Recensioni

Quando i Blur pubblicano 13 è il 15 marzo del 1999. Siamo a un tiro di schioppo dal cambio millennio, la band ha completato il sesto lavoro sulla lunga distanza che è anche il secondo ad aver intrapreso la strada della sperimentazione in senso alternative dopo l’omonimo. Al sodale Stephen Street dietro il bancone del mixer viene preferito William Orbit che ha appena completato due lavori come autore e produttore accanto a Madonna, raggiungendo in particolare con Ray Of Light il picco assoluto in termini di fama. Scelta stravagante quella di William Mark Wainwright, eppure a conti fatti coerente con il sound che lo storico e precedente produttore aveva impresso a brani come Song 2 e Beetlebum, grezzi sì, eppur prodotti. Del resto i Blur ci avevano preso gusto con effetti, loop, drum machine, organetti elettronici (vedi l’Optigan che dà il titolo a un pezzo) e quant’altro. Avevano bisogno di uno spirito affine che spezzasse la continuità pur abbracciandola, un volto nuovo che bazzicasse l’elettronica. E per dirla con Albarn: avevano bisogno pure di uno psichiatra.
Nato dalla fine di una relazione importante da parte del frontman nascosta agli altri membri del gruppo, 13 è un lavoro eterogeneo, caleidoscopico, incontenibile eppure delicato, introspettivo e malinconico, impreziosito da alcuni indimenticabili momenti e cosparso di una generosa manciata di schegge impazzite sulle quali è sempre bello tornare. È il disco di uno degli indolenti/scazzati inni 90s per eccellenza, Coffee & TV (la canzone ma anche il mitico videoclip col cartone di latte), roba da competere nello stesso campionato con i Pavement, band peraltro adorata da Coxon, ma anche di Tender, il cui accorato scambio gospel tra frontman e coro risuona ancora forte e chiaro come un autentico classico senza tempo, un brano che non c’entra nulla con il resto di un lavoro che punta in varie direzioni ma che trova nei testi una possibile àncora. Damon ha a cuore la vita e le relazioni interpersonali qui, quelle che la band non riusciva più a tenere, ma ancora di più, beatlesianamente, ha a cuore l’amore come inizio e fine di tutto. Dall’amore di Tender si finisce così agli antipodi, pure della Band, alternando coxoniane sfuriate r’n’r/punk/garage (Bugman e Swamp Song) che strizzano l’occhio a tutto un parco di band post hardcore statunitensi (dai Polvo ai Brainiac) ai momenti di torbida introspezione che piacciono al frontman (Mellow Song, con echi Nirvana), fino agli allunghi psichedelici che prendono i quattro al completo per portarli altrove (1992, la cui demo è stata ripescata da una cassetta dello stesso anno ritrovata durante le session), il tutto puntando sensibilità e antenne verso lo stesso etere (Battle e Caramel) o se vogliamo, pre-millennium tension, che i Radiohead trasformeranno in Kid A.
Il produttore più acclamato del momento aveva convinto tutti e quattro con i remix di Movin’ On e On Your Own, due brani di Blur presenti nella remix compilation Bustin’ + Dronin’ del 1998, ma il suo ruolo si era rivelato importante anche fuori dalla consolle. Ricevere singolarmente i membri del del gruppo, manco fosse il capo dello Stato, era un’altra cosa che gli veniva bene tanto quanto Coxon era diventato maestro nel sabotarsi le chitarre da solo e Albarn aveva trovato una propria via nel distillare dolori ed euforici slanci da ripartenza, dividendo lo studio con un altro progetto top secret (di cui il mondo presto saprà). Da queste premesse 13 sembra un disco autoindulgente che inciampa nella buca della meravigliosa incompiutezza, a cui sembra sotto sotto ambire. Ma se anche vi inciampa non cade, ci si rotola dentro trovando inaspettata coesione, restituendoci l’immagine di una band i cui rapporti sono logori ma che nel caos della creazione riesce ancora a trovare lo spazio per dare senso alle cose, divertimento compreso. In No Distance Left To Run, Albarn, pensando alla fine della relazione con Justine Frischmann delle Elastica, recita «It’s over, you don’t need to tell me», e quella strofa, se da una parte ci avvicina alla conclusione di un disco partito dalla tenerezza, dall’altra anticipa la fine della stessa band, o perlomeno l’inizio di una fine che arriverà con Think Tank, con Coxon ad andarsene a metà session e Albarn intestardito sul mix di hip hop, lo-fi e spezie africane da imprimergli.
Dunque 13, perché no, come il White Album firmato Blur. La durata del resto è quella di un doppio (1 ora e 6 minuti). E 13 come disco delle pepite e delle gemme alternative nella discografia di una brit band che ritornava nello spirito degli esordi la miccia per ripartire. E in questo senso dovremmo parlare di Let It Be, con le due personalità forti del gruppo a divergere su molti, troppi aspetti e con Alex James a ricordare quelle session con un’affermazione che più emblematica non si potrebbe: «adesso so cosa ha provato George Harrison».
Paragoni a parte, è un disco slegato dalle logiche del business, che si guadagnerà la nomination ai Mercury Prize proiettato come era verso qualcosa che non è manco una band, ma una cartoon band. E del resto, riascoltando Trailerpark come non pensare ai Gorillaz? L’esempio dell’instabile miscela di una tracklist in cui è bello perdersi salvo poi ritrovare la bussola anche solo con un classico intramontabile come Coffee & TV, il pezzo che Coxon deve aver sognato una vita e che più pragmaticamente lo salvò ancora una volta dalla bottiglia.
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