione superiore a quella dell’album, per inciso) e il rilassato menestrello acustico di Blackbird (presente nel 7” bonus dedicato alle performance filmate in giardino, riunite col titolo Backyard), c’è il divertito cantante di vaudeville di Baby Face (con tanto di orchestrina dixieland) e il languido crooner di Tomorrow. Può un’uscita di archivio essere così rivelatrice (pur nell’assenza di veri inediti), a cinquant’anni dalla sua realizzazione? Sì.

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