Recensioni

7.5

Per Graham Coxon, il 2023 non è stato certo un anno qualunque: trionfo senza precedenti allo stadio di Wembley per due storici concerti-evento insieme ai tre vecchi compagni di merende, con annesso LP nuovo di zecca (il giustamente pluri-celebrato The Ballad of Darren) a suggellare l’ennesimo ritorno dei Blur come un’esperienza assolutamente indimenticabile nella sua ormai più che trentennale carriera, un’operazione riuscita sotto ogni aspetto in perfetto equilibrio tra celebrazione nostalgica e prosecuzione di un discorso artistico aggiornato a una nuova maturità.

Viene proprio da chiedersi come abbia fatto, nel mezzo di tutto questo (tour mondiale incluso), a scrivere, incidere e realizzare questo secondo album a nome The WAEVE, per di più senza che fosse passato troppo tempo dalla pubblicazione di un debutto che andava oltre le più rosee aspettative, collocandosi tra i lavori più interessanti dell’anno passato. Eppure eccolo qui City Lights, dieci nuove canzoni in cui il chitarrista e l’ex Pipettes Rose Elinor Dougall (compagna artistica e di vita, in un legame indistinguibile) espandono ulteriormente il loro universo, dividendosi tutte le parti vocali e strumentali compenetrando le loro singolari visioni artistiche in un racconto aggiornato della loro storia insieme.

Se l’intento era quello di presentare una versione “più coraggiosa, sfrontata ed evoluta” del disco precedente, a confermarne la riuscita basterebbe l’omonimo singolo apripista, tra chitarre dissonanti alla Robert Fripp e cori stralunati che omaggiano sfacciatamente il Bowie di Scary Monsters (come già stato fatto in St. Charles’s Square dei Blur) aggiungendo glamour urbano e lascivo alla Roxy Music (vedi il solo di sax in stile Andy Mackay suonato dallo stesso Graham). Complice nuovamente la mano di James Ford a garantire continuità di suono e di approccio (sua la produzione, è bene ricordarlo, non solo del primo disco ma anche di Ballad Of Darren nonché del recente hit Romance dei Fontaines D.C.), la formula avventurosa e al tempo stesso romantica del duo si tinge ancora più di nero, vedi lo spintissimo calco new wave di una Moth To The Flame che frulla insieme Gary Numan, OMD e la Transmission dei Joy Division lambendo i voli notturni dello Scott Walker di Nite Flights, o ancora le distorsioni e modulazioni sonore assurde di una Broken Boys che rievoca il Coxon più punk (a tratti sembra quasi un update di M.O.R. con chitarre Pixies, non fosse per la grazia delle armonie di Rose).

Un’esplorazione sonica che tocca il suo apice nei quasi otto minuti di Druantia, un epos oscuro guidato da un incessante groove di basso e batteria su cui si dispiega un arrangiamento in continua evoluzione, in una ricchezza di dettagli e particolari (un organo alla Terry Riley, sassofoni adoperati in modo ritmico, una chitarra acustica che si fa strada nel mix) che rivela la natura fortemente cinematografica e suggestiva di questa musica, invero incatalogabile  – per indubbie affinità elettive si potrebbero spendere i nomi di Portishead o Radiohead, ma non si renderebbe giustizia all’unicità della proposta.

Ciò accade – anche e soprattutto – perché, nella migliore tradizione delle coppie musicali, le canzoni di Graham e Rose non possono essere separate dal loro vissuto insieme, traendone anzi linfa vitale: a dispetto della sua ambientazione sonora (un midtempo kraut guarnito da synth rumoristi alla Eno e un basso pulsante sottotraccia, su cui si spandono sentori esotici decisamente Siouxsie And The Banshees, complice l’interpretazione intensa e sensuale della Dougall), You Saw non è altro che la vitale celebrazione del loro incontro (“our stars aligned”, le nostre stelle si sono allineate), un invito ad arrendersi all’amore e a uscire dall’oscurità (We give in to love / Come out of the darkness), laddove Song For Eliza May è l’appello accorato di due genitori a una figlia da poco venuta al mondo a cercare bellezza e magia ovunque (“seek out beauty and magic everywhere”) anche quando si accorgerà che la vita è ingiusta, sulle note di una ballata folk che muta e si evolve sorprendentemente riflettendo il mood della canzone.

Come e forse più che nell’esordio, al di là della scrittura indubbiamente ispirata dei singoli episodi sono infatti di nuovo la cura e l’inventiva degli arrangiamenti e la costruzione dei brani a costituire il vero punto di forza di questo disco (e dell’intera collaborazione artistica tra i due), un vero e proprio labour of love in cui una semplice frase di chitarra acustica, cui fa da contraltare un solo di elettrica con un gusto melodico mutuato da George Harrison su un tappeto di Hammond squisitamente floydiano, può aprirti un mondo intero (Simple Days); così come un assolo di sax inatteso che arriva dopo un accorato ritornello che a sua volta segue un’apertura folk (Girl of the Endless Night) può scioglierti il cuore come un gelato; tacendo poi dell’uso sapiente di arrangiamenti orchestrali mirati in quasi tutti i brani, un po’ come avviene in A Moon Shaped Pool di Yorke e compagni (particolarmente riusciti gli interventi in momenti iper-romantici come I Belong To… e la conclusiva Sunrise).

Lasciando al singolo ascoltatore la scoperta di tante altre minuzie attraverso un ascolto attento e doverosamente appassionato (come tutte queste canzoni meritano), cos’altro dire di fronte a un progetto musicale così definito, così riuscito, così personale, così ricco, con canzoni così interessanti e coinvolgenti dal punto di vista armonico, melodico, di arrangiamento e perdipiù ricolme di autentico sentimento? Verrebbe quasi da rispolverare quel vecchio slogan coniato dalla RCA per Low di Bowie: there is old wave, there is new wave… and then there’s The WAEVE.

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