Recensioni

6.8

Le mosse più recenti di Paolo Benvegnù sono in linea con quanto messo a segno da un certo cantautorato italiano – variamente declinato rock – negli ultimi mesi (tanto da far pensare che questo “mettere a segno” possa suggerire un “mettere a sistema”). Vale a dire, uno stracciare il velo di Maya (residuo) tra dimensione alternativa e mainstream, tentare il salto di stato verso una radiofonia che si porti dietro (e dentro) una certa eccedenza di complessità, però inevitabilmente mediata (stemperata, semplificata) dal suo calarsi dentro forme più potabili, vale a dire accettabili da un ideale “utente radiofonico”. Prendete ad esempio gli ultimi lavori di Capossela e Baustelle, ma se vogliamo anche l’exploit festivaliero di un Giovanni Truppi o la traiettoria del duo Colapesce e Dimartino

In questo senso, Benvegnù pochi mesi fa ha calato sul piatto una mano abbastanza esplicita con l’EP Solo fiori, che tra un Italia pornografica (forse il pezzo più ammiccante del repertorio dell’ex-Scisma) e un duetto con Malika Ayane (la romanticherrima Non esiste altro) delineava una evidente oscillazione del suo percorso espressivo su binari che fino a quel momento sembravano poco compatibili per – diciamo così – eccesso di qualità (e quindi di alterità).

Il nuovo album È inutile parlare d’amore – il nono, considerando come album veri e propri anche i due esercizi di (auto) cover di Delle inutili premonizioni – arriva oggi a suggerire che quell’oscillazione potrebbe in realtà costituire un vero e proprio aggiustamento di rotta: delle dodici tracce in scaletta ben tre, come minimo, si rivelano infatti portatrici sane di potenziale radiofonico considerevole. Anzi: dal momento che vedono la luce a pochi giorni dalla famigerata kermesse sanremese, viene automatico immaginarsele sul palco dell’Ariston e concludere che, sì, sarebbero state del tutto congrue al contesto (senza, si badi bene, che questo costituisca automaticamente un contrassegno di scarsa qualità). 

Mi riferisco innanzitutto a L’oceano, col suo epos piano & archi rimagliato da un arpeggio asprigno di chitarra e l’enfasi del ritornello che porta ad ebollizione lo srotolarsi pensoso delle strofe, il tutto consumato in duetto con Brunori SAS: ne escono tre minuti e mezzo abbastanza didascalici ma ben confezionati, mentre tutto sommato le voci e la sensibilità dei due – incontro che sulla carta avrei ritenuto improbabile  – finiscono per sembrare anche complementari. 

Meno comprensibile è la scelta di duettare con Neri Marcoré per una nuova versione della già nota 27/12 (stava in Solo fiori), ballata benedetta da quel tipico accartocciarsi di astrazione e percezione carnale, dai cortocircuiti irrequieti tra pensieri veloci e lenti che da sempre marcano il territorio espressivo di Benvegnù. Davvero un gran pezzo insomma che però, stante il piattume vocale dell’attore marchigiano, finisce per suonare inerte e piacionesca come l’ospitata in un talk show pomeridiano. Capisco l’ansia da featuring, il bisogno di strappare quel po’ di attenzione suppletiva, però che peccato.

Altra situazione “sanremese” – anzi forse la più festivaliera del lotto – è senz’altro quella Pescatori di perle che sboccia progressivamente da una trama malinconica di piano fino al sovraccarico melodico del chorus con tanto di esorbitanza motivazionale (“E noi saremo come il vento/impossibili da fermare”). A queste tre si potrebbe aggiungere, in un’ottica più bizzarra (di quelle che in fondo al Festival non mancano mai) la curiosa Canzoni brutte, non a caso scelta come singolo apripista: siamo dalle parti del più sfacciato – e immagino voluto – nomen omen, trattandosi di una canzonetta davvero sconclusionata, patchwork ammiccante come dei Perturbazione impegnati a imitare ELST con la mano sinistra, ma anche un modo di espettorare per burla l’amarezza accumulata negli anni a causa della sproporzione tra talento e riconoscimento. 

Questo tentativo di esorcizzare tanta ir-riconoscenza passa dallo stringere all’angolo le programmazioni radiofoniche e in generale gli ascoltatori (gli utenti) rovesciando su di loro una lampante vena radiofonica, così da togliere alibi alla loro indifferenza, alla loro nevrotica afasia. Strategia che informa tutto l’album, ravvisabile anche in episodi più strutturati come la quasi radioheadiana – altezza Ok ComputerIn der nicht sein, l’impeto cibernetico quasi Depeche Mode di Our Love Song o il ritornello a geometrie variabili – con qualcosa del Battiato della metà dei Novanta – di Marlene Dietrich. Benvegnù sembra insomma voler giocare con le regole dell’attrazione, dimostrarsi capace di farsi contenere dalle convenzioni a costo di rinunciare all’ebbrezza incontenibile dello sconfinamento, del de-forme che sloga le coordinate e dilata il campo del poetico. 

Il rischio, ovviamente, è concedere molto – troppo – alla pianificazione accogliente, alla mediocrità del codice sensazionalista a pronta presa e logorio rapido. Tuttavia, anche se l’ascolto si porta dietro la sensazione di un Benvegnù che lavora al di sotto delle proprie possibilità, è così bravo da uscirne comunque significativo. Le sue intenzioni prendono le mosse da un livello talmente alto (per quanto riguarda i testi, l’impeto melodico, il dinamismo strutturale delle orchestrazioni, l’intensità e la grana delle interpretazioni) che pure questa consapevole auto-semplificazione, questa “reductio ad aequitatem”, gli consente di viaggiare ben sopra la media del radiofonico standard. 

Si può perfino ipotizzare – sperare – che finalmente canzoni tipiche del suo repertorio come la sfrigolante L’origine del mondo (“Tu sei l’incendio impossibile che salverà/tutto il mondo”) o la languida e trasognata Il nostro amore indifferente (“Mi perderai tra le cose da fare/Tra le chiavi di casa/Nella luce del sole”) riescano a introdursi nell’immaginario collettivo e seminarvi quel po’ di bellezza stralunata e smaniosa capace di sottrarci alla prevedibilità algoritmica, alla vita spogliata dell’imponderabile e dell’astratto, alla deliziosa noia del confortevole.

Sappiamo bene che non è più tempo di rivoluzioni in ambito popular, ma qualche piccola rivolta (dall’interno) forse è ancora possibile. Destinata a fallire, certo, ma – ehi – questo sono le rivolte: fallimenti memorabili.

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