Recensioni

TOP

Per quanto concerne il sottoscritto, dopo quasi tre anni di digiuno da concerti si aspettavano i Litfiba a Capannelle manco fossero i Pink Floyd a Cinecittà o gli U2 all’Urbe. L’atmosfera del “prima”, il caldo, le file, l’attesa, la polvere, le birre… L’astinenza è una brutta bestia e per tornare a mettere qualcosa nello stomaco, concertisticamente parlando, quale miglior occasione dell’Ultimo Girone di Pelù/Renzulli?

Intanto c’è da lodare chi ha avuto l’idea di chiamare così il tour di fine carriera (pensato inizialmente per il 2020, quarantennale della fondazione, ma rimandato causa pandemia) della formazione gigliata: in un’unica locuzione c’è infatti sia il riferimento all’ultima, capillare, scorribanda nazionale che quello alla fiorentinità del marchio per via del soggetto il quale rimanda ovviamente alle bolge dantesche. Detto questo c’è però una riflessione da fare, una di quelle che non si risolvono in un calembour e lasciano lì ad arrovellarsi nel dubbio, perché poi alla fine il dilemma può scioglierlo solo il diretto (o i diretti) interessato(/i). La cosa che si fatica a comprendere è come possa un bel giorno un artista o un gruppo rock decidere – così, d’emblée – di dire basta con ciò che ha fatto per buona parte della sua esistenza, a negarsi di botto quell’elettricità, quell’adrenalina, quella linfa derivante dallo scambio di energia col pubblico in presa diretta. Prendi Pelù, uno che per tutta la vita ha fatto ‘sto mestiere e a vederlo oggi sul palco sembrerebbe poter continuare a farlo per l’eternità: come si reinventa adesso, come si immagina d’ora in poi. Dai Pierone, non raccontarcela, tu sei nato rockstar, splendido esemplare di una razza in via d’estinzione, e quello devi fare, pochi cavoli, perché per quelli come te che si nutrono di certe connessioni significa che sei vivo e il cuore vuol battere ancora.

E invece, come i R.E.M. undici anni fa, i Litfiba decidono per i titoli di coda dell’avventura in modo tranchant, negandosi non solo la possibilità di dare alle stampe altri album in studio (il che di per sé non è un dramma, visti gli ultimi risultati) ma anche di concedersi un tour ogni tot anni o quando ne avessero voglia, un giro celebrativo in occasione di qualche anniversario, una semplice comparsata. Perché ora, accadesse mai una cosa del genere, sarebbero costretti a giustificare la giravolta (non che ce ne lamenteremmo, intendiamoci). Valli a capire.

Anche perché – l’avrete intuito – la data romana estiva del farewell tour litfibiano è stata tutto fuorché l’esibizione di una band bollita, anzi. I due capitani sono in gran spolvero: Pelù gigione come al solito e tutt’altro che ologramma del grande frontman che sappiamo (probabilmente il migliore della storia del rock italiano), l’esatto contrario di un’icona pop (a cui ora dedicano anche macabre opere d’arte contemporanea) svuotata di significato, anzi a sessant’anni pare ringiovanito e magnetizza ancora gli sguardi; Renzulli, dal canto suo, sornione con quel berretto nero a nascondergli la faccia ma poi raggiante di sorrisi per il pubblico ogni qualvolta alza la testa. In più, a completare il quadro una formazione di tutto rispetto – accidenti! – con i confermatissimi Fabrizio Simoncioni alle tastiere, Luca “Luc Mitraglia” Martelli (una macchina da guerra, ha pure il doppio pedale) alla batteria e il nuovo innesto Dado Neri (già collaboratore di Celentano, Nannini, Tozzi e Vanoni, tra gli altri) al basso.

No, non è stato un tributo alla Tetralogia degli elementi a danno della Trilogia del potere, né un revival dei 90s e successivi decenni a scapito degli 80s già ampiamente omaggiati dai Nostri col tour dedicato del 2013, bensì una retrospettiva sull’intera parabola della sigla, privilegiando, in proporzione, forse proprio il primo decennio della stessa: nove pezzi dai primi tre album (includendo anche Cangaceiro, dal live Pirata), i restanti undici dai secondi sette (escludendo la parentesi senza Pelù e a sola guida Renzulli), a dispetto di chi si aspettava un periodo new-wave preso a calci.

Certo, poi come fai a non riproporre tormentoni come El Diablo, Spirito e Regina di Cuori o inni generazionali come Lo Spettacolo e Lacio Drom; però non è stata una scaletta smaccatamente greatest hits. Così come non è mancato il solito impegno socio-politico, diciamo così, del gruppo e riferimenti alla situazione globale attuale. «Siamo contro tutti gli imperialisti», afferma senza indugi Pelù, e segue lista dei soliti noti, i despoti, i tiranni, i dittatori. Ne mancherebbe qualcuno, però vabbè. Sul palco compare pure una bandiera ma – sorpresa – non è quella ucraina bensì quella curda, in omaggio al popolo perseguitato da Erdogan che «ci ha liberato dall’Isis», prima di attaccare Istanbul. Però qualche volta il nome di Putin (senza fuck prima) riecheggia ugualmente nel cielo romano di una serata tersa e bollente come poche. C’è poi l’emergenza idrica a cui è dedicata Woda Woda e non poteva mancare il ricordo dei giudici Falcone e Borsellino nel trentennale delle loro morti, a introdurre Dimmi Il Nome, scritta proprio in quel periodo.

Si riflette, ci si commuove, ma si balla anche, si canta e si salta, come ai bei tempi, e il concerto si chiude dopo due ore totalmente appaganti sotto ogni punto di vista e delle quali resta, in aggiunta al ricordo di una serata divertente oltre che elettrizzante, la malinconia per un altro pezzo di storia di musica italiana che se ne va. L’ultima volta dei Litfiba (il tour però proseguirà fino a fine agosto), ma a vederli ancora così pare assurdo. Suvvia, ragazzacci, ripensateci.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette