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6.9

In copertina, due mani appoggiate su una parete bianca, contorte e quasi in procinto di scivolare via: la musica di Lucrecia Dalt, da qualsiasi angolo la si guardi, pare sempre sfuggente e intima al tempo stesso, minimale ma anche piena di angosce. Una dicotomia che in Syzygy viene accentuata, resa ancora più instabile da colori musicali che gocciolano, si inseguono, frantumati e nel medesimo istante in relazione tra loro, ma anche lontani dalla “forma canzone” del precedente Commotus.

Le “congiunzioni” del titolo (questa la traduzione, in senso lato, di “Syzygy”) sono una sorta di hub semantico a cui ricondurre vari elementi: dalla biografia di una Dalt che ai tempi della scrittura del disco vive in un “non luogo” mentale sfociato poi nel trasferimento fisico da Barcellona a Berlino, al fatto che la musica di Syzygy si ciba di ambienti parassitati dalla cinematografia più illustre (ad esempio in Vitti, brano dedicato alla Monica Vitti di Deserto Rosso) per risputarli in forma di fusione di suoni angolari e claustofobici, fino alla lavorazione che ha caratterizzato le registrazioni di Syzygy. Queste ultime portate a termine nell’appartamento della musicista nell’unico momento libero dai rumori della vicina metropolitana, ovvero alle prime ore del mattino.

Un dormiveglia biologico che si trasforma in strutture sonore sfilacciate ma nel contempo ipnotiche, come accade in una introduttiva Glosolalia in cui si inseguono suoni percussivi e disturbi in crescendo, in una successiva Inframince in cui sembra di ascoltare dei For Carnation minimalisti o in una Vitti che pare mescolare Badalamenti e Oneohtrix Point Never. La Dalt sta sempre lì, tra l’intellettualismo fine a se stesso e il soundscape, assorta in un’indagine interiore, prima che musicale, quasi fosse una Grouper minimale e atomizzata che di volta in volta gioca con l’ambient, i droni, l’avant, senza mai abbonarsi a uno stile preciso (in Edgewise sembra addirittura di ascoltare la lezione di Ligeti).

Uno stile che è un non stile, insomma, e che presumibilmente, nella sua “instabilità formale”, trae linfa anche da un fattore strettamente tecnico, nello specifico gli strumenti elettronici che il padre della musicista (ingegnere) costruisce per lei. Un elemento di imprevedibilità e di indagine ulteriore, che si somma a un approccio musicale da sempre ai confini ma non per questo meno affascinante.

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