Recensioni

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Registrato tra giugno e novembre del 1996 ai Studío Grettisgat di Reykjavík, in Islanda, e presso il Maison Rouge di Londra e prodotto ancora una volta da Stephen Street, l’omonimo Blur è il quinto atto di una band stufa di essere troppo se stessa. La faida coi Gallagher da una parte, Graham Coxon sempre più insofferente del circo della fama dall’altra (ricordate quella volta a Sanremo in cui si esibirono, in playback, con una sagoma di cartone al posto del chitarrista?), Damon Albarn e co. sentono il bisogno di voltare drasticamente pagina, di volare via da tutto.

Quando Beetlebum arriva sugli scaffali, l’era del britpop sembra lontana anni luce: una ballata lennoniana intima e personalissima, piena di luci e ombre, con uno stile di chitarra più furioso e meno compromissorio del solito. Eppure sono i Blur, senza dubbio, e il pubblico riconosce e, giustamente, premia (nonostante le previsioni di suicidio commerciale date dall’etichetta e dalla stampa nazionale), così come buona parte della critica che applaude da subito l’intelligenza della band nell’aver scelto di cambiare direzione esattamente al momento giusto.

In retrospettiva, una mossa tra le più azzeccate che si ricordino: mentre le altre band inglesi si accartocciano su se stesse (Oasis in primis), i Quattro guardano dentro l’America e… la conquistano. Il successo di Song 2 – un riff fortunatissimo, nato come parodia del grunge, pensate un po’ – apre finalmente le porte degli States, e conferma che l’insistenza di Graham a rivolgersi a un certo tipo di sonorità (a sentir lui le sue preferite, da sempre) voltando le spalle alla madrepatria non era un fatuo capriccio nato dall’intolleranza verso gli altri bandmates (Damon in particolare, al quale si dice abbia scritto una lettera per convincerlo a tornare a fare musica “che spaventasse la gente”). E nemmeno un freddo e opportunistico calcolo di carriera perché, artisticamente, a parte qualche forzatura un po’ troppo Pavement (Country Sad Ballad Man, sorta di tributo alle stramberie sceme e ubriache di Wowee Zowee), il divincolarsi dal modello brit consente ai musicisti di coltivare la vena più giocosa e avventurosa, parallelamente a un inedito lirismo nel songwriting (non solo da parte di Albarn, che inizia a parlare in prima persona, ma anche dello stesso Coxon, che debutta ufficialmente sul lo-fi romantico e tenerissimo di You’re So Great).

Il disco funziona a meraviglia per l’equilibrio tra la scrittura (Strange News From Another Star è la gemma di songwriting del caso) e il rinnovato approccio alla materia (via fiati, piano, archi e coretti; dentro loop, synth e drum machine); non per niente funziona meno quando ci si lascia prendere troppo dal gioco (l’inconcludente Theme From Retro, una sin troppo weird Essex Dogs che pure viene recuperata da Albarn), e ad ogni modo i Blur non sono capaci di rinunciare alla loro natura pop (Look Inside America, i singoli On Your Own e M.O.R., che paga tributo dichiarato a Boys Keep Swinging di Bowie/Eno).

Quanto al valore storico del tutto, basti dire che in quel febbraio 1997 gli stessi autori di Parklife e Country House sono in grado di anticipare mosse decisive per l’evoluzione del rock britannico (il folk-trip hop acidissimo di Death Of A Party, recuperata da un demo del 1992, prevede di qualche mese le intuizioni post moderne di Ok Computer). È solo l’inizio. Della fine, ahiloro, ma comunque un nuovo inizio.

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