Recensioni

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Dall’uscita di No Distance Left to Run, ogni documentario sui Blur è diventato un ragionamento ad alta voce sulla loro legacy e sulle complesse dinamiche personali che li legano. Il quadro resta invariato: una band che non lavora più a tempo pieno, che si riunisce solo quando ne sente il bisogno e se la spassa, ricostruendo equilibri fragili attraverso la distanza. «Quand’è che lo spazio diventa lontananza?» si chiede Damon. Non manca la retorica, con giri di parole per schivare il prevedibile effetto nostalgia di queste operazioni reunion, ma la verità è che il quartetto londinese può davvero permettersi di farlo: lo scorso anno ha pubblicato The Ballad of Darren, un album valido, pregiato, maturo, persino necessario.

La visita di Alex a Damon nel Devon, ma soprattutto le session di registrazione di quell’album sono il punto di partenza di questo To The End, firmato Toby L., un veloce avvicinamento del gruppo alla mitologica doppia data di Wembley (non potevamo certo mancare, sia sabato che domenica), infilandoci (bene) nel mezzo la saudade del tempo che ovviamente passa, di vite che dopo un decennio passato ogni santo giorno assieme, oggi corrono ovviamente sempre meno all’unisono. Una versione più rotonda e strutturata di B-Roads. Tenerissimo Graham sul finale ad abbracciare la moglie Rose (ehi, avete ascoltato i WAEVE, vero?), spassoso Alex ripreso in hangover, sempre composto Dave, ma lì è anche colpa del maledetto infortunio alla gamba che stava per far saltare tutti i piani. E Damon, beh, Damon ormai vive da solo nella campagna con le sue galline, la relazione con Suzi naufragata dopo ben 25 anni, e le copiose lacrime sull’ascolto di The Everglades di fronte agli altri tre sono tra i momenti più toccanti della pellicola.

You know, success will mess you up far more than failure.
Damon Albarn

Non può che essere lui il protagonista (ma senza strafare), a parlare dell’ennesima reunion Blur come esperienza sì collettiva, ma (senza dirlo apertamente) soprattutto catartica in questo complicato momento della sua vita. D’altronde, se Damon non vuole, lo sappiamo bene, non si muove foglia. E stavolta, Blur è tappa necessaria di espiazione del dolore, e anche se le cose tra loro sembrano andare alla grande, si è pur sempre sull’orlo del precipizio. Durante le prove, Damon sbrocca e sbatte il megafono chiedendo maggior concentrazione, eppure Graham non pare troppo interessato. Degno di nota il veloce sguardo dei compagni sullo stakanovismo del loro leader («se non lo tieni impegnato sul progetto, rischia di scriverti letteralmente un’altra opera», sottolinea seriosissimo Alex), che a un certo punto crolla stremato sulle tastiere.

Bella la sua riflessione sui pezzi scritti in giovinezza, ormai quasi del tutto inadatto ad abitarli, ma a comprenderli sì, eccome, anzi, più che mai. Appassionante gustarsi la band in vera crisi d’ansia prima di Wembley, e fa un po’ effetto visto che si sono sciorinati quattro volte Hyde Park. Un paio di momenti involontariamente comici sono di assoluto pregio: Graham che se la fa sotto prima di entrare in scena e si libera in una lattina di Diet Coke sperando con tutto il cuore che nessuno della crew si sia dissetato per sbaglio, e sempre il chitarrista in compagnia di Damon che fanno visita alla loro vecchia scuola: oltre a D che ripete a più riprese le sberle che prendeva da bambino nei corridoi, il clou arriva quando i due, entrati nell’aula musicale che l’istituto gli ha dedicato, propongono di mettere della carta da parati paisley e una pipa d’erba per dare più colore alla stanza. Lo sguardo impietrito del preside vale il prezzo del biglietto. Eccellenti le riprese dei momenti bucolici tra mare e campagna, la pinta e poi il bagno con Alex, e soprattutto gli spezzoni del famigerato concerto, ma per quello, fareste bene a vedervi il film dedicato.

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