Recensioni

6.5

Quando ho scoperto i Porridge Radio, paladini del teen-pop DIY made in UK, ho istintivamente pensato a Tik Tok: vale a dire a un fenomeno che non capisco, ma che ho visto diventare in breve tempo elefantiaco nella sua portata (commerciale e concettuale), continuando nel frattempo ostinatamente a non comprenderne le logiche e il successo. Il tutto senza essere esattamente una boomer (la sociologia contemporanea e l’algoritmo mi qualificano come millennial – early millennial, per i più pignoli).

L’associazione dei Porridge Radio con la piattaforma dei balletti scemi (che nel frattempo è diventata molto di più, ci piaccia o meno), può apparire ingenerosa. Ma può anche essere lo specchio fedele per descrivere un’interessante transizione culturale a cui stiamo assistendo: una certa incomunicabilità tra generazioni, anche tutto sommato vicine, mascherata da amichevole passaggio di consegne (che sennò fa brutto); una impermeabilità dei codici e dei linguaggi, non più e non necessariamente disposti a interscambiarsi, ma anche un tabù che ne consegue: è meglio ammetterlo o piuttosto tacere, e far finta che sia tutto molto bello?

Uscendo per un attimo da questo balordo parallelismo tra “emerging social media” ed “emerging talents” (con i conseguenti opposti schieramenti tra chi si entusiasma oltremisura per raccontarsi di stare al passo e chi, anche a costo di sentirsi “vecchio” e “superato”, ammette candidamente le proprie perplessità), e spostando i riflettori sul discorso puramente musicale, il dato interessante è duplice: da un lato, quintalate di esaltazione non sempre chiaramente argomentata; dall’altro, in oggettiva minoranza, la timida comparsa di meccanismi di rifiuto che s’innescano tra coloro che si sentono ubriachi di reviviscenze, se non addirittura prossimi al collasso, con un disperato bisogno di alterità, puntualmente disatteso. La tesi di fondo è che siamo di fronte a un’incauta esaltazione giovanilistica di tutto ciò che è nuovo, persino quando nuovo non lo è nemmeno lontanamente. C’è chi sta al gioco, e chi no.

Viene in mente il pensiero puntualmente laterale e illuminante, spesso profondamente profetico, di Mark Fisher, come quando lamentava il «deficit libidinale» del pubblico pop, o quando denunciava il proliferare di prodotti di terza mano: appropriazioni di appropriazioni che riproducono tutti gli aspetti superficiali dell’originale senza afferrarne minimamente l’essenza: «quando il Pop non è più in grado di invocare l’annichilazione del Mondo e del Possibile, soltanto gli spettri sono degni del nostro tempo», scriveva in Scegli le tue Armi. Ma forse anche in questo caso siamo ingenerosi: i Porridge Radio non sono semplicemente “derivativi” (per quanto siano fin troppo ovvi i richiami ai codici classici del pop-rock a metà strada tra indie e mainstream: Yeah Yeah Yeahs, Pixies, Bright EyesSharon Van Etten): l’essere sfacciatamente derivativi è un reato derubricato da almeno un lustro. Ciò che forse non torna è quel mix un po’ ingenuo e anche buffo tra spocchia integralista e piaggeria. Come a dire: la pretesa di un portato primigenio, singolare, inedito, accompagnata alla citazione randomica di fonti varie ed eventuali, sapendo di vincere facile. L’autoreferenzialità a vent’anni è sintomo di precoce senescenza: un po’ stranisce e un po’ rattrista persino. Come quando vuoi disperatamente lasciare a qualcuno il compito (assai ingrato) di mostrarti nuove strade, ma lo vedi mancare l’occasione. Mostrateci la via, anzi meglio di no.

Autoreferenzialità, si diceva. Come quando in Birthday Party, Dana Margolin ripete fino allo sfinimento «I don’t wanna be loved», alimentando un flusso di coscienza un po’ nevrotico e accuratamente melodrammatico, che un è vero e proprio inno 4.0 all’immaturità emotiva. Qualcosa attraverso cui siamo passati tutti, ci mancherebbe, ma che mai vorremmo star qui a celebrare con un tocco di compiacimento, per giunta prendendoci terribilmente sul serio. E non si pensi che qui siamo tutti adulti risolti, pacificati e a posto, che contempliamo le altrui irrequietezze con aria compassata. È che forse abbiamo avuto codici diversi. Le nostre frasi ad effetto per impressionare i compagni di scuola alle feste di compleanno erano più sullo stile «The World is a Vampire». Ma niente paragoni, non cadiamo in facili trappole: erano altri tempi, erano altri inni.

Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky è un album discreto, che mostra qualche tentativo di maturità stilistica, con alcuni buoni episodi (Trying ha il giusto mix tra la ballata scanzonata e apparentemente disimpegnata e l’interpretazione tutta di gola e di pancia, marchio di fabbrica della Margolin; Rotten è un dream-pop delicato e persino commovente). Il disco ha se non altro il merito di cercare un andamento più strutturato rispetto al suo predecessore, una costruzione dei suoni più ricercata e complessa, con meno influssi di quel teen-pop spudorato e spacciato per altro di cui in premessa. In definitiva, però, nulla per cui strapparsi le vesti – con buona pace della critica internazionale (e non), sempre più alla disperata ricerca di un qualche miracolo o magia (che poi però non si avvera).

Resta più di una riserva sullo stile interpretativo di Dana Margolin, che fa della vulnerabilità, della frustrazione, talvolta della vera e propria disperazione un orgoglioso vessillo (se fossimo in cattiva fede oseremmo dire una posa), ma che talvolta conferisce alla voce e all’esecuzione (così centrali nella logica generale del format) un che di esasperato, costruito e artefatto.

Sono decenni che la musica culla e lenisce le ferite di intere generazioni di giovani adulti, ma una certa attitudine alla spettacolarizzazione, alla forzatura e alla sofisticazione rischia di suonare poco autentica, col paradosso di attutire il messaggio. Ed ecco, proprio in questo, la sintesi dell’ascolto di questo nuovo episodio della tanto incensata saga dei Porridge Radio: qualcosa che vorrebbe essere duro, potente e intenso, ma che non colpisce appieno. Non un pugno nello stomaco, né tantomeno una carezza.

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