The Beatles, foto di Bruce McBroom (Apple Corps)
The Beatles, foto di Bruce McBroom (Apple Corps)

The Beatles. Anthology of Anthology

Delusi da Anthology 4? Volevate Carnival Of Light? Siete rimasti male per l’esclusione di Christmas Time Is Here Again? La Helter Skelter da 27 minuti suonata su un solo accordo con Ringo e John (al basso) che tengono una nota sola e George e Paul che suonano lick blues a casaccio? O forse la take 105 di Not Guilty era quella buona? Beh, ci sono comunque 191 tracce nei 4 doppi CD del cofanetto Anthology Collection. Ecco le migliori 20, a nostro insindacabile (ehm…) giudizio, non contando quanto edito nelle ristampe di Revolver, Sgt. Pepper’s, White Album, Abbey Road e Let It Be pubblicate tra il 2017 e il 2022.

1. In Spite Of All The Danger

Dei tre volumi originali, Anthology 1 è quello che contiene il materiale inedito più raro, a partire da questo estratto dalla primissima registrazione in studio dei Quarrymen, ovvero John, George e Paul più il membro occasionale John Lowe al piano e Colin Hanton alla batteria – appena udibili. In Spite Of All The Danger fu incisa su una lacca a 78 giri insieme a una cover di That’ll Be The Day di Buddy Holly in data 12 luglio 1958, presso i Phillips’ Sound Recording Services di Liverpool, per il costo di diciassette scellini e sei pence; il suono sembra quello di una vecchia registrazione blues degli anni ’20 ma i protagonisti sono inequivocabili, dalla chitarra in apertura (un quindicenne Harrison), alla voce solista (un insolitamente romantico Lennon) fino alle armonie (un riconoscibilissimo McCartney). Il valore storico sale ancora di più se si considera che, oltre ad essere la release ufficiale più antica (ma esistono addirittura alcuni scampoli dal concerto in cui John incontrò Paul a una festa parrocchiale nel 1957…), è di fatto il primo inedito beatlesiano mai immortalato su nastro. A firma McCartney-Harrison.

2. Love Me Do (First Version)

Questa primissima take in studio di Love Me Do non è solo una testimonianza del giorno in cui i Beatles misero piede per la prima volta ad Abbey Road per un’audizione alla Emi (6 giugno 1962) e incontrarono George Martin; è la prova su nastro del motivo per cui Ringo Starr diventò il batterista definitivo, scalzando un Pete Best i cui evidenti limiti (complice forse l’emozione della circostanza) emergono drammaticamente da questa versione zoppicante e incerta della prima hit del gruppo. Nondimeno, il risarcimento dopo quel doloroso esonero sarebbe arrivato decenni dopo, in forma di royalties, proprio grazie a quel provino nefasto e ad altre performance storiche di Best incluse in Anthology 1, come i dischi amburghesi con Tony Sheridan del 1961 – già comunque editi – e alcuni estratti dall’audizione per la Decca del 1 gennaio 1962 (in cui spiccano gli originali Hello Little Girl e Like Dreamers Do e di cui di recente è stato ritrovato un nastro di prima generazione, nell’auspicio – sinora inatteso – di una pubblicazione ufficiale ed integrale)

3. How Do You Do It?

Già circolata su bootleg, in una timeline alternativa questa canzone avrebbe potuto essere il primo singolo al posto di Love Me Do. Scritta dall’autore liverpooliano Mitch Murray e poi portata al successo da Gerry and The Pacemakers (ai quali George Martin, infine, la riuscì a rifilare), How Do You Do It? venne incisa dai Quattro su insistenza del produttore durante la prima seduta ufficiale di registrazione ad Abbey Road il 4 settembre 1962. Era prassi dell’industria che un nuovo gruppo esordisse con una hit sicura, scritta da professionisti, e non con un originale; lo scarto di questa incisione (comunque professionale, competente e “carina”, ma senza alcun grado di beatlesitudine) in favore di un inedito misura da subito la distanza tra i Beatles e qualunque altro gruppo del Merseyside – o chiunque altro, in genere. In quell’occasione, oltre alla Love Me Do finita su 45 giri (con Ringo, poi rimpiazzato nella seduta successiva dal turnista Alan White per la versione finita su album), si dice comparve, tra una take e l’altra, l’arrangiamento originale di Please Please Me, lenta alla maniera di Roy Orbison; purtroppo, il nastro non girava o fu, come prassi dell’epoca, scartato e distrutto.

4. One After 909 (Edit of takes 4 & 5)

Thinking Of Linking, Just Fun, Because I Know You Love Me So, I Lost My Little Girl, Too Bad About Sorrows: sono solo alcuni titoli del “canone perduto beatlesiano”, originali Lennon-McCartney scritti prima del 1962 e mai ufficialmente incisi; cui si sarebbe aggiunta anche questa, se non fosse stata incredibilmente riesumata nel gennaio 1969 per il progetto Get Back/Let It Be e immortalata per i posteri nel rooftop concert.

Questa One After 909 in stile Merseybeat fu tentata il 5 marzo 1963, alla fine della seduta che partorì il singolo n. 1 From Me To You; non venne mai completata, nemmeno come b side: la band era stanca e non riuscì a tirare fuori una take convincente. Il raffronto con la versione conosciuta testimonierebbe apparentemente il salto quantico stilistico tra primi e tardi Beatles ma, altri bootleg alla mano (una demo casalinga del 1960, senza batterista, appartenente al lotto di incisioni effettuate nel bagno di casa McCartney al 20 di Forthlin Road; una prova al Cavern, già con Ringo, del tardo ‘62), si scopre che il passo giusto, quello di una tipica freight train song, era solo stato ritrovato nel ’69.

5. And I Love Her (take 2)

Archiviate le primissime rarità, la maggior parte di Anthology consiste, com’è noto, in versioni work in progress in studio, documento (specie nei primi anni) di come i Quattro arrivassero a Abbey Road con arrangiamenti già pronti o comunque non lontanissimi dalle versioni poi finite su disco. A far gola sono, ovviamente, le eccezioni alla regola, a partire da questa And I Love Her ancora elettrica, senza middle eight e senza le quattro note di chitarra spagnola che avrebbero marchiato a fuoco l’arrangiamento, per gentile concessione di un sottovalutato Harrison (in molti pensano che, a posteriori, avrebbe meritato un accredito come co-autore); nel primo volume non mancano casi analoghi come una I’ll Be Back in 3/4 o una Eight Days a Week con diverse introduzioni vocali, ma questa vince su tutte. Nel documentario Anthology si sente spesso dire che i Beatles non erano altro che un complessino rock’n’roll, non ancora avvezzo alle ballate; un percorso che inizia qui e si sarebbe compiuto in una canzoncina poco nota che tratteremo un po’ più sotto, ispirata dalle uova strapazzate.

6. Leave My Kitten Alone (take 5)

Forse non tutti sanno che… è esistita una Anthology prima di Anthology: si chiamava Sessions, conteneva una dozzina di inediti assoluti (editati e remixati per l’occasione da Geoff Emerick, dopo una prima cernita dell’archivio di Abbey Road per delle visite guidate degli studios) e avrebbe dovuto uscire nel 1984 su LP singolo; il veto dei tre Beatles allora superstiti la condannò alla clandestinità del circuito bootleg, finché la quasi totalità di quelle versioni non fu ripescata una decina di anni dopo per il progetto di cui stiamo scrivendo.

Il brano di punta, previsto addirittura come singolo, avrebbe dovuto essere questa outtake dalle session di Beatles For Sale: una rilettura di Little Willie John (il primo interprete del classico Fever e figura tanto leggendaria quanto “maledetta” del r’n’b) tratta, presumibilmente, dal vecchio repertorio di Amburgo e incisa in una versione che, nonostante alle nostre orecchie non abbia nulla che non vada (anzi), la band non trovò abbastanza convincente (John non era contento della sua parte vocale, sembra). Il fatto che a Leave My Kitten Alone fu preferita Mr. Moonlight è un’altra delle tante cose che alla fine rendono i Beatles… i Beatles .

(il numero delle cover rimaste inedite su album è parecchio alto, ma in buona parte coperto dai due volumi di Live At The BBC, troppo ingiustamente trascurati; su Anthology 1 va segnalata, sicuramente, una Shout! degli Isley Brothers registrata per la tv).

7. That Means A Lot (take 1)

La sezione iniziale di Anthology 2, con le tante outtakes da Help!, giustificherebbe da sé l’idea di un cofanetto dedicato al primo LP del 1965 (del secondo, pubblicato lo stesso anno, parleremo a breve). A spiccare in quel lotto due composizioni scritte in origine per il film: If You’ve Got Trouble, un pasticcio approntato in fretta e furia per Ringo (giustamente lasciato nel cassetto, di cui esiste anche un edit approntato per il summenzionato Sessions) e That Means A Lot, interessante esperimento melodico e armonico – regalato a Pj Proby senza grandi riscontri – che la band non riuscì mai a completare, pur provando a inciderne due versioni diverse. Su Anthology si trova la prima, con un arrangiamento che è il prototipo di quello, innovativo e heavy, di Ticket To Ride e una produzione in stile wall of sound inedita per i Beatles (che pure, a fine carriera, collaborarono con il loro idolo Phil Spector in circostanze notoriamente poco felici). Il suono impastato, saturo e annegato nel riverbero, rigorosamente in mono, non fu però un effetto ricercato bensì l’esito imperfetto di un primo tentativo di riduzione (bouncing) con un registratore a quattro piste per fare spazio alle sovraincisioni; tecnica che avrebbero presto padroneggiato e che avrebbe portato alle meraviglie impossibili di Revolver e Sgt. Pepper’s. Una vera chicca.

8. Yesterday (take 1)

Il fascino di Anthology non risiede soltanto negli inediti, nelle tracce più oscure o nelle versioni più insolite: può capitare di rimanere a bocca aperta anche quando si tratta di canzoni un po’ più famose di, boh, Matchbox. Come nasce un classico (IL classico) della popular music del Novecento? Paul McCartney da solo davanti a un microfono, armato di chitarra acustica, che spiega a George – Martin o Harrison, non è dato saperlo – i cambi di accordi (“io sono in Sol, ma per te è Fa”, dato che è accordato un tono sotto) e già alla prima take si lancia in un’esecuzione pressoché impeccabile, con variazioni minime, tanto che la Yesterday definitiva arriva subito dopo, alla registrazione successiva.

L’arrangiamento di archi è ancora da venire, ma già così, in questa veste così scarna, sembra – è – tutto perfetto: abbiamo appena sentito su nastro il momento in cui il ventitreenne Paul McCartney da Liverpool (come scherzosamente lo introduce Harrison nella versione dal vivo tratta dallo special tv Blackpool Night Out, qui inclusa) si eleva, da membro dei Beatles, a uno dei più grandi compositori del XX secolo. Un po’ come se avessimo il filmato di Michelangelo che lavora alla Cappella Sistina, o di Leonardo che abbozza la Gioconda.

(Sempre in una timeline alternativa, Yesterday avrebbe dovuto il primo disco solista di Paul McCartney. Se Brian Epstein avesse detto di sì… racconteremmo una storia molto diversa.)

9. I’m Looking Through You (take 1)

In attesa di un’edizione deluxe di Rubber Soul che forse non vedrà mai la luce (i fan si sarebbero aspettati continuità dopo quella di Revolver, dovendosi “accontentare” di sette nuovi mix nella versione di 1962-1966 del 2023 e di un paio di alternate takes in Anthology 4, Nowhere Man e In My Life), il secondo volume di Anthology offre ad oggi l’unica sbirciatina nel making of di quel capolavoro: un inedito (12 Bar Original, balordo e inspiegabile strumentale di sei minuti – editato per l’uscita ufficiale – che rasenta la parodia di un blues), un arrangiamento più pesante di Norwegian Wood (la take 1 – ma ne esistono altre, ancora più sperimentali) e soprattutto questa prima versione di I’m Looking Through You, in un arrangiamento acustico delizioso, leggerissimo e gentile (organo in evidenza, battimani, arpeggi delicati, armonie), con dei break in dodici battute al posto del bridge non ancora scritto. Cara Apple: noi aspettiamo (ci sarebbe quella demo acustica di What Goes On del ’63 in possesso di un noto collezionista…).

10. Strawberry Fields Forever (Home demo sequence)

Come si diceva in apertura, i cofanetti pubblicati tra il 2017 e il 2022 hanno quasi reso superflue le sezioni di Anthology 2 e 3 dedicate agli album post 1966: salvo pochissime eccezioni, il materiale inedito originariamente proposto a metà anni ‘90 lo si ritrova, ben ampliato e integrato, in quelle edizioni espanse. Il making of di Strawberry Fields Forever, una delle incisioni più laboriose e rivoluzionarie della storia dei Beatles e non solo, è una sequenza estremamente affascinante che attraversa tre diversi rifacimenti, ampiamente documentato ed espanso nel box del 2017 del Sergente Pepe – ma il nastro casalingo di un Lennon che a fine ’66, tornato dalla Spagna dove aveva girato How I Won The War, tenta un primo arrangiamento acustico resta un’esclusiva impareggiabile di questa raccolta. Piccola curiosità: per qualche motivo, la take 1 inclusa in Anthology 2 (una delle gemme assolute del catalogo alternativo dei Quattro) è priva delle armonie vocali sulla terza strofa, presenti invece nell’edizione del 2017.

11. Only A Northern Song (takes 3 & 12)

Se già un’edizione deluxe di Rubber Soul appare oggi poco probabile, figuriamoci una di Yellow Submarine. Com’è noto, la colonna sonora originale dell’unico film di animazione dei Beatles conteneva appena quattro inediti, raggranellati durante session sparse tra il 1967 e 1968. Il primo di essi, la harrisoniana Only A Northern Song, era in origine destinato a Sgt. Pepper’s ma fu avversato particolarmente da George Martin, che spinse l’autore a fare di meglio (ottenendo Within You Without You…); a rigor di logica, avrebbe dovuto essere riproposta nella deluxe del 2017 di quel disco insieme alle altre outtakes ma, per motivi presumibilmente tematici, non si è ritenuto opportuno inserirla.

Questa versione di Anthology esclude gli effetti psichedelici, mette in primo piano l’organo (strumento che il chitarrista predilige in quel 1967, vedi anche It’s All Too Much e Blue Jay Way) e ha un vero mix stereo (la versione originale uscì solo in mono; solo nel 1999 fu remixata in stereofonia per Yellow Submarine Songtrack); un modo per mettere in luce una traccia volutamente “minore”, sottovalutata e trascurata ma, guardando più attentamente, un distillato di puro Harrison in musica e parole, vetriolo incluso.

12. You Know My Name (Look Up The Number) – (stereo remix)

Registrata tra il 1967 e il 1969 durante alcune sedute di decompressione e poi piazzata come lato b di Let It Be nel 1970 in una mossa piuttosto dadaista e apparentemente incomprensibile, l’incisione più matta, assurda e comica dei Quattro fu rivelata nella sua versione primigenia di sei minuti e rotti – e finalmente in stereo – soltanto nel 1996 su Anthology 2, reintegrando una sezione ska/rocksteady che tradisce l’eterno amore di Lennon per le sonorità giamaicane (dal break in levare di I Call Your Name alla postuma Borrowed Time, la sua discografia ne è disseminata).

L’accorciamento di You Know My Name, dovuto al formato 45 giri, era stato fatto in previsione di un mai pubblicato singolo a nome Plastic Ono Band (benché si trattasse di registrazioni beatlesiane), previsto per fine 1969 e bloccato dagli altri tre, che avrebbe dovuto recare sull’altro lato un’altra delle stranezze lennoniane, What’s The New Mary Jane, presente in diversi mix sia in Anthology 3 che nel box del White Album, e la cui versione approntata per l’abortito dischetto – con sovraincisioni dei soli John e Yoko – non ha ancora visto la luce in veste ufficiale. (Se a orecchie non avvezze You Know My Name può ancora sembrare troppo bizzarra per i Beatles, rimandiamo a You’ll Be Mine su Anthology 1, brano parodia del 1960 – ! – dove John fa voci molto simili, o alla loro versione di Three Cool Cats, o ancora alla Two Of Us digrignando i denti nel film Get Back…).

13. Across The Universe (take 2)

La versione deluxe di The Beatles (altrimenti noto come White Album) del 2018 offre una quantità e varietà tale di outtakes da rendere quasi del tutto superfluo quanto prima incluso in Anthology (che presenta giusto qualche take diversa, senza particolari differenze; ad esempio l’edit di Not Guilty previsto in origine per l’abortito Sessions); al punto che il meglio da quel box, per reflusso, è finito su Anthology 4 (le alternate di Helter Skelter e While My Guitar Gently Weeps, la Good Night acustica…).

Fa eccezione questa take 2 di Across The Universe, che in realtà mai fu pensata per il doppio bianco ma che, a parte il tentativo di resurrezione durante Get Back e la spectorizzazione del ’70 per Let It Be (la versione del WWF conta davvero?), nacque e morì nel 1968 in una registrazione che lasciò sempre scontento il suo autore. Forse sarebbe bastato tornare alle riprese scartate: questa è possibilmente la versione migliore, in presa diretta in studio con strumenti indiani in primo piano, due acustiche e tanto leslie (l’effetto vibrato per organo), più la voce di John dal vivo che a volte fatica a riprendere fiato, ma non ne sbaglia una. Magia pura.

14. A Beginning

Questo strumentale di nemmeno un minuto di durata si trova in questa lista non perché sia un imperdibile inedito, ma per parlare del vero motivo per cui fu inserito all’inizio di Anthology 3. Come abbiamo avuto modo di scoprire solo in seguito, le canzoni di John Lennon completate a metà anni ‘90 avrebbero dovuto essere tre; ma se la storia di Now And Then è ormai nota, pochi immaginano che, per supplire alla sua assenza, si pensò di aprire il terzo volume con questa breve composizione, incisa durante le sedute del White Album come introduzione della Don’t Pass Me By di Ringo; una scelta che – sebbene vera, come confermato dalla deluxe del 2018 – doveva apparire comunque bislacca a suo tempo, dacché in realtà questo interludio orchestrale venne già usato all’interno del film Yellow Submarine (!) insieme ad altre composizioni scritte da sir Martin, ma NON incluso nella colonna sonora originale.

Confusi abbastanza? Aggiungete che, di fronte all’opportunità di rimediare a tutto questo conservando la finalmente completata Now And Then per l’odierna riedizione di Anthology, restituendole così il posto che le sarebbe spettato nel 1996 insieme a Free As A Bird e Real Love, chi di dovere ha invece pensato di farla uscire due anni fa per la ristampa di 1967-1970 – per poi infilarla, comunque, alla fine di Anthology 4. Eh?

15. She Came In Thru The Bathroom Window (Apple Studio)

Dopo l’uscita del documentario Get Back di Peter Jackson, l’apertura di quel vaso di pandora ha fatto sì che di quella particolare fase sia adesso disponibile ormai quasi tutto, in video e in audio (in realtà i nastri Nagra sono disponibili su bootleg da decenni nei circuiti più hardcore). Per gli acquirenti dell’Anthology 3 in tempo reale, fu comunque affascinante dare una prima sbirciata, scovando chicche come una Oh! Darling primigenia, un tentativo della mccartneyana Teddy Boy (che metteva insieme due prove diverse, con un John crudele a ridicolizzare gli sforzi zuccherosi del compagno), una Mailman Bring Me No More Blues di Buddy Holly o questa Bathroom Window (un edit da prove diverse, esclusivo rispetto a quello sul box Let It Be) in un arrangiamento, poi abbandonato, rivelatorio del work in progress che caratterizzò quei mesi finali della band, con un inedito andamento blues e un Fender Rhodes suonato non già da Billy Preston (che si sarebbe unito ai Quattro solo nella session del giorno dopo, come mostra scrupolosamente il film), ma da Lennon.

16. All Things Must Pass (demo)

Escludendo quanto registrato ad Abbey Road nelle session in studio, alla voce “demo” si apre tutta una sotto-rubrica dell’universo alternativo beatlesiano. Non sono pochi i nastri dimostrativi registrati dai Beatles nel corso del tempo, singolarmente o in gruppo, daile registrazioni a Esher del 1968 (di cui Anthology dava un assaggio prima della pubblicazione integrale del 2018) a quelli arcaici dei primi anni ’60 (Love Of The Loved, Misery) ed altri affascinanti reperti casalinghi (accanto a quelli usciti di Yellow Submarine e Strawberry Fields Forever restano inediti We Can Work It Out, What Goes On e chissà che altro…).

Niente però vale questa All Things Must Pass incisa in solitaria da Harrison il 25 febbraio 1969 (in giorno in cui compì ventisei anni!), inizialmente proposta ai compagni per Get Back ma poi saggiamente conservata per la magnum opus del 1970 a cui finì per dare il titolo. Una versione già perfetta, che fa il paio con quella, ormai celebre, di While My Guitar Gently Weeps messa su nastro qualche mese prima (inserita per la prima volta in Anthology e poi riproposta più volte, vedi l’arrangiamento per archi su Love).

(All’altro spettro rispetto a questa gemma assoluta si trova la bistrattata e dimenticata You Know What To Do, di cui fino al 1993 non si conosceva l’esistenza e si è scoperta essere il motivo per cui ci sono 13 canzoni su A Hard Day’s Night e non 14… ma questa è un’altra storia).

17. Come Together (take 1)

Secondo la vulgata, se Twist And Shout suona come suona è perché Lennon la urlò con tutto il fiato che aveva in corpo prima che la sua voce andasse definitivamente in pezzi, dopo una lunghissima giornata di session: una sola take, e fu leggenda. Anthology rivela che la stessa cosa avrebbe potuto avvenire per Come Together, se solo i Beatles avessero mantenuto nel 1969 l’approccio live in studio di sei anni prima senza ricorrere a sovraincisioni. Se è vero che John aveva una delle voci rock’n’roll più belle di sempre, raramente è stata immortalata su nastro una sua esecuzione vocale tanto cruda, appassionata e travolgente, con gli altri tre che suonano l’arrangiamento già fatto e finito del classico che apre Abbey Road; una performance incredibile, ancor più se si pensa che all’epoca i quattro erano ormai ai ferri corti.  A controprova, l’ottima edizione deluxe del 2019 (che non ricicla niente dagli inediti già presenti su Anthology 3, a parte il noto demo di McCartney per i Badfinger, Come And Get It) offre una take leggermente diversa, in cui ormai l’ugola è andata.

18. I Am The Walrus (take 19 – strings, brass, clarinet overdub)

Come per Yellow Submarine, difficile che il futuro possa riservare un trattamento speciale per Magical Mystery Tour, nonostante quelle session fossero interessanti e creative almeno tanto quanto quelle di Sgt. Pepper’s. Un fatto d’altronde già certificato a suo tempo da Anthology 2 (che presenta ottime outtakes di The Fool On the Hill e Your Mother Should Know, in arrangiamenti più pesanti, e Hello Goodbye, con delle parti di chitarra poi cancellate) e ribadito di recente dal “nuovo” Anthology 4, dove tra gli – invero pochi – interessanti  troviamo non a caso una ripresa – piuttosto “fatta”, divertente e rivelatoria – di Baby You’re a Rich Man e soprattutto questa sovraincisione orchestrale per I Am The Walrus, epitome del genio di George Martin. Otto violini, quattro violoncelli, un clarinetto contrabbasso e tre corni in un arrangiamento che è pura magia, fantasia e immaginazione e che avrete sentito decine di volte – ma mai così.

19. Free As A Bird

Che si preferisca la versione originale o il mix 2025 (con la voce resa più naturale e ripulita dal software AI), oggi accettiamo tutti questa canzone come un classico de facto, indissolubilmente legato al progetto Anthology e di cui costituisce il cuore pulsante. Bisognerebbe però anche ricordarsi che, nel 1995, l’operazione non piacque proprio a tutti: incredibile a dirsi, il mondo guardava anche altrove e i Beatles erano da tempo una “cosa del passato”; inoltre, usare la voce registrata di una persona deceduta era un tabù assoluto. Sì, c’era stato il precedente di Nat King Cole e il duetto “virtuale” con la figlia Natalie per una versione di Unforgettable, ma niente di paragonabile a quanto approntato dai “Threetles”, Yoko Ono e Jeff Lynne per Free As A Bird, bozzetto lennoniano incompiuto che si trasforma in una grande canzone pop e spicca, è il caso di dirlo, il volo.

A prescindere dall’esito artistico (che è notevolissimo), l’effetto sul lungo termine fu dirompente. Nel creare l’illusione di esistere ancora, i Beatles hanno trasceso il loro tempo e sono entrati nel nuovo millennio non più come una “cosa del passato”, ma come qualcosa di onnipresente ed eterno. E bellissimo.

(Il capitolo 9 del documentario Anthology su Disney+ ha rivelato che l’idea originale di usare la voce di un defunto in un disco era stata di George Harrison, per rimpiazzare nei Travelling Wilburys il defunto Roy Orbison con… Elvis Presley.)

20. Real Love

Alla sua uscita, il sequel di Free As A Bird faticò a lasciare un’impronta immediata ancor più del predecessore: passato l’effetto sorpresa, non molti a parte gli irriducibili nostalgici sembrarono davvero interessati, al punto che fu esclusa dalla playlist di BBC 1 per non essere “una canzone contemporanea”, suscitando addirittura un dibattito parlamentare (una cosa oggi impensabile – vedi l’acclamazione, ufficialmente unanime, per Now And Then).

In realtà, Real Love era già uscita in una diversa elaborazione acustica per la colonna sonora del film Imagine (1988); McCartney, Harrison e Starr lavorarono su un brano già di fatto edito, non mancando di apporre delle modifiche sostanziali al tempo e al feel, in un risultato diventato amatissimo (si tratta di canzoni parecchio ispirate, a livello lirico e melodico), al punto che non pochi hanno avuto da ridire sulle modifiche apportate dal mix del 2025 incluso in Anthology 4 (che usa una voce in parte diversa e cancella diversi infiorettamenti melodici della chitarra di George; ma esistono le versioni precedenti, compresa quella uscita su DVD per la collezione 1+ nel 2015). Ma il bello è proprio questo: finché uscirà qualcosa dei Beatles, saremo qui a parlarne (e scriverne), più o meno a proposito. Com’è giusto che sia.

(per esempio, ci sarebbero quelle tre canzoni registrate il 15 ottobre 1960 ad Amburgo da John, Paul e George in accompagnamento di Lou Williams di Rory Storm & The Hurricanes, che in assenza di Pete Best aveva portato il suo batterista, un certo Richard Starkey…)

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