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Ti va di ascoltare qualcosa, Paul?

Premessa: chi più, chi meno, siamo tutti fanatici dei Beatles. Là fuori ne è pieno, chi scrive non fa eccezione (non è un mistero) e se state leggendo questo articolo – attirati dal suo oggetto, che magari avete già visto o avete intenzione di vedere – probabilmente lo siete. È un dato di fatto: a prescindere dal fanatismo in sé (è solo questione di diversi gradi, anche se si è critici o detrattori), si tratta di un numero potenzialmente infinito e, quindi, di un pubblico sempre più esigente, che cresce nel tempo e sembra non accennare a diminuire nemmeno con gli anni.

Paul McCartney, ex Beatle, lo sa bene. Come lo sanno bene Sean Lennon e Dhani Harrison, ormai ufficialmente responsabili delle legacy dei rispettivi padri, e anche il solito Ringo, che tra un peace and love e qualche canzoncina tirata via con l’aiuto dei soliti amici continua a spassarsela più di tutti (impegnandosi il meno possibile; Dio l’abbia in gloria per questo – e tutto il resto). Facile, e allo stesso tempo molto difficile accontentare un segmento così grande di fruitori. Anche perché, nello specifico, ci sono fanatici dei Beatles e fanatici dei Beatles. Ci sono i vecchi ascoltatori e i nuovi. Ci sono gli storici, i critici, i musicologi e dall’altro lato ci sono quelli dei reaction video su YouTube dopo un solo ascolto (solo per dire “quanto è bella” quella canzone). Ci sono letteralmente legioni di musicisti che imparano – e insegnano – sul proprio strumento quelle canzoni, carpendone ogni segreto. Poi ci sono gli ipercollezionisti, i supercompletisti, gli insaziabili di ogni possibile novità da ascoltare, dissezionare, possedere.

E poi c’è chi conosce letteralmente nota per nota, traccia per traccia, tutte le incisioni dei Beatles. Sapendo chi suona cosa, quando, dove, come e perché. Gente che sa a memoria le cronache di Mark Lewisohn, Revolution in The Head di Ian McDonald e il sito BeatlesBible.com, che attende ogni ristampona e outtake come il Sacro Graal, che aspetta invano che veda la luce Carnival Of Light (il brano di avanguardia realizzato da McCartney nel 1967 e tenuto fuori da tutte le uscite postume), e si accoltella online su chi diavolo suoni il basso in Helter Skelter (per noi – e McDonald – è Paul, non John… ma ne riparliamo, se volete).

Gente così. Il cui sogno bagnato è proprio quello di essere al posto di Rick Rubin nelle sei puntate di questa miniserie di Hulu (da noi uscita a settembre su Disney+): davanti a un mixer analogico, con tutti i nastri multitraccia dei Beatles a propria disposizione. E Paul McCartney lì, accanto a te, a commentare. Bene specificarlo da subito, perché nonostante tali premesse e messa in scena, McCartney 3, 2, 1 (diretto da Zachary Heinzerling e prodotto dagli stessi McCartney e Rubin) non si rivolge solo ed esclusivamente a questo ultimo, particolarissimo tipo di fanatici, né è stato pensato per accontentarli in tal senso. Li accarezza, li titilla, li fa sbavare, li soddisfa ma… solo in parte. Per una serie di motivi, non tutti – non necessariamente – sbagliati.

Per quanto sia il punto di partenza («ti va di ascoltare qualcosa, Paul?», fa Rubin sui titoli di testa) e il centro intorno cui ruota tutto, l’ascolto delle tracce è soltanto il pretesto narrativo. Lungi dall’offrire un’analisi ultra-approfondita e definitiva – e molto, molto nerd – di alcune delle incisioni dei Quattro (dalle celeberrime Penny Lane o While My Guitar Gently Weeps, fino a deep cuts come Another Girl o Baby’s In Black, passando per meraviglie come Tomorrow Never Knows o And Your Bird Can Sing), McCartney 3, 2, 1 è sostanzialmente ciò che deve essere: un racconto per immagini, parole e note. Ovvero, l’ennesima e aggiornata versione di una storia, ovvero delle tante storie che la compongono, e che circolano in forma diversa da più o meno cinque decenni.

Paul McCartney e Rick Rubin, still dalla serie “3,2,1”

Non c’è da attendersi grosse rivelazioni. Dalle genesi di capolavori come Yesterday, Come Together, Here There And Everywhere alla ricostruzione del modus operandi in studio di registrazione, al ruolo fondamentale di George Martin e a quello, ovviamente dei compagni di viaggio, McCartney conferma e reitera a favore di camera e con stile confidenziale e ironico autocompiacimento la “sua” versione, già ampiamente divulgata in Anthology (documentario e libro) e nell’autobiografia Many Years From Now. Una versione che lo vede al contempo protagonista, con un ruolo (ovviamente) pivotale, dopo anni di narrazioni Lennon-centriche; e al contempo spettatore, a cinquant’anni di distanza e con il beneficio del senno del poi e dell’essere diventato anche lui, a detta sua, «un fan dei Beatles».

Semmai, la vera novità di McCartney 3, 2, 1 è l’adattamento di questi aneddoti a un nuovo formato televisivo a beneficio del pubblico del 21mo secolo, usando il linguaggio delle serie tv e i meccanismi narrativi del web. L’allestimento registico in un rigoroso ed evocativo bianco e nero, a contrasto con il colore dei filmati di repertorio (molti rari o poco visti, se non inediti), è anzitutto di indubbia efficacia; così come l’utilizzo di tracce isolate estratte dalle registrazioni, non per il piacere perverso della dissezione ma a commento di specifiche sequenze narrative (l’organo di Something nelle scene in ricordo di Harrison; i cori di Oh Darling! e così via).

I contenuti in sé, poi, per la maggior parte non sono certo spoiler: il nome di Sgt. Pepper’s viene – involontariamente – dal roadie Mal Evans; l’esplosivo accordo iniziale di A Hard Day’s Night è un’idea di Martin, per tacere dell’origine di Lucy In The Sky With Diamonds (ma davvero?) o Dear Prudence. E mille altre cose che conoscente già. Di converso, è certo un godimento sentire dalla viva voce di Sir Paul il genuino apprezzamento verso colleghi come i Kinks, riconoscere l’influenza di James Jamerson o di artisti oscuri come James Ray, o il suo estasiato ricordo di un’esibizione di Fela Kuti in Nigeria, all’epoca dell’incisione di Band On The Run; o sentirgli confermare il sospetto (chiunque abbia provato a suonarlo lo aveva pensato…) che anche l’assolo di A Hard Day’s Night era stato registrato a velocità ridotta e riprodotto a velocità doppia (la prima volta dell’utilizzo di tale tecnica!); o ricordare di aver assoldato Ringo perché era l’unico batterista in grado di saper suonare What I’d Say di Ray Charles; o vedergli spiegare, chitarra alla mano, come rubò un accordo jazz in un negozio di strumenti per poi usarlo in Michelle o ancora come scrisse le sue prime canzoni (Thinking Of Linking e I Lost My Little Girl), e come ancora ne scrive di nuove, sempre alla ricerca della prossima «piccola canzone» da tirare fuori.

O ancora, vederlo improvvisare una lezione di pianoforte partendo da tre note, che poi diventano accordi, che poi diventano Let It Be. Come se si trattasse di magia, senza nessuna nozione di teoria musicale (e in realtà sappiamo che no, non è esattamente così – ma ci stiamo). O ancora, spiegare la sua concezione del basso, come funzionavano i tape loops, il modo in cui nascevano gli arrangiamenti, o in cui le limitazioni tecniche diventavano limiti da superare per arrivare dove nessuno aveva avuto l’incoscienza di andare. Dire cose come «le nostre canzoni sono memorabili perché… dovevamo ricordarle, non c’erano mezzi per registrarle allora!». O gli insulti che si scambiavano con John («four-eyes»! «pigeon chest»!). E così via.

E pazienza se ci sembra che, dopo tutti questi anni, qualcosa possa inevitabilmente sfuggirgli (dice di aver scelto di chiamare il suo primo LP solista McCartney in risposta a John, che aveva chiamato il suo disco Plastic Ono Band… solo che quest’ultimo non vide la luce prima del dicembre 1970, e il suo era uscito in marzo!), o vada in contrasto con fatti ben documentati (la linea di basso in Maxwell’s Silver Hammer, di cui reclama la paternità ma in realtà suonata da George Harrison, come testimoniato dalla ristampa del 2019 di Abbey Road!). E pazienza anche per il ruolo – inevitabilmente di “spalla” – riservato a Rick Rubin, qui nella veste non del produttore e protagonista di una personalissima storia musicale quarantennale, ma in quello di fan accondiscendente, tutto “wow” e “amazing”, fornendo spunti di conversazione – funzionali allo script, per carità – ma senza mai essere davvero ficcante, rasentando a tratti la piaggeria (e incassando, per questo, i rimbrotti e gli sfottò di un divertito Paul). Eppure… non avevamo forse detto che siamo tutti fanatici dei Beatles?

Ecco forse svelato il vero senso di questa operazione. Di fatto, McCartney 3,2,1 è un reaction video molto, molto elaborato, di cui tutti siamo protagonisti – in primis, Paul McCartney. Vederlo cantare certi versi, reagire a determinati passaggi strumentali, trasmettere ancora quel genuino entusiasmo non può essere solo, cinicamente, parte di un copione: è davvero emozionante e ci mette sul suo stesso livello. Ascoltatori qualunque, lui e noi, in preda ogni volta allo stupore, alla meraviglia infantile che ci investe di fronte a quella cosa che cerchiamo di spiegare con mille parole e analisi, che chiamiamo musica e di cui la musica dei Beatles è, semplicemente, il paradigma che ci è più familiare. Il mistero non va svelato: va vissuto e sentito sulla propria pelle. E nessuno meglio di Paul McCartney poteva illustrarcelo, ancora una volta.

Oh, that magic feeling!

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