Recensioni

Passati sette anni dall’esordio, i Girl Band hanno, tra le altre cose, assistito a un nuovo proliferare della scena musicale di casa propria (che ha visto i Fontaines D.C. assurgere a un certo Olimpo mainstream), prodotto un altro disco ancora più violento del primo (The Talkies) e, infine, cambiato nome in Gilla Band, dimostrando una sensibilità cui uno sguardo superficiale non crederebbe facilmente. Ora è tempo del terzo disco, Most Normal e, ancora una volta, bastano circa sessanta secondi per far strabuzzare gli occhi e regolare il volume dei propri dispositivi (se alzandolo o abbassandolo, è decisamente indicativo delle rispettive quanto personali sensibilità).
The Gum asfalta i timpani con un carrarmato di distorsioni e pulsazioni industrial che si sciolgono in un groove hardcore, prima di spegnersi in uno scampanellare da carretto dei gelati sinistro. Il marchio di fabbrica dei Nostri resta quel pastiche allucinato(rio) dei precedenti dischi, che ha posizionato i propri paletti praticamente nel noise puro, e adesso i quattro dublinesi ci sguazzano e non disdegnano affatto di allargare lo sguardo.
In effetti, nel corso di una mezz’ora tiratissima e dodici tracce che si srotolano tra i 50 secondi e i quasi 7 minuti, non mancano alcuni passaggi che potrebbero quasi (quasi!) sembrare orecchiabili. Prendiamo una Backwash, dove fa capolino il disfattismo degli Sleaford Mods, un pezzo dal ritmo serrato e – al netto di valanghe distorte – accattivante. Stesso discorso, ma detto altrimenti, ovvero post-punk (qualsiasi cosa ormai voglia dire) lo troviamo in The Werids (incubi urbani à la Alan Vega inclusi) e tracce limitrofe. Addirittura in apertura di I Was Away e Almost Soon sembra di sentire l’attacco di una a scelta tra le miriadi di band indie rock inglesi dello scorso decennio. Ma, ancora, per i Nostri fa tutto parte di un alfabeto con cui esprimono altro. Quella chitarra che apre i due brani, e nel secondo praticamente sono gli Strokes, poi trasporta sempre in un caleidoscopio di turbamenti che inghiottono tutto.
Bin Liner Fashion e Eight Fivers intercettano medesime tematiche, diciamo così, prima estetiche e poi, inevitabilmente, psicologiche. La prima fa i conti con un sentirsi inadeguato che Dara Kiely esprime mescolando un savoir faire da Mark Smith alla sua solita nevrosi monocorde che esplode in latrati disturbanti; la seconda entra invece di diritto nella mia top ten dei singoli di quest’anno anche solo per il refrain reiterato «I spend all my money on shit clothes», che fa da preludio a un’insoddisfazione che è anche, latamente, cieca furia verso il consumismo.
C’è una componente di raziocinio, in questo Most Normal, elemento quasi del tutto assente dai precedenti dischi dei quattro. Se, per assurdo, era stata proprio questa perdizione totale a renderli uno dei gruppi più interessanti nel panorama d’oltremanica, adesso i Gilla Band si confermano tali, dimostrando se possibile un orrore ancora più grande. Se infatti la loro realtà – cinica, distorta, brutale – aveva destabilizzato restando però l’urlo muto di un pazzo, in questo disco “più normale”, Kiely e soci iniettano ancor più nel profondo l’angoscia, la nevrosi, il cinismo del presente illogico e violento nel cuore di brani che come mai finora riescono a intrigare prima di esploderti in faccia come mine antiuomo.
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