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Nel 1888, Friedrich Nietzsche, al tempo residente a Torino, scriveva una lettera a Heinrich Koselitz: “Domenica pomeriggio, dopo le 4, giornata autunnale di sfrenata bellezza. Appena tornato da un grande concerto, che è stato, a conti fatti, la più forte impressione concertistica della mia vita – il mio volto faceva continuamente delle smorfie per riuscire ad aver ragione del suo estremo diletto per 10 minuti”. Oltre a essere stata (secondo la famosa leggenda) la città che lo fece uscire di senno, Torino è stata per il filosofo tedesco una “grande città, silenziosa, aristocratica, con persone di ottimo stampo in ogni classe sociale” (A Emily Fynn – 6 dicembre 1888). E la musica, come dimostra la lettera, ne è una parte importante.

Musica di alta qualità, soprattutto dal vivo. Musica varia, appartenente a un ventaglio ampio di generi. Musica egualitaria, con pari rappresentatività di artiste donne e artisti uomini. Musica per la quale gli addetti ai lavori si esaltano. Musica che prova a farsi veicolo di valore per le grandi masse. Musica che prende i trenta/quarantenni alla gola, e contemporaneamente tenta di dialogare con le fasce di età più giovani. Stampo internazionale, a tratti utopico (nel senso etimologico di “non luogo”), anche se – nelle note inquietanti e sinistre di alcuni artisti – è sembrato più distopico, incerto.

Tutti questi filamenti, queste direzioni diverse, queste singolarità, portano verso un’unica disarmante verità nietzscheana: noi siamo possibili. Il TOdays del 2023, in scena allo Spazio 211 di Torino dal 25 al 27 agosto, è stato tutto questo, la convergenza di vecchie certezze e novità, di lacrimoni e sorrisi ironici, di spallate sotto il palco e (ebbene sì) balli di gruppo. È stato, insomma, il teatro delle possibilità.

Lo si deve a (e qui ci ripetiamo) a un’idea di festival particolare, che qualcuno farebbe fatica persino a chiamare festival. Nella location principale, c’è un solo palco dove 4 artisti si susseguono nella tre giorni. Ma è meglio pensare fuori dagli schemi tradizionali (ed europei) e guardare a come viene diffusa l’idea di cultura che TOdays vuole comunicare. Lo fa ignorando facili hype e puntando a creare una vera e propria comunità dinamica, un popolo diasporico (la percentuale di pubblico proveniente da fuori Torino che ha acquistato il proprio biglietto in prevendita online è del 49,2%) che si riunisce per la festa. Dentro il Parco Sempione dello Spazio 211 si ritrovano vecchi amici, si raccontano aneddoti sulle edizioni passate, sotto un albero si cerca riparo dalla calura di fine agosto. Già, perché per molti, TOdays fa rima con la fine dell’estate, quando, con un po’ di malinconia nel cuore, si fa ancora in tempo per scambiarsi gli ultimi saluti e i buoni propositi.

Con l’eco ancora nelle orecchie di un possibile (anche se poi mediamente ritrattato) arrivo del Primavera Sound in città, gli eventi estivi non hanno tremato e, anzi, sono stati chiamati a dimostrare quanto Torino abbia voglia di investire sulla musica dal vivo di qualità. Innanzitutto immergendola completamente nel tessuto urbano, grazie a Torino Futura progetto (al quale TOdays aderisce) che “che intende coinvolgere attivamente ragazze e ragazzi nella formazione e nella vita culturale, creando esperienze di coinvolgimento, formazione e crescita, oltre a moltiplicare le occasioni di dialogo e di protagonismo dei futuri cittadini”.

Sono state dunque accolte con piacere le iniziative di TOlab, ovvero attività laboratoriali, masterclass, contest e workshop dedicati a giovani e giovanissimi e organizzate da realtà del territorio. Sono questi elementi che superano l’esperienza festivaliera come fine a se stessa, e mirano a creare occasioni di aggregazione, investendo particolarmente sui giovani. Bene.

Verdena – Foto Nyna Osadnik

E poi c’è la musica, che, alla fine della fiera, è quella per cui il pubblico paga il biglietto. È inutile trovare un fil rouge stilistico, o uno stile che unisce le tre giornate (venerdì fra post-rock e folk, sabato decisamente hard e domenica elettro-raffinata? Nah…). Lo si è detto e lo ha confermato il direttore artistico Gianluca Gozzi nella nota stampa: “abbiamo esplorato luoghi che non fossero su alcuna mappa, senza paura di perderci, con il rischio invece di ritrovarci lungo nuove direzioni, ad ascoltare storie di unicità che parlano di tutti noi“. La line-up di questa nona edizione del TOdays è dunque un gradito giro su un ottovolante impazzito, che ha come comune denomiatore la qualità. Del live e del suono.

Come spiegarsi altrimenti il pugno in faccia che riceviamo in apertura del venerdì dai Les Savy Fav? Neanche il tempo di ambientarci, riempire le bottigliette dalla fontanella di acqua gratuita (che civiltà!), metabolizzare il noir tra trip hop e desert rock dei King Hannah… e la prima (e unica) data italiana della band capitanata da Tim Harrington è già un pezzetto di storia di questo festival. Vestito da satiro indemoniato, con tanto di trucco e barba arancione, il leader della band post-punk americana, fa quello che gli pare.

Passeggia fra la folla, ruba birre dal pubblico, sputa, si pulisce la faccia addosso a un povero malcapitato, arriva fino al bar, cambia abiti, rimane in mutande. Il tutto mentre il resto della band macina un post-hard-core fatto di chitarrismo suggestivo e coloratissimo, ricco di riverberi ed effetti assortiti. Forse sono lontani dai riflettori già da qualche anno, ma un loro live è un’esperienza consigliabile.

Ibibio Sound Machine – Foto Nyna Osadnik

Chi invece sotto i riflettori ci è tornato è Maarten Devoldere, già fondatore dei Balthazar, che arriva al TOdays per presentare il suo progetto dal nome Warhaus. Nel set del belga spicca un gusto noir-pop, da crooner, come un Cohen che incontra Nick Cave, fra i The Veils e un sophisti-pop sinuoso. Elegante e melodico, Devoldere ha messo in ordine il caos creato dai Les Savy Fav e ci ha fatto anche venire in mente il bel concerto di Tamino, visto giusto qualche mese fa proprio allo Spazio 211. Più tardi, quando i Wilco salgono sul palco, arriva anche la notizia del sold-out del venerdì (il sabato, così come l’abbonamento per la tre giorni, era già sold-out in prevendita). D’altronde, c’è il compleanno di Jeff Tweedy da celebrare ed è inutile girarci intorno: i Wilco sono ancora una band fondamentale per il folk, l’alt-rock e il country come conferma anche l’ottimo Cruel Country, del quale i musicisti americani riproducono dal vivo ben 4 brani (fra i quali spicca una bellissima Bird Without a Tail).

Ma la vera sorpresa la piazzano in apertura, quando Tweedy e i suoi decidono di chiudere quel cerchio aperto 16 anni fa proprio in occasione di una data torinese nella quale andò via la corrente in tutto il quartiere. Al tempo Jeff e Glenn continuarono ad accompagnare con chitarra acustica e tamburi un pubblico particolarmente generoso che non smise mai di sostenerli. Il pezzo era Spiders (Kidsmoke), che venerdì sera i Wilco decidono di proporre come opener (con tanto di “finto blackout” e consequenziali cori del pubblico), a dimostrazione del fatto che si è trattato di un live sentito, catartico.

Sleaford Mods – Foto Nyna Osadnik

La concentrazione di nomi nuovi, nomi chiacchierati e grandi ritorni ha reso il sabato la giornata più attenzionata. Al di là degli stili, è tutta questione di equilibrio. Dal post-punk al rock sensuale, dal rap-punk proletario all’alternative rock made in Italy. Tutto (o quasi) scorre liscio. A partire dal set dei Gilla Band, che sono a Torino per presentare Most Normal, loro terzo disco, il primo dopo il chiacchierato cambio di nome. La band, capitanata da Dara Kiely, cerca di addomesticare il tripudio noise destrutturato che tanto ci è piaciuto nella versione da studio con qualcosa di più propriamente orecchiabile, ma il risultato non sempre convince, anzi, sembra di ascoltare un live qualsiasi di una band presa a caso dal mucchio del cosiddetto revival post-punk.

Discorso a parte va fatto per Anna Calvi, decisamente in stato di grazia. Paragonata spesso (ed erroneamente) a chitarriste come St. Vincent o Carrie Brownstein, nel live della musicista inglese ne risultano immediatamente evidenti i riferimenti, dal blues alle derive hendrixiane, un crepuscolarismo sensuale a base di Nick Cave o della PJ Harvey di To Bring You My Love. Vero, forse in discografia mancano brani da immaginario collettivo, ma di fronte a tanto pathos mischiato a tanta tecnica, è difficile rimanere indifferenti.

Gli Sleaford Mods vengono mandati sul palco venti minuti prima. Così, senza avvertimenti. Colpo basso dell’organizzazione (che però ci ha salvati dal diluvio) che a qualcuno (magari indaffarato in una, ahinoi, lunga coda per il bar) sarebbe potuto costare il live. Un live di una band molto chiacchierata qui in Italia, che, per forza di cose, risulta divisivo. Chi non capisce i testi dice che le basi non sono memorabili, chi entra nel loro mondo, non fa fatica ad additarli come band di culto.

Il loro, si sa, è un genere ibrido che si fonda quasi esclusivamente sul rapporto di Jason Williamson con il pubblico. Per questo (e per dei volumi forse un po’ bassi all’inizio del set), è sembrato che la location all’aperto non fosse proprio la loro dimensione ideale. Ciononostante, Andrew Fearn, piuttosto che semplicemente premere play sulle tracce, è parso in forma smagliante, inarrestabile, coi suoi balletti; il pubblico ha sembrato gradire e in cambio ha offerto pogo spinto e crowd surfing. Per chi, come chi scrive, l’Inghilterra è una sorta di Paese d’adozione, è inevitabile concordare con l’incazzo e le indignazione (che inevitabilmente valicano i confini nazionali) del duo di Nottingham. Tanto meglio se è messo su basi post-punk e sputato in faccia con delle rime sbilenche.

Anna Calvi – Foto Nyna Osadnik

Sui Verdena, abbiamo già detto abbastanza quest’estate. Riguardo al loro set torinese c’è da sottolineare il (solito) carro armato rock fatto di un sound massiccio e arrabbiato, la voce di Alberto lievemente incrinata rispetto alla data a cui abbiamo assistito a metà agosto, la presenza in scaletta di una splendida Il Gulliver, la setlist accorciata a sole 18 canzoni (ben 2 o 3 in meno rispetto alla media del tour…). Per molti, però, la vera sorpresa è l’assenza in scaletta di Valvonauta, che lascia qualcuno con l’amaro in bocca.

Per la domenica si punta su due ingredienti fondamentali: la varietà stilistica e la pioggia. Quest’ultima ha giocoforza determinato una minore affluenza che però non ha scoraggiato chi, armato di molta curiosità (e altrettanta buona volontà), ha voluto godersi quattro live diversissimi fra loro, ma con dei nomi da tenere d’occhio. Il primo è quello dei Porridge Radio, progetto della cantante e chitarrista Dana Margolin, che si sposa particolarmente bene con le derive più moderne dell’indie-rock. Il loro stile teen-derivativo, fra le influenze di Yeah Yeah Yeahs e Cranberries o Pixies e Throwing Muses, è bilanciato dall’inquietudine poetica di Margolin che, senza diventare stucchevole, si butta sulla folla infreddolita, si concede, si rende essa stessa bolla d’energia. Come aveva già dimostrato il loro ultimo lavoro Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky, i Porridge Radio sono abbastanza immaturi da risultare veri, genuini.

Dopo il gradevole groove funky di Eno Williams e degli Ibibio Sound Machine (trombe, percussioni, sassofoni e costumi tradizionali garantiscono un live danzereccio e divertente), L’Impératrice rappresenta quanto di più vicino alla club music si può avere in quest’edizione di TOdays. E in effetti, in più di un’ora di set, riescono nell’intento spigoloso di far ballare una folla umida, ingoffita da ombrelli e k-way ingombranti. C’è da dire che balletti pacchiani e cuori lampeggianti sul petto li renderebbero perfetti per un’entry al prossimo Eurovision, ma, in una serata come questa, nella quale c’è bisogno di riscaldarsi a suon di musica, il loro french touch è stato più che gradito.

I sei parigini sono tecnicamente fortissimi e il loro repertorio, nel quale mescolano cantato in inglese e francese, melodie sensuali alla Air e derive disco alla Chic o Daft Punk, è parso compatto, intenso. I 14 brani, presi dai due dischi Matahari (2019) e Tako Tsubo (2021), sono stati eseguiti con una perfezione maniacale. Chapeau.

L’Imperatrice – Foto Nyna Osadnik

L’ultimo atto di TOdays 2023 si svolge ancora in Francia, ma questa volta è un Paese diverso, fatto di incubi notturni, angeli di marmo, gargoyles e tanta teatralità. Si tratta di Christine And The Queens, venuti a presentare PARANOÏA, ANGELS, TRUE LOVE, loro quarto, atteso, album. Già, perché l’album in questione (dal quale l’artista estrarrà tutti i brani in setlist questa sera) è quello della svolta fra il gotico esistenzialista e l’art pop con riferimenti 80s. Arte come teatro, teatro come possibilità, forma riconoscibile di libertà. Christine – e per riflesso il suo pubblico – è libero di essere chi vuole in un gioco di specchi e laser, fiori, sedie di legno e statue inquietanti che rappresentano l’interiorità dell’artista. C’è tanta (forse troppa) enfasi nelle movenze di Héloïse Adélaïde Letissier, ma ci sentiamo di dire che la strada intrapresa con questo disco, ispirato all’opera teatrale vincitrice del Pulizer Angels in America – Fantasia gay su temi nazionali del drammaturgo Tony Kushner, è giusta.

È un viaggio alla scoperta di se stessi, fatto di prose notturni, che flirta con le moderne produzioni soul e Hip Hop, con parentesi “rinascimentali” (Full of life), continuità con Madonna altezza Frozen (Angels crying in my bed che nel disco ha proprio il feat. di Miss Ciccone), con gospel futuristi (True Love con 070 Shake), con la chanson française in salsa breakbeat (Aimer, puis vivre) e persino con digressioni jungle (Track 10). Il live di Christine And The Queens è un live difficile, soprattutto per chi ha ballato sotto la pioggia per quasi sei ore. Un live che richiede una fruizione quasi teatrale, fondato tutto su gestualità, pose e soprattutto voce del suo carismatico protagonista. Un live di un’intensità drammatica disarmante.

Christine And the Queens – Foto Nyna Osadnik

“Torino non è un luogo che si abbandona” diceva sempre Nietzsche in una sua corrispondenza. È il luogo dove si può divenire ciò che si è, come recita il sottotitolo di Ecce Homo, scritto proprio al quarto piano di via Carlo Alberto 6. TOdays mette in scena tutte queste possibilità, con coerenza da nove anni a questa parte. Poco importa se non assomiglia all’idea di festival che ci siamo fatti girando l’Europa.

Con una selezione di artisti dalla qualità live elevatissima, un sound gestito benissimo dalle maestranze e incursioni continue sul territorio, TOdays ha trovato la propria via per essere culturalmente indispensabile all’Italia. E se il nostro filosofo tedesco definiva la città “singolarmente benefica”, noi estendiamo la descrizione alla kermesse alla quale abbiamo appena assistito.

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